Casa dolce casa

«La natura è per i plebei» mi riprende il boss, senza giri di parole, guardandomi dall’alto della sua poltrona ricoperta di coccodrilli. A giudicare dalle dimensioni, dovevano essere almeno due, i coccodrilli; dal colore erano cubani, esseri mostruosi che se ti prendono non fai tempo a respirare che i polmoni e la cassa toracica distano cinque metri dal resto del corpo.

«Lo so. Scusa» rispondo poco convinto mentre accarezza il contratto come se fosse la guancia di una giovane donna.

«Chi è il tuo dio, Jimmy?» mi incalza, assaporando la risposta. Al solo pensiero per ciò che dirò l’acquolina cola dalla sua bocca, quasi fosse Homer Simpson di fronte a una costina.

«Il denaro, io voglio i soldi. Gli scrupoli li lavo via con un po’ di champagne e con molte escort.»

«Bravo Jimmy, magari qualcuna che con la sua bocca possa risucchiarti tutti i dubbi che ti perseguitano. Non c’è nulla di personale: quelli sono tra noi e i soldi. Si sono trovati nel posto sbagliato, al momento sbagliato. Che ci vuoi fare?» conclude, brandendo un Bruichladdich che fa fatica a mandar giù. È troppo forte anche per il suo fegato ben allenato.

«Che vuoi fare? Bella domanda» penso mentre guardo l’orologio; rigoroso come una clessidra, scandisce il tempo che mi rimane per decidere.

«Agire o non agire?» borbotto curandomi di non essere sentito.

Non sono mai stato un decisionista e non lo sarò mai. Ma i soldi… i soldi esercitano un fascino particolare: uno può essere alto, basso, magro, grasso, repubblicano, democratico, etero, gay o asessuato. Eppure chi direbbe di no a un milione di dollari? A due? A cento?

«No, cento sono troppi perfino per noi» penso mentre richiudo la porta del mio capo, mr Hill.

«Ecco, l’ho fatto un’altra volta, cazzo» osservo, maledicendo Dio e i suoi assistenti quando, alla nascita, hanno deciso di dotarmi di un cuore. Certe decisioni vanno prese e basta, costi quel che costi, fosse pure la vita di una tribù. Fosse pure la vita della tribù cui, in un modo nell’altro, appartieni.

«La foresta mi avrà dato pure la vita. Ma il denaro l’ha resa degna di essere vissuta. I culi, le feste e i viaggi che mi sono fatto… andiamo: neanche se nascessi dieci volte!» sentenzio ad alta voce, quasi stessi cercando di convincere la parte più recalcitrante di me. Poteva anche sussultare, ma aveva già perso.

I polsini d’oro, le Buscemi, una casa che neanche Carlo Magno, la spensieratezza di poter fare qualsiasi pazzia sono cose impagabili. O meglio, sì, le posso pagare con la mia MasterCard.

Convinto che la mia scelta sia corretta, mi fiondo in ufficio, prendo la ventiquattrore nera e chiamo l’autista. Il volo parte tra due ore e non lo posso perdere.

Quasi senza accorgermene, mi ritrovo nel vivace brusio dell’aeroporto, che attutisce tutti i miei sensi e i miei ripensamenti meglio della più potente droga sulla terra.

«Ah, l’Ayahuasca.»

Mia nonna era solita preparare un miscuglio con quella pianta per il nonno che pretendeva di essere uno sciamano: col senno di poi, direi che fosse più simile a un clown. Faceva degli strani movimenti con le mani, come a disegnare un cerchio e per tutto il rituale lanciava dei versi incomprensibili, né umani, né animali. Quando mi disse che erano le voci dei proprietari della terra mi misi a ridere. Mi scappa una risata: adesso quelle voci dovrebbero parlare un’altra lingua, la mia.

Guardo l’orologio, l’attesa mi uccide.

Oltre alle ore, mancano circa trenta minuti alla partenza, di sfuggita, vedo il riflesso del mio volto.

Un primo piano eloquente: la giacca, la cravatta, una camicia costosa e dei tratti che ricordano liane, monsoni e un mondo molto lontano dallo skyline di New York.

Ho la pelle scura, non troppo dato che a Cortes ricorderei un indio; ho gli occhi grandi e neri, il naso un po’ schiacciato e un sorriso che solo le mie genti possono sfoggiare, sfolgorante come il primo giorno di sole dopo l’inverno.

La voce di una donna si diffonde tra i gate, serpeggia tra le persone e arriva fino alle mie orecchie. È il momento di prendere un volo che durerà quasi dieci ore: non mi spaventa tanto la durata quanto la destinazione. Tornerò a casa, sì, ma da conquistatore.

 

Appena atterrato sento un crampo sconquassarmi come lo stomaco fosse stato colpito da un terremoto. È una sensazione strana: il mio passo è sicuro, la mia fronte fredda, ma mi sembra di essere nelle profondità dell’oceano, mentre tento di salire a galla.

Non faccio neanche tempo a uscire dall’aeroporto che il mio cellulare squilla furioso.

«Jimmy, allora, sei arrivato?»

«Che tempismo» penso mentre cerco nella mia mente un po’ intorpidita una risposta che non suoni stupida.

«Sì, mr. Hill, sono appena sceso. C’è qualcuno ad attendermi come il solito?»

«Certo, ormai la procedura la conosci.»

«Tre giorni di tempo per convincerli…»

«E spendere il meno possibile, sono dei trogloditi dopo tutto: non saprebbero che farsene di molti soldi.»

«Ci metterò sicuramente meno» osservo io, scrutando le macchine parcheggiate in cerca del mio autista.

