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Dino Buzzati e l’inefficacia dell’attesa

Dino Buzzati e l’attesa viaggiano insieme nell’immensa produzione letteraria dell’autore, dove trovano spazio ambientazioni surreali e personaggi fantastici.

Oltre ad avere in comune mistero e scenari talvolta inquietanti, i romanzi e i racconti di Dino Buzzati ci fanno respirare atmosfere pregne di attesa. Un’attesa che si declina in modi diversi di storia in storia, lasciandoci talvolta spiazzati, talvolta con l’amaro in bocca.

E così, i personaggi nati dall’ingegno buzzatiano si auto-sabotano, o subiscono la vita senza che nessuna delle loro azioni possa cambiare un destino già segnato. Attendono invano che qualcosa cambi, nella ripetizione incessante di atteggiamenti controproducenti.
Spesso solo la morte riesce a liberarli da una vita di schiavitù e inettitudine, annientando una volta per tutte l’estenuante attesa.

 

Il deserto dei Tartari 

Dino Buzzati e l'inefficacia dell'attesa

Il malato meccanismo della Fortezza

Pubblicato nel 1940, Il deserto dei Tartari ci accompagna nell’ambientazione militare della Fortezza Bastiani, al limitare del deserto. Giovanni Drogo, giovane tenente che deve prestare servizio nella “solitaria bicocca”, desidera sin da subito fare ritorno a casa.
La Fortezza risulta inospitale ma ipnotica nella sua fissità, spezzata solo dal cammino delle sentinelle lungo le mura. I soldati si comportano come automi, stregati dalle rigide abitudini imposte dall’alto.

Vivono tutti nell’attesa dei Tartari, leggendari nemici che potrebbero presentarsi da un momento all’altro, oppure mai. All’inizio del romanzo conosciamo un Drogo disilluso, quasi incredulo per la vita condotta dai suoi compagni. Ben presto, però, si ritrova egli stesso intrappolato nel malato meccanismo, tanto che aspettare i nemici diventa l’unico motivo per cui continuare a vivere.

Il tempo sospeso

Dino Buzzati lascia che il suo protagonista viva trent’anni di inutile attesa. Drogo vede alcuni colleghi morire, altri congedarsi. Il tempo alla Fortezza sembra sospeso, forse nemmeno si rende conto di quanto ne è passato.
A poche pagine dalla fine del romanzo, finalmente si stagliano in lontananza le figure minacciose dei Tartari. Drogo ha una malattia al fegato che lo costringe a letto, e viene allontanato mentre i compagni rimangono per il tanto atteso scontro. Ed è proprio in questo momento che cogliamo l’inefficacia dell’attesa di Drogo. Pur avendo aspettato, non gli sono stati concessi vittoria, gloria o riscatto. Dolore e frustrazione si fanno strada nel suo cuore mentre viene portato in una locanda, distante da tutto ciò che ha desiderato per anni.

Abbiamo già accennato di come i personaggi buzzatiani, spesso, trovino liberazione solo nella morte. Ed è proprio nel letto di un’anonima stanza, mentre guarda le stelle, che Drogo si addormenta in pace. Chiude gli occhi per l’ultima volta, cullandosi nell’illusione di essere comunque morto da eroe solitario, finalmente libero da ogni attesa.

 

Le mura di Anagoor 

Una città leggendaria

Diverso il destino del viaggiatore di questo racconto, pubblicato per la prima volta sul Corriere della Sera nel giugno del 1954. Egli, giunto nel Tibesti, scopre l’esistenza di una città misteriosa, circondata da immense mura che si estendono per chilometri e chilometri: è Anagoor, luogo leggendario che non compare su nessuna cartina geografica.
E sono centinaia le persone accampate di fronte alle mura, che attendono giorno e notte l’apertura delle porte, desiderosi di essere accolti nella città.

Il protagonista si dimostra scettico di fronte alle storie della guida indigena che lo accompagna, Magalon. Quest’ultimo racconta di un viandante, ignaro delle leggende legate alla città e in cerca di un rifugio. Quella volta le porte gli erano state aperte, forse proprio perché l’uomo non era in attesa di nulla.

