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Di quella volta in cui abbiamo perso l’ennesima occasione per stare zitti

Che strano animale l’essere umano. Un saggio una volta disse che ciò che distingue l’uomo dalla bestia è la parola, ma la parola è anche ciò che distingue le bestie fra gli uomini. Ebbene, io non credo sia così, io credo che a distinguere l’uomo dalla bestia sia lo spirito critico. Quello che a volte ci manca, quello in cui a volte eccediamo. E ci capita spesso, ormai, di eccedere in spirito critico. In tempi così difficili, in cui un giorno ci improvvisiamo virologi e quello dopo politici o giuristi, molto spesso perdiamo il senso della misura e tiriamo fuori giudizi esagerati, non calcolati, che non corrispondono alla realtà.

Così Detto Fatto, il programma in onda su Rai2 condotto da Bianca Guaccero, ha deciso di insegnare a noi donne come si fa la spesa. Come se, in una società patriarcale come la nostra, in fondo, non lo sapessimo già fare. Una scelta certamente di dubbio gusto, quella della rete televisiva, che dopo aver voluto insegnare ai giovani a fare sesso se ne esce con un libretto d’istruzioni degradante, osceno, meschino. Come se non bastasse, nella giornata contro la violenza sulle donne. E noi come abbiamo reagito?

Ve lo dico da spettatrice, ma anche un po’ da amica. La spesa con i tacchi ha cancellato la storia di un programma frivolo, sì, ma che nella sua quotidianità ha sempre difeso le donne di qualsiasi fisicità, colore, taglia, aspirazione. Che fossero alte, basse, belle, brutte, bionde o more, le donne in tutta la loro universalità e umanità sono state le protagoniste indiscusse di otto anni di storia del programma. È bastata una pagina infelice per cancellare tutte le altre: una decina di minuti sbagliati hanno travolto nove anni di un programma che, in ogni puntata, ha visto valorizzare donne di taglia 50, donne di sessant’anni, in bikini, in tuta, in abito da sposa, truccate e struccate, donne sfortunate, donne che si sono ritrovate a convivere con problemi veri che in molti altri canali televisivi non hanno mai avuto spazio o voce.

Parliamo di revenge porn e di slut shaming come se fossero il nostro pane quotidiano (e purtroppo lo sono davvero), ma mentre inneggiamo alla parità di genere attacchiamo una pole dancer con i tacchi che ha fatto una gag in tv. Una gag mal riuscita, questo è certo, ma vogliamo dimenticarci del discorso di Diletta Leotta a Sanremo sulla bellezza? Di cose tremende la tv è piena, solo che noi ce lo dimentichiamo ogni volta.

C’è stato un evidente problema di linguaggio e di codici verbali e non verbali della comicità: se al posto di quella ragazza ci fosse stata una donna di settant’anni, una donna con un fisico non conforme, un uomo, una persona che conosce bene le parole della comicità le nostre reazioni sarebbero state molto diverse. È un’ancella del patriarcato? Non credo proprio. Non dimentichiamoci che sul quel palco, a farci quella figura che abbiamo ormai commentato fino allo sfinimento, c’erano due donne adulte che sono state ingiustamente insultate, vittime di una violenza verbale che sicuramente nessun uomo al posto loro avrebbe ricevuto. Vogliamo la parità dei sessi? Bene, trattiamo tutti alla stessa maniera allora. Ricordiamoci che quelle donne hanno solo mostrato un modello di donna in cui magari non tutte ci riconosciamo e che contestiamo, ma che ha la stessa dignità e libertà di chiunque altra. A prescindere da come sia vestita, a prescindere da come vada al supermercato.

Io me la ricordo Elisa d’Ospina – con la sua taglia 48 e i suoi capelli meravigliosi –  intenta a spiegare alla Balivo come ogni donna dovrebbe vestirsi per esaltare al meglio i suoi pregi. Perché sì, la d’Ospina ha sempre parlato di pregi, mai di difetti. Me lo ricordo Giovanni Ciacci che commentava i look di Meryl Streep sulla passerella degli Oscar, senza mai dire niente di brutto sugli outfit di Chiara Ferragni, nemmeno quando di bello non avevano nulla. Me la ricordo Alessandra Rinaudo che faceva indossare i suoi deliziosi abiti da sposa a donne che stavano per sposarsi e che, in un programma registrato qualche giorno prima della messa in onda, toccavano con mano forse per la prima volta la felicità. E noi, per otto minuti di scempio, abbiamo messo al bando tutto questo.

Quando si diceva che gli uomini single andavano a rimorchiare nel reparto detersivi stavamo zitte e ridevamo, perché rimorchiare al supermercato ci sembrava particolare, ma ci faceva sorridere. Se però oggi a rimorchiare al supermercato non sono più gli uomini, ma noi donne, ecco che diventa un insulto sessista. Come se invece cercare l’anima gemella su Tinder o Bumble fosse più dignitoso, quando vediamo le vostre foto in mutande e reggiseno per beccarvi qualche “swipe” in più.

Facciamo una cosa bella, ma bella davvero: rimorchiamo dove ci pare, come ci pare, vestiti come ci pare. Piantiamola di voler insegnare alla gente come vivere la propria vita, facciamoci i fattacci nostri e scegliamo solo per noi stessi. Che a scegliere per gli altri, ci pensano già loro.

Poi non so voi, ma io, potendo uscire di casa solo per comprovate necessità e con l’autocertificazione, i tacchi me li metto proprio per andare al supermercato, pur di tirarli fuori dall’armadio. E mi trucco anche. Perché la vita è troppo breve per vestirsi male, e guai a chi mi dice qualcosa (o ci prova con me, sono felicemente impegnata e rimorchiare gente non è esattamente fra i miei obiettivi).

di Gaia Rossetti

(Chiedo scusa a Diletta Leotta per tutte le volte in cui la cito, non essendo mai stata da me interpellata per parlare delle sue qualità, ma solo presa a esempio per cose che proprio non mi vanno giù. Scusa, Diletta, ma sono certa che se mi conoscessi non ti piacerei nemmeno io).

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