Cassandra

L’aereo stava per decollare, Cassandra allacciò le cinture di sicurezza e guardò Parigi per l’ultima volta. Spense in cellulare e rinunciò anche alla musica, avendo scordato a casa le cuffiette che portava sempre con sé.
Chiuse gli occhi per qualche minuto, ma i due uomini accanto a lei iniziarono a parlare e Cassandra capì subito che si conoscevano già. Forse erano amici di vecchia data o forse solo due conoscenti che cercavano di assomigliarsi, pur essendo profondamente diversi. Si limitò a osservarli, notando l’abito costoso che indossava l’uomo seduto all’esterno, vicino al corridoio. Era blu e in netto contrasto con i capelli neri, decisamente tinti. Cercava di nascondere un bianco purissimo, di cui Cassandra notò l’accennata ricrescita. L’altro, seduto accanto a lei, aveva deciso di non celare i suoi capelli brizzolati, indossando una semplice polo e dei pantaloni color cachi.
I loro noiosi discorsi vennero interrotti per qualche minuto. Due ragazzi dello stesso sesso, poco più avanti, si stavano scambiando dei teneri baci. Osservò gli occhi degli uomini vicino a lei e capì che non gravidano quelle effusioni. Le loro reazioni, però, furono diverse.
“Pensavo che almeno in prima classe non accadessero certe cose”, commentò l’uomo elegante con indignazione.
“Già…”, rispose l’altro.
“Sai Michele, a volte mi chiedo dove arriveremo.”
“Chissà…” Cassandra notò che le sue risposte erano distratte, si limitava ad approvare le parole dell’altro uomo, incapace di continuare. Ci furono alcuni secondi di silenzio, poi fu proprio Michele a prendere la parola: “Un amico di un mio collega di lavoro sta vivendo una situazione particolare, ha scoperto che suo figlio è…”
“Come loro?”, chiese indicando i due ragazzi.
“Sì, come loro.”
“Dio, è terribile. Per un padre non è naturale, capisci? Per noi è sempre stato assurdo anche pensarlo, invece oggi sembra quasi normale.”
“Tu cosa faresti al posto suo?”
“Mio figlio non potrebbe mai essere così.”
“Sì, certo, lo so. Questo signore ha chiesto aiuto al mio collega perché non sa cosa fare, non sa cosa dirgli”, disse, passandosi più volte le mani tra i capelli.
“Evidentemente ha sbagliato qualcosa. Se cresci tuo figlio come una femminuccia, questo è il risultato”, disse ridendo. Michele accennò un sorriso.
Cassandra moriva dalla voglia di intervenire, ma non ebbe il coraggio di farlo. Forse le mancò la forza di affrontare tutta quella rabbia, quell’odio, quei ghigni di disprezzo. Si limitò a tacere e ad ascoltare.
“Quindi pensi sia colpa di suo padre…”
“Sì, certo. Matteo un giorno ritornò a casa con un occhio nero, gli stavo per chiedere perché si fosse fatto pestare in quel modo. Poi vidi le sue mani ed erano dello stesso colore. Non si era fatto picchiare in silenzio perché gli avevo insegnato a reagire. Aveva solo dodici anni, capisci? Dipende tutto da cosa insegni loro.”
“Sì, già.”
“Prima mi hai chiesto cosa farei. Beh, lo metterei di fronte a una scelta, e se scegliesse quello” disse indicando i due ragazzi, “deciderebbe di non essere più mio figlio. Ecco cosa farei. E dovrebbe farlo anche l’amico del tuo collega.” Michele annuì, ma i suoi occhi erano cupi, incapaci di assecondare le sue parole.
“Quindi rinunceresti a tuo figlio.”
“Non sarebbe facile, ma sì.”
L’uomo elegante andò in bagno e Michele rimase da solo per qualche minuto. Prese il suo cellulare, rimasto in tasca per tutto il tempo in modalità aereo. Cassandra osservò i suoi occhi lucidi e le sue dita passare continuamente sui suoi occhi, per reprimere delle lacrime. Ne comprese la causa soltanto quando Michele scelse una foto. C’era una torta  sul tavolo con alcuni dolci intorno, uno striscione con su scritto “Auguri, papà!” appreso al muro, e Michele sorridente che guardava l’obbiettivo. Non era solo, accanto a lui c’era un ragazzo molto più giovane, di almeno trent’anni. Cassandra intuì che fosse suo figlio e rivolse il proprio sguardo alle nuvole.
Ripensò a suo padre, che l’uomo seduto accanto a Michele le ricordava più di quanto volesse ammettere. Incominciò a ricordare gli innumerevoli insulti ricevuti il giorno del suo ventiquattresimo compleanno. Aveva scelto proprio quell’occasione per presentare ai suoi genitori Daniele, il ragazzo che aveva conosciuto qualche mese prima. Quella sera suo padre scoprì che non aveva ultimato gli studi, possedeva soltanto la licenza media e i suoi genitori erano al verde. Cassandra, invece, si era laureata da poco in Giurisprudenza per essere all’altezza dei suoi genitori e della loro grande villa nella periferia di Torino.
Per suo padre, Daniele non era idoneo e non gli avrebbe mai permesso di stare con sua figlia. Lo cacciò di casa la sera stessa, umiliandolo davanti a tutti. Da allora, Cassandra aveva interrotto ogni rapporto con il ragazzo che amava. Non ebbe la forza di scegliere Daniele. Era rimasta sola.