«Conto su di te, sei il migliore dei nostri agenti. So che non è facile, ma andiamo: quando conterai i guadagni, capirai che hai fatto la cosa giusta. Chiamami quando hai finito.»

«Roger, mr. Hill, consideri il mio lavoro già svolto» replico io, in modo arrogante. Cerco solo di soffocare la paura che ho di ritornare lì.

Un uomo magro e stropicciato come la carta velina si avvicina a me. Mi porge la mano ossuta ancora prima di presentarsi.

«Venga, mi segua. La devo portare…»

«Lo so, lo so» lo interrompo «so dove siamo diretti. Siamo pronti per partire?»

«Non vuole riposarsi? Il volo è stato lungo…»

«Mr. Hill deve aver proprio pensato a tutto: impiegati felici e riposati sono impiegati produttivi» mi ricorda la mia testa che vorrebbe stendersi su un letto e spegnersi per un po’.

«Non si preoccupi, posso riposarmi in macchina» osservo io.

«Hai ragione anche tu: prima si chiude il contratto, prima si torna a casa

L’ultima parola esplode nel mio corpo come una bomba a orologeria. Non so più dove si trova la mia casa: è quella in cui ho vissuto? È quella in cui ho studiato? È quella da dove viene il mio sangue?

Cosa significa casa?

Per migliaia di anni, i miei antenati hanno vissuto in quel luogo e l’hanno considerato tale. Ora io vengo a distruggerlo perché devo sostenere un’altra dimora, la mia, lontani anni luce da qui, quasi fosse in un’altra dimensione spazio temporale.

Comincia a farmi male la testa.

«Signor Jimmy, sta bene?» mi incalza l’uomo che deve conoscere il mio nome grazie alla mediazione del mio capo.

«Sì, sì, non si preoccupi. Partiamo, la prego.»

«Ho anche la medicina bianca, se mai…»

«No, no grazie. Se la prendo, non dormo più e vorrei riposarmi.»

Senza attendere alcuna risposta mi muovo nella direzione opposta dalla quale ho visto arrivare il mio autista. Lui capisce e si accoda. Sarà un viaggio molto lungo.

 

I dossi cullano il mio sonno e senza accorgermene, quasi fossi stato trasportato lì direttamente da un portale, mi ritrovo nel villaggio. Il mio villaggio. Un tripudio di capanne, fuochi da campo e di persone che per vestirsi usano le foglie.

Vedendoli, non riesco a provare nulla. Sono la mia famiglia, il mio sangue, le mie radici, ma tutto ciò che mi viene in mente è che io non appartengo a loro. Non ce la faccio: non me ne frega niente della natura, dell’ambiente e nemmeno di quelle tribù o di qualsiasi altra persona sulla Terra che non sia io.

Una piccola folla si è radunata attorno alla jeep, a me e al mio autista.

Ci guardano innocenti.

«Quanto sono patetici». L’innocenza, o la colpevolezza, non contano nulla. È tutto frutto di un caso: se loro fossero al posto mio, sarebbero anche più rapaci.

Nessuno parla. Si sentono solo dei passi che affondano tra rami e foglie.

È leggero ma deciso.

«Spero sia proprio lei

La tribù apre un corridoio per far passare il loro capo: è ancora in buona forma, nonostante la sua età ma non riesco più a vedere alcuna somiglianza tra me e lei. Secondo i tradizionali rapporti di parentela sarebbe mia nonna, ma ai miei occhi non è altro che un fragile ostacolo in pelle e ossa.

«Sei tornato…» dice lei, esibendo il suo inglese.

Poco più che ragazza, era fuggita nella società moderna: non aveva retto molto, quanto basta per spicciare una lingua e comprendere che la vita è molto più dura e spigolosa nelle città che nelle foreste.

«Non ti avevo detto di non farti più vedere?» aggiunge, guardandomi dritto nelle pupille.

«Non ho tempo da perdere. Avete due settimane, altrimenti le macchine passeranno sopra di voi. Schiacciandovi.»

«Non ne hai il diritto, noi abitiamo queste terre da sempre, sono nostre. Noi non ci muoveremo.»

«Diritti. Quanto sei romantica e infantile. Se vi dico di andarvene, lo faccio per voi: siete sacrificabili» rispondo io, imbarazzato per la sua osservazione.

«I soldi che farete ve li spartirete in pochi.»

«Sugli altri cadranno solo le briciole» replico scocciato «ma è questo che vogliono, poche briciole che sono in grado di gestire. Nonna, non siamo noi i cattivi. Nei miei panni avresti fatto anche di peggio.»

Il suo silenzio è la prova che ho ragione.

«Vedi, hai sempre pensato che mamma e papà fossero dei deboli. No, non lo sono. Loro sono riusciti dove tu hai fallito. Essere buoni in una foresta è un conto, essere buoni in una società è un altro. Loro lo sono stati.»

«Allora, tu sei un debole» urla con tutta la rabbia che ha in corpo.

«Puoi vederla così… o forse mi sono semplicemente adattato. Sono spietato per necessità e, per questo, farete come vi ho detto.»

«Non puoi costringerci.»

«Non ti ha insegnato nulla la tua vita: è la legge della Jungla e io sono il più forte.»

 

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Mi chiamo Gabriele Missaglia. Sono un giovane autore con una lista di pregi così lunga che questo spazio è troppo contenuto per dirveli tutti. Ahimè posso dire lo stesso per i difetti! Quando scrivo mi piace sorprendere, cerco di farlo scrivendo storie che ribaltano la realtà, nei libri e nei racconti. La chiave di lettura delle mie opere, e, penso, della vita é: credere mai, verificare sempre (sopratutto gli assoluti).

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