San Valentino al bagno

Carlo è costretto a passare la festa degli innamorati in una toilette
C'è chi passa San Valentino al bagno.

“Passare San Valentino al bagno è una tortura doppia”, pensò Carlo guardandosi nello specchio delle lussuose toilette in cui era confinato. Era una di quelle occasioni in cui avrebbe voluto licenziarsi, salire sul monte più alto del mondo e dissolversi come i titoli di coda di un film lungo e triste. Serviva asciugamani nelle toilette di un ristorante; finito il turno, le puliva, una ad una. Ciò era sinonimo di due cose.

La prima: si doveva smazzare i profumi generati dai culi dei commensali. E a fine serata gli sembrava di stare in una discarica sotto al mare, dato che quei profumi erano generati da ostriche, pesce fresco e altre ricercatissime cruditè, vero vanto del ristorante.
Ma non era la cosa peggiore.
Carlo, infatti, era pure costretto (seconda cosa) a sopportare le menzogne del mondo che dietro le sicure porte del bagno prendevano vita come dei brutti, cupi e intricati incubi. Nel rifugio sicuro della toilette, donne, uomini e bambini, sapendo di non essere visti, potevano togliere la maschera e mostrarsi per quello che erano. E Carlo gli avrebbe consigliato di tenerla sul volto, ma ogni volta succedeva il contrario.

«Mi scusi mi può dire se c’è un cesso libero?» fece una voce squillante, chiara e un po’ effeminata.
Carlo guardò l’uomo un po’ sorpreso; l’accostamento di “mi scusi” e “cesso” aveva lo stesso sapore agrodolce della salsa che andava sull’orata.
«Sì, certamente, sono tutti e cinque liberi» gli rispose, fissandolo con curiosità.

L’uomo, piuttosto giovane, ben tenuto e pure ben profumato si stava specchiando. Dal riflesso sembrava aver notato che il suo sorriso pendeva un po’ troppo a sinistra. Per questo, con la mano cercò di spingerlo un po’ più a destra, per centrarlo bene, manco stesse sfruttando la funzione “giustifica” di word.
«Signore, sono tutti liberi» osservò Carlo.
«Grazie, grazie, vado subito» rispose il commensale.
«Non c’è di che, è stato fortunato a trovare un momento in cui tutti i bagni sono liberi» concluse Carlo, dall’alto della sua quinquennale esperienza nelle toilette del ristorante “Le Rêve”.
«Grazie mille! In ogni caso, che maleducato: sono Antonio, piacere» fece l’uomo con un sorriso molto, ma molto, pronunciato. Carlo lo guardò un po’ stranito.

C’era qualcosa che non andava; a dirlo erano la sua lunga esperienza, il fatto che dopo essere sparito nel bagno non sentisse altro che il rumore delle dita su uno smartphone e quel sorriso che pareva un grimaldello per far breccia nel suo cuore.
Carlo, però, in modo professionale, non si scompose.
Quando Antonio uscì dal bagno, la cosa cominciò a puzzare in modo ancora più pungente.

Aveva gli occhi rossi, pesanti e gonfi, manco fosse stato pestato da una gang rivale, o da un cliente a cui aveva soffiato il cesso sotto gli occhi.
«C’è qualcosa che non va?» chiese Carlo, pronto al peggio.
«No, no, non si preoccupi, è che San Valentino è così» replicò Antonio.
Carlo avrebbe voluto chiedere così come, visto che lui era solo come un eremita.
«C’è moltissima pressione» continuò Antonio «tutto deve essere perfetto, inappuntabile, riuscito. Ma noi… io sono soltanto un essere umano.»
Carlo gli sorrise.

Era la prima volta che qualcuno diceva qualcosa di sensato su quella festa. Tralasciando il fatto che San Valentino era morto proprio male (e già legare l’amore a un evento simile era discutibile), come si poteva santificare un giorno all’anno, se poi tutti gli altri c’era il rischio di trattare la propria metà con meno rispetto di un paio di ciabatte. Certo il titolare di “Le Rêve” e di altre mille ristoranti facevano i soldini, ma a parte quello, nessuno ci guadagnava niente.


«Capisci cosa intendo?» fece Antonio. Voleva assicurarsi che il suo nuovo amico stesse seguendo il filo del discorso.
«Certo» rispose Carlo laconico.
«E se poi sbagli… che poi, nella vita è normale sbagliare su! Ma non appena lo fai: bordate di insulti» osservò Antonio, fissandosi allo specchio.
Carlo era incerto su come interpretare quelle parole ma non ne ebbe bisogno. Il cellulare di Antonio cominciò a squillare in modo agitato.
Lui lo prese, guardò lo schermo e sospirò. Il suo pollice, infatti, fu più volte sul punto di non rispondere, ma la veemenza degli squilli lo costrinse ad accettare la chiamata.

«Pronto» rispose Antonio, portandosi una mano al volto.
Carlo capì subito: stava candendo la maschera.
«Pronto, dai» continuò Antonio in modo più dolce.
Un lunghissimo minuto di silenzio fece piombare la toilette sotto terra.
«Pronto, dai non fare così» balbettò Antonio, con una voce rotta dalla tristezza.
«Pronto cosa? Mi tratti sempre come la seconda cosa della tua vita» sussurrò gracchiante il cellulare.
«No, tu sei la prima, lo sai» rispose Antonio al suo smartphone.
«E allora perché non la molli e ti metti con me?» lo incalzò il cellulare.
«Perché no? Perché è difficile Marco. Io ti amo ma se glielo dico le si spezzerà il cuore. Due volte» urlò Antonio, nel sicuro rifugio del bagno.
Da quella risposta, Carlo finì su un altro mondo, sentendo la conversazione dei due piccioncini, solo in sottofondo, manco fosse il suono di una radio antica.

Ancora una volta, sarebbe stato costretto a scrostare merda dal profumo di oceano per una messa in scena.

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Mi chiamo Gabriele Missaglia. Sono un giovane autore con una lista di pregi così lunga che questo spazio è troppo contenuto per dirveli tutti. Ahimè posso dire lo stesso per i difetti! Quando scrivo mi piace sorprendere, cerco di farlo scrivendo storie che ribaltano la realtà, nei libri e nei racconti. La chiave di lettura delle mie opere, e, penso, della vita é: credere mai, verificare sempre (sopratutto gli assoluti).

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