E se…Marco non se ne fosse andato?

“Marco se ne è andato e non ritorna più”
Tralasciando la giusta dose di empatia e compassione per la vedova sentimentale Laura Pausini, scaricata malamente, che a causa di questo trauma post infantile ha portato alle lacrime una gran parte delle adolescenti di un paio di generazioni e più, mettendo a ferro e fuoco qualche decade di musica italiana, non ditemi che nessuno di voi si è mai chiesto “ma chi ca**o era sto Marco?”, “Perché è scappato?” e, soprattutto “ma Laura non c’è era dedicata alla Pausini?” (ma questa, come direbbe Federico Buffa, o come direbbero gli Autogol, penso di non notare più la differenza, è tutta un’altra storia).

Personalmente mi sono sempre chiesto che cosa sarebbe accaduto se il buon caro e vecchio Marco, amato dai karaoke di tutta Italia, ma odiato dai polsi e dalle vene di migliaia di ragazzine (e odiato anche dagli altri Marco che, poveracci, ogni volta che lasciavano qualcuna si trovavano qualcuno a cantare “Marco se ne è andato e non ritorna più”), non se ne fosse mai andato?

Laura si sveglia, si volta e Marco, giovane aitante e pieno di vita, per quanto già segnato da un principio di calvizie, respira accanto a lei, mentre gli addominali si sollevano lievemente uscendo da una maglietta attillata appena rimessa. Laura è felice.
Passano gli anni, i lustri, le decadi, Laura guarda il soffitto, poi si volta ancora una volta. Accanto a se c’è sempre il quotidiano Marco, un uomo di mezza età, il treno delle 7.30 è partito senza di lui, e per ripicca ha lasciato andare la vita. Gli addominali scolpiti di un ventenne hanno lasciato spazio al ventre gonfio e morbido di un cinquantenne, appesantito e ancora pieno delle birre della sera prima. Una catenina sudata di oro giallo, regalo di compare Tony alla comunione, gli pende dal collo, mentre il profumo di giovane virgulto innamorato ha lasciato il posto all’odore forte muschiato di cinghiale d’abruzzo, figlio di una settimana complicata. Laura lo guarda dormire, una goccia di bava gli scende dalla bocca verso il petto, coperto da una canottiera macchiata che poggia direttamente sul pelo lucido. La barba incolta, sintomo di una trasandatezza spiccata, chiude il cerchio del dannato vivere (e no, Marco non è un hipster). L’alito pesante, quasi quanto quella situazione, effetto della dipendenza da carboidrati e focaccia con le cipolle.

“Quando la nostra vita è diventata questo?”, si chiede la donna, sempre più vicina ai cinquanta, e, mentre si alza per preparare la colazione, lo osserva scrupolosamente come Timon osserva Pumba, come Barkley osservava Jordan, come Renzi osserva i sondaggi elettorali del PD. Come Valeria Marini guarda un piatto di cotolette vuote. Con un misto di rassegnazione e dolore per un sogno svanito.

Laura ha le valigie in mano. Sono le 7.29 di un freddo mattino di 25 anni dopo. Il binario quasi deserto disegna i contorni di un destino già scritto che sta per compiersi, mentre il cielo sembra piangere lacrime calde. Un ragazzo le si avvicina, proprio mentre il treno apre le porte davanti a lei. “La posso aiutare, signora?”. “Signora”. Quando aveva smesso di essere giovane? Quando era diventata una signora? Quando era diventata vittima della pietà di un ragazzotto? “Marco, sbrigati o resti giù”. Il colmo. Si chiamava Marco e stava prendendo un treno alle 7.30. “Chissà se anche lui ha una Laura…tutti hanno una Laura, tutti hanno un Marco”.

Laura si siede, poggia la valigia sul sedile accanto, scruta il mondo fuori dal finestrino. E lo vede. Marco, il suo Marco, la sta guardando dal binario, non lontano da lei. Il capotreno fischia, la carrozza deve chiudere le porte. Scendere o non scendere? La donna si alza, corre velocemente alla porta, lascia indietro anche la valigia. Lui è lì, proprio davanti a lei. Due gradini li separano. Gli occhi lucidi di lui, l’indecisione di lei. Marco alza il braccio, accenna un saluto, piange. Le porte si chiudono tra di loro. Il treno parte, lei non scende, lui non sale. La fine.

Ci sono treni che vanno presi, anche quando vorresti solo rimanere a terra, accovacciato in un abbraccio.

Si chiude così una nuova puntata del vostro What If preferito, l’unica rubrica che prende in giro Laura Pausini per i suoi testi tristi e trita i maroni con una tempesta di tragica tristezza. C’est la vie.

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Francesco C. Inverso

Se fossi un libro sarei ‘Siddharta’ di Hermann Hesse, se fossi una canzone sarei ‘Something pretty’ di Patrick Park, se fossi un film sarei ‘La ricerca della felicità’ di Gabriele Muccino. Vita e morte, sole e luna, bene e male, Inter e Juventus, a caccia di una dicotomia ancora da scrivere, guardando il mondo con gli occhi di un sognatore che vorrebbe viaggiare nel tempo.

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