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Collodi e l’importanza di Pinocchio

Carlo Collodi, scomparso il 26 ottobre 1890, è stato uno scrittore italiano che ha dedicato il proprio talento a un pubblico giovane e inesperto. Lo conosciamo soprattutto per l’opera che ha sancito il suo successo: “Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino.” La biografia di Collodi, anche se il suo vero cognome era Lorenzini, è densa di opere per adulti e per ragazzi, che restituiscono al mondo un’immagine di esso che spesso non riusciamo a vedere.

I bambini raccontati da Collodi sono imperfetti, pieni di difetti, ancora alle prese con una vita di errori e bugie, proprio come i bambini veri, i primi lettori delle sue storie. È a loro che si rivolge, affinché si riconoscano e imparino a conoscersi. Ma è davvero così?

Pubblicato per la prima volta a puntate nel “Giornale per i bambini”, la storia di Pinocchio venne interamente pubblicata nel 1883. Nella prima versione l’autore fece morire Pinocchio appeso a un albero. A seguito delle numerose critiche, decise di continuare la storia per regalare ai bambini il lieto fine.

La maggior parte di noi conosce la storia di Pinocchio grazie ai molti film ispirati al romanzo e alle versioni per bambini che continuano a circolare. La versione originale, però, contiene dei dialoghi e una caratterizzazione dei personaggi molto diversa rispetto a quello che vediamo all’interno dei film. La fatina presente nel libro viene descritta come il fantasma di una bambina morta, molto diversa dall’immagine presentata nei film. Ci si chiede, leggendo il romanzo, se questa sia davvero una storia per bambini o se invece contenga spunti di riflessione e vicende più adatti a un pubblico adulto.

Dall’incipit si evince che i lettori pensati da Collodi siano i bambini:

“C’era una volta…
– Un re! – diranno subito i miei piccoli lettori.
No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno. Non era un legno di lusso, ma un semplice pezzo di catasta, di quelli che d’inverno si mettono nelle stufe e nei caminetti per accendere il fuoco e riscaldare le stanze.”

L’opera di Pinocchio ha trasformato il genere della fiaba, che qui non mette al centro un eroe e le sue grandi gesta, non c’è il classico antagonista con cui lottare. C’è un padre, Geppetto, che l’ha costruito. Un figlio che non sa come essere tale; una fatina diversa dal solito. Non è solo una fiaba per bambini, perché forse serve uno sguardo adulto per comprendere tutto quello che si cela dietro il romanzo di Collodi. Un romanzo di formazione, che vede la trasformazione di un pezzo di legno in burattino e di un burattino in un bambino vero, la trasformazione di un atteggiamento, di un rapporto padre-figlio che si sta ancora costruendo. L’infanzia descritta e raccontata dall’autore non è felice e serena, ma caratterizzata da sofferenza, miseria, ingiustizie. È presente il contrasto tra il senso di colpa di Pinocchio legato all’errore commesso e la ripetizione dello stesso. Sa di aver sbagliato, ma continua a farlo.

Dalla storia di Pinocchio un bambino può apprendere l’importanza dello studio, della verità e dell’ubbidienza. Un adulto può leggere l’allegoria di una società connotata sempre dagli stessi meccanismi.

L’opera di Collodi può essere letta in modi differenti, e ognuno di questi ci regala qualcosa di diverso. Ci dà la possibilità di apprendere, soffrire, sorridere e interpretare a modo nostro. Non è forse questo il senso della lettura? Essere noi lettori i protagonisti di un testo che non cessa mai di evolversi.

 

 

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