L’inutile attesa della felicità

Sin da subito possiamo intuire la metafora nascosta in quest’opera di Buzzati: Anagoor è la felicità che l’uomo insegue e brama, pensiero fisso che non lascia spazio a nient’altro. E il viandante ricordato da Magalon nella sua storia, nient’altro è che un essere libero da ogni aspettativa, a cui le porte erano state aperte senza che lui avesse dovuto attendere o farsi notare.
Il cinismo iniziale del protagonista potrebbe indurci a pensare che lui sia più simile al vecchio viandante che ai tanti raggruppati di fronte alle mura. Invece, con un inaspettato colpo di scena, Buzzati lascia che si accampi insieme agli altri per ben ventiquattro anni.

Inutile dire che l’attesa risulti vana, poiché nessuna porta si apre per il nostro viaggiatore. Torna a casa sconfitto, e la liberazione, questa volta, non è racchiusa nella morte, ma nella scelta volontaria di lasciare il deserto: dopo anni di passiva attesa, finalmente torna padrone della propria mente e, forse, della propria felicità.

 

L’uomo che volle guarire

La preghiera come soluzione

L’inefficacia dell’attesa si declina in modo ancora diverso in questo spiazzante racconto del 1952. L’uomo che volle guarire è la storia di un giovane lebbroso, Mseridon, incapace di rassegnarsi alla malattia. Arrivato da poco nel lebbrosario della città, non smette di pensare alla sua precedente vita di nobile cavaliere, alle belle donne, all’allegria cittadina e a tutte le ricchezze a cui ha dovuto rinunciare.

Desideroso di poter tornare indietro, prega ogni giorno, senza mai fermarsi, arrivando esausto a fine giornata. Inaspettatamente per tutti gli abitanti del lebbrosario, Mseridon comincia a guarire grazie alla preghiera: tutti i segni lasciati sul suo corpo dalla lebbra svaniscono, fatta eccezione per una piccola crosta sul mignolo del piede. A questo punto, Mseridon arriva a pensare che il suo metodo funzioni, e che il problema sia l’intensità della sua applicazione. Riprende la preghiera per altri lunghi mesi, finché non risulta totalmente guarito. Gli vengono aperte le porte del lebbrosario perché possa tornare a casa, e il lettore si culla nella speranza che, per una volta, l’attesa sia stata ricompensata.

L’attesa che sconvolge la percezione

Buzzati ha altri piani per Mseridon: egli si affaccia per guardare il mondo che ha lasciato tempo prima, ma tutta la bellezza è come svanita. Al suo posto, palazzi fatiscenti, povertà e miseria. Giacomo, il più vecchio e saggio tra i lebbrosi, gli spiega che egli non vede più la vita con gli occhi di prima.

Da gentiluomo è diventato santo, e i beni materiali che tanto lo appagavano ora non lo soddisfano più. Il ragazzo si rassegna a vivere nel lebbrosario il resto dei suoi giorni. Siamo di fronte a un nuovo tipo di attesa inefficace: il protagonista riesce a raggiungere lo scopo grazie alla propria pazienza, ma è solo in parte realizzato. Una volta guarito, la sua visione del mondo non gli consente di vivere felice nel mondo conosciuto prima della malattia. Tutte le energie impiegate risultano vane. Il risultato è controproducente, anche se Mseridon si impegna attivamente e investe tutto il proprio tempo nella preghiera.

 

Dino Buzzati e l'inefficacia dell'attesa

 

Conclusioni 

Tempo sprecato, esistenze vuote, percezioni sconvolte: queste le sfumature dell’inefficacia dell’attesa, che rendono molti personaggi di Buzzati inetti auto-sabotatori. Ma c’è qualcosa di più: la paura di uscire da schemi familiari, dalla zona di comfort che ci siamo scelti, in una ripetizione continua di azioni senza efficacia. Dino Buzzati parla ai molti che, pur di non interfacciarsi con il cambiamento, preferiscono fallire e cullarsi nell’attesa.

 

di Martina Marotta

 

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