Bar Rubik

“In cosa abbiamo sbagliato?” chiese P. sorseggiando il suo amaro a piccole dosi, quasi come se avesse paura di finirlo in tempi brevi.
“Siamo arrivati a trent’anni e ci ritroviamo a brindare qui, io e te, nel solito baretto pieno di anziani avvinazzati a fianco casa” sospirò, per poi aggiungere “abbiamo dato tutto. E ora non abbiamo più le forze per continuare.” La luce artificiale gli illuminava una parte del viso, facendolo sembrare quasi sotto interrogatorio. Aveva trascorso lì buona parte dell’adolescenza, principalmente perché era conveniente, bastava compiere pochi passi fuori da casa ed era arrivato, poi perché c’era una varia umanità, adatta ad ogni evenienza. Non vi erano attrattive particolari, se qualcuno chiedeva un bicchiere di acqua di rubinetto, il barista gli chiedeva: “Mi faccia vedere la pastiglia da ingoiare.” Anche il sangue dal naso dei ragazzini veniva pulito col bonarda. 

Il rumore presente era un’inconfondibile risacca umana, un sobbollire di stomaci e trippe, un tintinnio di bicchieri. Vi si distinguevano discorsi pronunciati da diversi dialetti, scatarrate introflesse ed estroflesse e bestemmie non ancora moviolate dalla televisione. C’era lo sbattere ritmato delle carte da gioco sul tavolo, il sibilo della macchina espresso che fumava come una locomotiva del west.

Il cuore di P. in tutto questo batteva velocemente, a brevi intervalli, ma regolari, mentre un chiarissimo lampo di dolore attraversò il suo viso. P. non gli diede conto e, forte di sé, proseguì il suo discorso conciso ed a tratti irrefutabile.
“Sembriamo dei cubi di Rubik abbandonati e le uniche persone capaci di risolverli sono scappate. Chi da giorni, chi da mesi, chi da anni.”
Terminò la frase in modo perentorio alzando, verso la fine, anche il tono della voce, come se volesse concentrare l’attenzione dell’ampio e affollato salone che lo avvolgeva.
Dopo pochi secondi di silenzio, il cicaleccio proseguì, insieme al tintinnio dei bicchieri e al rumore delle carte da gioco lanciate fugacemente sopra i tavoli attorno a lui.
Serenamente gettò l’occhio verso l’uscita, quindi si alzò dando le spalle al tavolo dove sedeva. L’amaro era oramai dimenticato e annacquato nel suo bicchiere mentre aprì la porta, pronto per andarsene.



Con le labbra socchiuse si voltò. I suoi occhi nei miei, languidi, alla ricerca di un ultimo battito di ciglia per trovare la forza necessaria. Mentre dalle sue labbra, forte e decisa, arrivò un’ultima frase, quasi come se volesse scaldarsi prima di essere avvolto dal freddo pungente che lo attendeva durante il tragitto verso casa.
“Comunque, se proprio devo dirtelo, ho tolto tutti gli stickers, dal mio cubo. Ora lo si risolve in un secondo. O se vuoi. Anche meno.”

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andreasieperso

Pianeta Terra
Trent’anni all’anagrafe. Biologo su un pezzo di carta. Ha un passato come musicista nella scena punk italiana. La sua esperienza lavorativa spazia in molti campi, le uniche sua costanti sono il disegno, la scrittura e la cucina vegetariana.

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