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Di femminicidio e salute mentale: quando è necessario fare dietro front

Poco più di una settimana fa abbiamo assistito a un fatto gravissimo, ma ancor più grave è stata la fuga di notizie errate e ingiustificate da parte delle principali testate nazionali. L’ennesima prova che il giornalismo sono in tanti a farlo, ma solo pochi sanno farlo come si deve.

Il fatto in questione è l’assoluzione di Antonio Gozzini, il settantenne che un anno fa a Brescia accoltellò la gola della moglie Cristina Maioli causandone l’inevitabile morte. Non è tanto il motivo dell’assoluzione a creare quel fastidiosissimo brusio di sottofondo originato dalle voci di chi vuole a tutti i costi dire la sua, ma la terrificante interpretazione che ne è stata, ingiustamente, data. Secondo i giornalisti, infatti, l’uomo sarebbe stato assolto per “delirio di gelosia”, che lo avrebbe reso incapace di intendere e di volere e dunque degno della semi infermità mentale. Niente di più erroneo.

“Era in preda a un evidente delirio da gelosia che ha stroncato il suo rapporto con la realtà e ha determinato un irrefrenabile impulso omicida” affermano, con poca attenzione alla scelta dei vocaboli, il consulente dell’accusa e quello della difesa. Quello che, però, non riesce a trapelare dall’insensata fuga di notizie tipica del nostro paese è il problema all’origine della sua incapacità di intendere e di volere. Perché sì, in questo caso non si può dire che l’uomo sia stato assolto perché accecato da quella gelosia che in troppe occasioni ha mietuto milioni di vittime, ma è stato accertato che fosse affetto da un totale vizio di mente, che prescinde dunque dall’eventuale gelosia.

Il signore è affetto da diverse patologie psichiatriche che lo hanno reso al momento del fatto totalmente incapace di intendere e di volere, e in questi casi l’articolo 88 del codice penale impone l’assoluzione perché il soggetto incapace per infermità (malattia, per i meno avvezzi) mentale totale non è imputabile in quanto, appunto, non poteva rendersi conto delle sue azioni e non ne aveva il comando come una persona sana. Numerose perizie hanno accertato la malattia dell’imputato, comprese quelle effettuate dai consulenti dell’accusa. L’assoluzione, contrariamente a quanto si pensi, non significa che ora l’omicida sia libero di scorrazzare in giro perché, nonostante non sia imputabile, rimane comunque un individuo pericoloso proprio a causa di quella stessa malattia per cui è stato assolto. Per questo è stato sottoposto a una misura di sicurezza e trasferito in una struttura apposita, dove sarà controllato e assistito.

La gelosia non c’entra nulla. Anzi, la giurisprudenza la considera un’aggravante, una circostanza che dunque determina l’aumento della pena, nel caso di soggetti sani. Quindi, quei titoli scritti da sciacalli mal interpretando parole mal pronunciate non hanno fatto altro che aizzare ancora una volta gli animi degli attivisti contro un problema REALE, persistente, a causa però di fatti irreali, manipolati. In questo episodio, quel femminicidio che da decenni cerchiamo invano di combattere non c’entra assolutamente nulla, e gli attivisti hanno solamente svilito un problema altrettanto reale e persistente: l’infermità mentale.

È importante qui fare una distinzione: un attivista può essere tratto inizialmente in inganno al pari di una persona comune, che leggendo questi titoli terrificanti resta interdetta e decisamente infuriata, quindi potrebbe agire in buona fede e scrivere o parlare con rabbia della vicenda per come l’ha compresa. Ma quando, in un secondo momento, approfondendo ci si rende conto di aver contribuito a divulgare una notizia falsa, è immorale decidere consapevolmente di sfruttare l’evento perché ha generato likes e consensi. Soprattutto poiché questa notizia contribuisce a colpire una categoria già marginalizzata come quella delle persone affette da patologie psichiatriche. Si tratta di vere e proprie malattie, non scappatoie per evitare un processo. Quella scenetta che ci piace tanto dell’avvocato che dice al cliente “chiederemo l’infermità mentale” esiste solo nei film, non viene pronunciata in ogni singolo processo giudiziario. Tantomeno in quello di Antonio Gozzini.

Per alzare la bandiera del femminicidio abbiamo deciso di stracciare quella altrettanto importante e meno “pubblicizzata” delle patologie psichiatriche, relegandole per l’ennesima volta a un tabù vuoto e ininfluente, privo di qualsiasi significato. Dovremmo avere più rispetto di questo tipo di malattie, non demonizzarle e utilizzarle come armi per le nostre battaglie. Dovremmo essere maturi abbastanza da comprendere quando fare un passo indietro e quando invece andare avanti con le nostre azioni e i nostri ideali. Eppure, questo processo ci ha dimostrato ancora una volta che la strada da percorrere è fin troppo lunga.

di Gaia Rossetti

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