L’aereo atterrò a Bergamo prima del previsto e dopo pochi minuti Cassandra vide Michele da solo in un bar. Nascose il suo viso tra le mani, rivelando la sua malinconia. Era solo, non doveva dimostrare una forza che non possedeva più, non aveva bisogno di fingere. La ragazza sconosciuta che era rimasta accanto a lui da Parigi a Orio al Serio, decise di entrare in quel bar e si sedette accanto a lui.
“Non gli dia ascolto, la prego”, disse Cassandra timidamente.
“Cosa?”, chiese l’uomo accanto a lei guardandola negli occhi.
“Ero seduta accanto a lei in aereo.”
“Sì, mi ricordo, ancora conservo un po’ di lucidità”, le disse sorridendo.
“Ho ascoltato la conversazione tra lei e il suo amico, non ho potuto fare altrimenti.”
“Ah, capisco. E cosa ne pensa?”
“Penso che lei possa permettersi degli amici migliori”, rispose. Michele scoppiò a ridere: “Forse ha ragione.”
“Sa, mio padre ha cercato di controllare qualsiasi cosa nella mia vita, a volte credevo volesse quasi sostituirmi. Io facevo di tutto per compiacerlo e ci riuscivo anche. Poi però, a fine giornata, quando mi sdraiavo sul letto ed ero da sola, mi sembrava di non aver fatto nulla. Dopo una giornata piena di impegni, di studio, lavoro, sport, mi sentivo vuota. Io continuavo a vivere in quel modo e mi sembrava l’unico possibile. Solo una cosa non è riuscito a controllare.”
“Cosa?”
“Quello che si nascondeva dietro all’apparenza, quello che non gli ho mai mostrato. Ha una figlia, eppure non la conosce affatto. Lui pensa di sapere esattamente chi sono e quanto valgo, chi merito e chi devo lasciare indietro, ma non è così. Ed è triste, non trova? Mio padre non mi conosce perché so già che se lo facesse rimarrebbe molto deluso.”
“Perché mi dice queste cose?”
“Perché suo figlio ha avuto il coraggio di mostrarle chi è veramente, le ha consegnato sé stesso e se lei non lo accetterà, potrebbe perderlo per sempre.”
“Io… io non stavo parlando di mio figlio…”
“Ne è sicuro?”
Michele rimase in silenzio per un po’, poi le chiese: “Crede sia colpa mia, come dice Riccardo? Mio figlio, Giacomo, è tutto per me. Mi è crollato il mono addosso quando lo ha confessato davanti a tutta la famiglia. Io non gli ho detto niente, sono andato via.” Michele aveva gli occhi colmi di lacrime.
“No, non è colpa sua. Penso sia proprio sbagliato il concetto di colpa. I cambiamenti fanno paura, io la capisco se ha bisogno di tempo, ma invidio tantissimo suo figlio. Ecco, in questo è stato migliore di mio padre, ha insegnato a Giacomo ad essere coraggioso, a rivelargli chi è veramente. Io non ci sono mai riuscita.”
“Molte persone che conosco reagirebbero come Riccardo, e questo mi fa un po’ paura.”
“Lo so, ma a me fanno ancora più paura le persone che la pensano come quell’uomo. Lei non è così, non gli dia tutto quel peso.”
“Non ne avevo mai parlato con nessuno, non so perché lo stia facendo con lei”, le disse accennando un sorriso.
“Perché è più facile essere sé stessi con dei perfetti sconosciuti. Adesso devo proprio andare, la mia amica sta arrivando. È stato un piacere, Michele.” Gli strinse la mano e si voltò, lasciandosi quell’uomo alle spalle. Forse non lo avrebbe più rivisto, forse sarebbe stato solo un piccolo frammento, ma preferì credere che ne avrebbe sempre preservato il ricordo. “Cassandra?”
“Sì?”
“Grazie”, le disse.

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Martina Macrì

Studentessa ventiduenne di Lettere moderne. Ho la passione per la letteratura, l'arte, i viaggi e le serie tv. Scrivo fin da bambina, amo ordinare il caos che abita nella mia testa attraverso la scrittura. Quando scrivo mi sento me stessa e qualcun altro allo stesso tempo. Sono me stessa perché non riesco a mentire nell'esatto momento in cui i miei pensieri si tramutano in parole; sono qualcun altro perché, spesso, quando rileggo i miei scritti non ricordo di averli creati.

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