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Cent’anni di solitudine: magica immaginazione o romanzo storico?

Cent’anni di solitudine, il romanzo che ha reso famoso a livello internazionale Gabriel García Márquez, è stato catalogato dai critici europei nel genere del realismo magico. Questa definizione continua a indirizzare il lettore verso una chiave di lettura pericolosamente superficiale, in quanto il temine magico può prendere il sopravvento per i lettori meno attenti o semplicemente privi di conoscenze sulla storia colombiana e si corra il rischio di percepire l’intero romanzo pedante e insensato. Approcciarsi a questo romanzo non è quindi un’impresa facile,: gli argomenti, le chiavi di lettura, lo stile, la sua pubblicazione nel mondo creano tutt’oggi un grande dibattito letterario e culturale.

Cent’anni di solitudine racconta la storia centenaria della famiglia Buendia (sette generazioni) all’interno del villaggio colombiano di Macondo, anch’esso un protagonista del romanzo, del quale si raccontano la fondazione, il suo sviluppo e la sua decadenza.

La difficoltà più grande che il lettore “occidentale” si ritrova ad affrontare è sicuramente la ciclicità costante presente nel romanzo. I nomi dei componenti della famiglia Buendia ­– dal capostipite José Arcadio a suo figlio, il colonnello Aureliano ­– si assomigliano o si ripetono, tanto da necessitare un albero genealogico a portata di mano (presente nelle nuove edizioni Oscar Mondadori). A peggiorare il tutto sono le continue analessi e prolessi utilizzate dallo scrittore, un aspetto che il lettore europeo, abituato a romanzi realisti nettamente più lineari, fa fatica a comprendere rilegandolo semplicemente ad un artificio stilistico atto a creare suspance.

In Cent’anni di solitudine inizialmente il tempo va verso il futuro e contemporaneamente si muove all’indietro, da questo passato ritorna verso il futuro e poi di nuovo indietro, generando una natura circolare della temporalità, che è una natura sovversiva e rivoluzionaria. I lettori rimangono spiazzati e associano questa caratteristica a una concezione quasi magica del tempo, perché un caposaldo della cultura euro occidentale è proprio il concetto di tempo lineare. Un tempo che si muove da ora in avanti. Marquez spezza con il suo romanzo la tradizione del tempo lineare di ascendenza grecolatina e si affida al tempo circolare delle civiltà arcaiche spazzate via dall’arrivo dei conquistatori. Attraverso la rivoluzione del tempo recupera quindi un’immensa tradizione culturale, anteriore alla conquista spagnola, ripristinando un tempo della storia sudamericana.

Cent’anni di solitudine è un romanzo pieno di eventi prodigiosi, di personaggi che vivono più di cent’anni, elementi che la mente tradizionale del lettore europeo classifica come magici. Siamo abituati a leggere questi elementi in un tipo di letteratura che abbiamo chiamato fantastica, cioè non realista. A causa di tutti questi elementi quando questo romanzo è apparso in Europa, nel 1968, è stato interpretato inopportunamente, soprattutto a causa di una traduzione superficiale e invasiva.

Il soffermarsi su questi eventi prodigiosi ha fondato una lettura esotista di questo romanzo, che per alcuni lettori europei è stato proprio il primo approccio alla letteratura e cultura latinoamericana, formando in qualche modo il mito di una letteratura e una cultura capace esclusivamente di grandi voli dell’immaginazione, di grandi invenzioni, e perciò lontano dalla realtà e dal vero. Evento e processo culturale già avvenuto nel momento della sua scoperta e della sua conquista

Cent’anni di solitudine è quindi stato in grado di proporre nuovamente una dicotomia tra il pensiero e la cultura europea e il pensiero e la cultura latinoamericana. Da una parte gli europei con il loro dominio del logos, della razionalità, del discorso forte e dell’altra lo stereotipo dell’America latina: fantastica o, addirittura, magica. Le tradizioni colombiane presenti nel romanzo vengono ridotte ad assurdità, prive del rispetto dato ad esempio alle parabole della religione cristiana, composte anch’esse da elementi sovrannaturali. In America latina non c’è capacità di pensiero analitico, ma solo di produrre favole meravigliose: il regno della fantasia, non del pensiero.

