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Abbiamo fatto bene a bloccare Trump?

Le decisioni di Mark Zuckerberg e di Jack Dorsey di bloccare Donald Trump sulle dette piattaforme ha suscitato reazioni di assenso, ma anche di polemica. Occorre però fare chiarezza, e capire perché in questo caso non si possa propriamente parlare di censura.

Non c’è bisogno di narrare gli antefatti, sappiamo tutti cos’è successo. Mark Zuckerberg e, a distanza di poche ore, Jack Dorsey – rispettivamente i proprietari di Facebook e di Twitter – hanno preso la decisione di bloccare il presidente uscente degli Stati Uniti Donald Trump dai social network. Una decisione drastica, ma quanto mai necessaria in seguito ai fatti del 6 gennaio di cui tutti conosciamo, ahinoi, svolgimenti e relativi meme.

Nessuno mai aveva avuto il coraggio (o semplicemente le motivazioni) di fare ciò, Zuckerberg è stato il primo nella storia a impedire a un presidente di proferire parola sui social. Una scelta contestabile che, in quanto tale, è stata contestata. E i timori non si sono rivelati infondati, perché il dubbio più diffuso riguarda proprio la possibilità che, dopo Trump, ci si possa muovere verso la censura di altri personaggi “scomodi”. Eppure, si badi bene, non è di censura che si tratta in questo caso.

Zuckerberg (e Dorsey, non sia mai che ci dimentichiamo di lui) non ha zittito nessuno, né tantomeno lo ha censurato. Abbiamo letto tutti il post del proprietario di Facebook, una frase storica che dimostra lo straordinario potere politico delle piattaforme e come l’approccio di queste ultime sia cambiato negli ultimi mesi. Per mesi i social network hanno permesso a Trump di violare i loro termini di servizio con incitazioni alla violenza, post razzisti e altro poiché si trattava del presidente degli Stati Uniti, non certo di zia Paolina. Donald Trump ha potuto fare quello che gli pareva, incitando continuamente alla rivolta i suoi seguaci (perché di seguaci si parla, non certo di fan) sotto gli occhi di tutti.

Quello che è successo è colpa dei social? La risposta, per quanto possa suonare fastidiosa, è solo una: no. I social network sono una parte fondamentale del mondo reale, sono fonte di informazione e di contatto e in quanto tali è inevitabile che la diffusione di determinate idee passi anche per questi canali. Idee progressiste, ma purtroppo anche idee di estrema destra e teorie del complotto. Non sono stati i social a creare tutto ciò, ma sono i social ad aver permesso che discorsi assurdi e pericolosi si diffondessero. Per lunghissimo tempo, tutte le piattaforme hanno deciso di lavarsi le mani di ciò che avveniva al loro interno, affermando di non essere realtà editoriali – ecco allora perché non possiamo parlare del caso Trump come di un caso di censura.

Come una scelta editoriale, che si può condividere o meno, ma che è legittima e nel pieno diritto di qualsiasi testata giornalistica, ai social network tocca rispettare dei termini di servizio, condizioni d’uso e regole che chiunque utilizzi queste piattaforme deve accettare. Nel caso di Facebook, Twitter e Instagram, ciò che viene pubblicato non può incitare alla violenza, non può riportare affermazioni razziste o discriminatorie, non si possono rilasciare contenuti pedopornografici. Ma no, non si tratta di censura.

Il problema è che fino a oggi è stato permesso al presidente uscente di violare continuamente queste regole con post razzisti, violenti e simili. Lui poteva, lui era il presidente, ma questa “informazione” è scorretta a prescindere dal suo autore. Se giuggiolinothebest94 incita i suoi follower alla violenza, all’odio e al terrorismo viene temporaneamente bloccato, e se non la finisce lì il suo account viene cancellato. Mi dovete allora spiegare questo nervosismo se la stessa, legittima regola viene applicata all’uomo più potente del mondo. O sbaglio?

Qual è il vostro preferito? Il simil-Vasco-Rossi con i piedi sulla scrivania di Nancy Pelosi, quello con in testa le corna da bue muschiato o l’allegro garzoncello che trasporta il poggio della Casa Bianca salutando la folla? A voi la scelta.

di Gaia Rossetti

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