Dove Tutto Tace

“E poi?” proprio come avresti detto tu.

Poi mi sono imbarcato su questo aereo che ora vola veloce, verso dove? Non lo so ancora, non esattamente, il biglietto che ho preso è per Tromsø, comunque, l’importante è andare lontano. Salendo sull’aereo ho subito sentito il cambio di temperatura dato dall’aria condizionata, quella che ti impone di indossare una felpa invernale anche in pieno agosto. Sono qui seduto al mio posto, a fianco uno sconosciuto che legge un improbabile rivista scritta in norvegese. È un uomo di mezz’età con una viso noioso, privo di personalità, certamente non interessante come compagnia durante questo viaggio. Potrei addormentarmi ma il decollo ha creato un senso di vuoto nel mio stomaco, quasi da far male. Chiudo gli occhi, tirando la testa all’indietro espirando, e mi tranquillizzo.

Rimango così qualche minuto, col cervello spento, prestando attenzione solo al susseguirsi delle nuvole. Oltre il finestrino il mio passato finisce, si allontanano anche i paesi dell’hinterland, adesso ci sono solo io, l’azzurro del cielo e il nulla, anche le nuvole sono sparite. Slaccio la cintura e mi alzo per andare in bagno, passo attraverso i sedili dell’aereo, le altre persone sono tutte sedute. Le osservo. C’è differenza tra a me e loro, potrò avere qualche anno di meno o di più, a seconda della fila, ma percepisco l’abisso che ho nei loro confronti e che me li rende totalmente distanti, veniamo da mondi diversi. Mi accorgo che una ragazza mi sta guardando, anzi mi sta proprio fissando, conosco bene quel tipo di sguardo. E io ricambio l’occhiata, hai visto com’è intenso il mio guardarti? Però mi volto e continuo la mia strada.

Andrea

Quando torno al mio posto noto che l’uomo privo di personalità dorme beato ma, prima di svegliarlo e di chiedergli di farmi spazio per raggiungere il mio posto finestrino, continuo a guardare i pochi passeggeri intorno a me. Li spio, alla ricerca di qualcosa che possa destarmi curiosità, anche se per il mio presuntuoso giudizio vedo solo banalità. Forse la stessa che vedono anche loro ne miei confronti, quindi resto in piedi, su questo aereo diretto il più lontano possibile da ciò che gli altri mi hanno obbligato a chiamare casa.

Una volta seduto mi incupisco, la mia vita chiede un bilancio ormai da molti mesi, una parte della mia anima mi presenta il conto: che cosa ho in mano in questo momento? Non ho affetti, non ho più un amore, non ne posso più di dubitare della “mia” città: non sopporto più la vista delle campagne che la avvolgono, delle estati di afa e zanzare, convivo con questa consapevolezza che non potrò scappare in eterno, il corpo e l’anima prima o poi mi chiederanno una tregua. E poi? Voglio allontanarmi da questo buio che mi ha riempito l’anima, cerco fuori da me un’uscita, mi voglio perdere in qualcosa che mi dia voglia di vivere: forse questo cielo azzurro, il mare e questo vento fresco nelle ossa. Mi risveglio con la testa appoggiata al finestrino che inizia a vibrare per la discesa, sono quasi arrivato a destinazione. Giusto il tempo per una rosicchiata di unghie.

Città

È sera, ho finito da poco di cenare, passeggio, osservando la gente, metto in atto il mio solito gioco: cogliere le informazioni da quei visi, l’animo positivo o la tendenza al pessimismo; usando gli altri come specchi il passo successivo è l’introspezione. A volte mi sento come un astronauta. Atterrato su un pianeta che non è il suo. Nato con tutta questa sensibilità, che oramai mi appartiene e mi condanna ogni giorno. Sento tutto, anche le cose che non voglio. Un fiore sconfitto da un temporale, un animale solo che non ha voce, un colore diverso nel cielo, un sorriso sincero e più sentito, un diritto negato, una parola diversa in mezzo a tante parole anonime. Ci metto quasi sempre troppo cuore, in ogni cosa che faccio, in ogni giorno che vivo, in ogni sogno che inseguo. Quando sbaglio, sbaglio tanto, sbaglio troppo, sbaglio più di quanto io non voglia. E in tutto questo vago, come quell’astronauta atterrato su quel nuovo mondo, sperando di trovare la sua meta stabile e la certezza di un’aria più pulita per slacciare il suo casco, dimenticandolo nel campo più vicino, insieme ai suoi pensieri nella quiete notturna. Dove tutto tace. Dove il mondo dorme. Ma lui è vivo, e sente anche tappandosi le orecchie.

Ho dormito a lungo e profondamente, al mattino il malumore è un ricordo ormai lontano, sono contento di essere qui, questa città ha un buon odore. Dovrebbe essere una giornata serena, il cielo è limpido e non c’è un alito di vento e io mi incammino verso porto. Mi rendo conto che la pianura da cui provengo qui bisogna immaginarsela, è un’astrazione. Le tristi pagine della nostra cronaca interna qui non arrivano. Per fortuna o purtroppo devono già far fronte alla loro. Davanti a questo mare la gente balla e non è mai stanca, come questo sole che fa fatica ad andare a dormire, sceglie le ore più improbabili per addormentarsi. E io rimango immobile, verso questo orizzonte così aperto che fa saltare tutte le geometrie. Lo ammiro perché oltre a questo non c’è niente da fare, c’è solo da esistere.

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andreasieperso

Pianeta Terra
Trent’anni all’anagrafe. Biologo su un pezzo di carta. Ha un passato come musicista nella scena punk italiana. La sua esperienza lavorativa spazia in molti campi, le uniche sua costanti sono il disegno, la scrittura e la cucina vegetariana.

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