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Giovanna d’Arco, un soldato che combatte per la libertà

Giovanna d’Arco non fu solo una sedicente mistica o un soldato scellerato, fu molto di più. A diciassette anni guidò un esercito e ribaltò le sorti della Guerra di Cento Anni.

Sono un soldato.
Sono un soldato che chiede acqua.
Non chiedo altro per placare l’arsura di una gola che ha emesso troppi gridi di battaglia, in preda a euforia isterica di fronte al nemico, ma che ora, invano, invoca pietà.
Mi aggrappo disperatamente a quel pensiero, ormai volto sbiadito nella mente, che compare più nitido solo nei sogni, da cui per tanto tempo ho attinto forza.

Ecco, lo vedo. È bellissimo. Non parla: mi osserva. I Suoi occhi, verde cupo, conficcati nei miei.
Mi comparve per la prima volta quando ero bambina, inconscia di dove mi avrebbe portato quello sguardo.
«Va’ Jeanne. Parla con il Delfino e libera Orléans dall’assedio degli inglesi».
Questo il comando, questa la missione.
A diciassette anni io, la Pulzella di Lorena, portai il messaggio inviatomi a Charles de Valois, allora Delfino, ma presto unico re di Francia.
Non senza diffidenza nei miei confronti, fui messa a capo di un grande esercito e liberai Orléans, da sei mesi assediata dagli inglesi.
A quale prezzo fu nostra la vittoria!

Impressi nell’anima atroci lamenti, grida disperate di cadaveri semoventi, bramosi di aggrapparsi all’ultimo soffio di vita, prima di spirare sotto il peso di una gelida, sudicia veste di ferro.
Il mio compito era terminato e il Delfino divenne monarca.
Tuttavia, a Lui ciò non bastò: dovevo liberare la Francia dagli inglesi.
Con la morte nel cuore per le future vite stroncate, esortai Charles ad affidarmi nuovamente un’armata per liberare Parigi dagli anglo-borgognoni, ma non capii che ormai la Pulzella di Orléans non gli occorreva più; senza i rinforzi l’attacco fu vano.

Tempo dopo, quando fui disarcionata e fatta prigioniera dai borgognoni a Compiègne, tutto fu perduto: mi aggrappai all’ossessione dei Suoi occhi, unica fonte di salvezza da quell’inferno.
Mi credevano una strega inviata da Satana, così fui inquisita e torturata; esaminati i verbali degli interrogatori, fu emesso il verdetto: l’eretica sarebbe arsa tra le fiamme.
Alle prime luci dell’alba di domani sarò cenere nel vento.

È il cuore di una notte senza luna. Sono immobile, schiacciata da catene che m’inchiodano su un giaciglio adatto a un porcile.
A che cosa è servita questa mia vocazione al trionfo e al pianto? Le speranze, la gioia di averTi servito.
Ho rinunciato alla vita per dedicarmi solo a Te, e al Tuo volere. Rispondimi!
Quanto avrei desiderato conoscere l’amore, esserne parte. Sguardi descritti dai poeti, colmi di un sentimento che, pervadendo per la prima volta, stravolge in un turbinio di emozioni.
Vorrei sentirmi amata, avere accanto qualcuno che possa sollevarmi dalla condanna, un tempo apprezzata, di vivere in solitudine.
Perdermi nell’infinito di occhi differenti dai Tuoi, anche se un tempo credevo di amarTi.

Non sono più in grado di comprendere, di sondare la mia anima come facevo durante le notti insonni sul campo di battaglia, per dare risposte alle questioni che mi assillavano.
Forse Ti amo ancora, forse da sempre, forse non l’ho fatto mai, era solo un’ossessione.
Tremo, vessata da conati di vomito causati da atroce angoscia, terrore. Vedo fiamme ovunque, narici impregnate di fumo, legno che si consuma sotto i miei piedi arroventati.
Ghigni di aguzzini, volti gioiscono alla vista del lento liquefarsi di carne, il ruggito del fuoco che divampa, che mi smembra.

La casa a Domrémy, mia madre fila la lana; Catherine e io ai piedi dell’Albero delle Fate intrecciamo ghirlande di fiori e il piccolo Pierre, sempre più paffuto, ci osserva attento.
Quanto invidio mia sorella per i lunghi capelli biondi e la dolcezza che dimostra in ogni situazione; quando sarò grande, diventerò bella come lei, anzi di più: tutti ammireranno Jeanne d’Arc, la più splendida fanciulla di Lorena.

Colgo un giglio e lo fisso tra i capelli. «Guarda Catherine! Sono una regina». Ride e i raggi del sole di maggio le colorano i capelli di sfumature dorate rendendola ancor più bella.
Corro a perdifiato senza meta, profumo di lavanda, talmente intenso da essere fastidioso; le risate, le campane vespertine: tutto si sussegue. Sfinita, mi sdraio su un prato.
Passi veloci e comuni: Jean. Lo osservo: ha qualcosa di strano. I suoi occhi: non sono azzurri come quelli di nostro padre, sono verdi. Sì: verde cupo e…profondo.
Ride. Mi carezza la guancia.

«Sveglia! Avanti svegliati!»
Sgomenta mi desto da quell’ultimo sorso di vita. Dinanzi a me una guardia dal volto sfigurato da cicatrici, dolorosi trofei di mille battaglie, mi scruta con aria maligna.
Ignorando le sue imprecazioni lascio in catene quel giaciglio che ha accolto l’ultimo barlume di serenità della vita di un soldato mandato da Dio e seguo l’animale alla mia destra, che mi conduce all’atroce focolare di una pena illegittima.

di Maria Baronchelli

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