Tuttavia, Gabriel García Márquez ha sempre affermato di appartenere al genere realistico, seppure leggermente diverso da quello tradizionale di stampo positivista, il suo è un realismo malinconico.

L’elemento autobiografico è ciò che più ci fa capire come dietro tanta apparente immaginazione ci siano, in realtà, tante tradizioni e tanta storia. Lo scrittore ha più volte confermato che gran parte delle vicende che racconta in questo romanzo sono le storie che gli raccontava suo nonno. Ciò che a noi può sembrare assurdo, per lui era famigliare, quotidiano, per niente eccezionale.

Il romanzo si apre proprio con la scoperta del ghiaccio, portato per la prima volta all’interno di Macondo, episodio che García Márquez ha vissuto in prima persona quando il padre l’aveva portato a vedere il ghiaccio da bambino. Nel romanzo il ghiaccio appare come qualcosa di magico, proprio perché mai visto prima e in pieno contrasto con la natura tropicale lussureggiante e le temperature calde e afose, alternate da lunghi periodi di pioggia.

«Molti anni dopo, davanti al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendia avrebbe ricordato quel pomeriggio remoto in cui suo padre l’aveva portato a conoscere il ghiaccio» -Cent’anni di solitudine

In Cent’anni di solitudine non troviamo però solo tracce di realtà che riguardano la verità autobiografica del suo creatore, ma anche episodi della storia colombiana. Il romanzo è un tessuto totalmente centrato su eventi salienti e laceranti della storia colombiana, tanto da poterlo accostare a un romanzo storico. García Márquez tesse analogie con la storia colombiana e la storia internazionale, prima fra tutti il declino della città di Macondo, vista inizialmente come un piccolo paradiso terrestre. Questa disfatta non può che denunciare un evento storico devastante per il Sud America e per la Colombia, l’imperialismo statunitense. L’inizio dell’apocalisse per Macondo e i suoi abitanti è determinato dall’arrivo della compagnia bananiera, una multinazionale realmente esistente nella storia americana e mondiale, la United Fruit Company.  La storia della Colombia, infine, può essere elevata alla storia degli assetti geopolitici del pianeta, rapporti di potere tra le potenze coloniali industriali, il cosiddetto primo mondo, e il secondo e terzo mondo, da sfruttare e da adattare a sua immagine e somiglianza.

García Márquez è riuscito, tramite la storia di una generazione e l’evoluzione di Macondo, a trasformare una narrazione apparentemente locale in universale. Solo superando i propri confini culturali si possono apprezzare gli eventi che hanno vissuto i membri della Famiglia Buendia e godersi il viaggio che lo scrittore è riuscito a costruire con il suo romanzo.

«Da tempo non leggevo più nulla che mi colpisse tanto profondamente, Se è vero, come dicono, che il romanzo è morto o si prepara a morire, salutiamo allora gli ultimi romanzi che sono venuti a rallegrare la terra. Leggere Cent’anni di solitudine è stato per me come udire uno squillo di tromba che mi svegliasse dal sonno. L’ho cominciato senza voglia e aspettandomi di essere sospinta indietro. Qualcosa ha incatenato la mia attenzione e sono andata avanti, avendo la sensazione di procedere in una boscaglia fittissima e verde, piena d’uccelli, di serpenti e d’insetti. Dopo averlo letto m’è parso d’aver seguito un volo d’uccelli rapidissimo e sterminato, in un cielo di incalcolabili distanze dove non c’era consolazione se non l’amara e corroborante coscienza del vero». -Natalia Ginzburg

di Federica Ventura

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