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Clubhouse: il social elitario di cui non avevamo bisogno

Dove c’è polemica non possiamo che esserci noi, e in questi giorni non c’è polemica migliore di quella che ruota intorno al nuovo social network: Clubhouse.

Niente messaggi, chat, video o immagini. Niente che abbia a che fare con Facebook, Twitter o Instagram. Clubhouse è un social che si basa totalmente sull’uso della voce, solo conversazioni in tempo reale che implicano una vera e propria comunicazione orale. Qualcosa che non avevamo ancora visto, ben diverso dagli audio su Whatsapp, ma che come tutte le cose nuove, ovviamente, è già sulla bocca di tutti. Bocche che però non sono troppo entusiaste.

La società è divisa in due: chi inneggia all’esclusiva trovata comunista e chi, invece, impazza per ricevere un invito e scoprire finalmente come funziona il nuovo social. Sì, perché per iscriversi e accedere a Clubhouse bisogna necessariamente essere invitati da qualcuno che era già in possesso delle credenziali per accedervi, eppure gli inviti a disposizione della singola persona sono comunque limitati. Di conseguenza, non potremo invitare tutti gli amici che vorremmo e non tutti potranno accedervi.

Non finisce qui. Perché l’applicazione non è ancora stata creata per utenti Android, ma solo per chi ha un telefono Apple. O ti compri un iPhone o non potrai mai accedere a Clubhouse (o almeno finché non compri un altro telefono). Bella trovata, per un programma che ha già nello stesso nome una dimensione sociale.

Allora, qual è il senso di aver creato un social per niente social? Apparentemente nessuno. Una piattaforma dalle funzioni limitate con un accesso limitato, anche se ancora non è chiaro per quale motivo sia stato impostato così. Che l’intenzione fosse quella di creare uno strano “senso di appartenenza” o semplicemente di rompere un po’ le balle, quest’aria di esclusività che aleggia intorno a Clubhouse comincia a stare stretta.

Perché dare vita a qualcosa di gratuito, ma a cui non ci è concesso accedere? Perché anziché fare passi avanti dobbiamo continuare a marciare all’indietro, escludendoci a vicenda? In un mondo in cui continuiamo a cercare l’inclusività, la capacità di andare d’accordo e di smussare gli angoli, perché creare una élite di pochi privilegiati? Avevamo davvero bisogno dell’ennesimo strumento di discriminazione?

La risposta è, inevitabilmente, una sola: no. Per le conversazioni orali in tempo reale abbiamo ancora le care vecchie telefonate, tutto il resto è superfluo.

di Gaia Rossetti

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