E se…Mark Lenders avesse indossato una canottiera?

Mark Lenders, l’incubo delle difese giovanili giapponesi, un centravanti sadico e competitivo all’inverosimile che amava la sua famiglia tanto quanto odiava lavarsi. Ammettiamolo, dell’intera saga di Capitan Tsubasa (quello che, per un adattamento sconsiderato, in Italia viene chiamato Holly e Benji, quando di Benji non se ne vede manco l’ombra) il numero 9 della Muppet sembrava decisamente il meno avvezzo alle docce.

Figlio di una famiglia con tanti marmocchi e pochi soldi, vittima della latitanza del padre, Mark viene preso sotto l’ala protettiva dell’ubriacone del villaggio, Jeff Turner, un uomo inquietante che dimostra la scadenza del sistema giudiziario giapponese e l’inefficacia degli ordini restrittivi. Jeff e Mark, un rapporto stretto, la versione calcistica di quello tra Genio delle Tartarughe e Goku, che sdogana per tutto il Sol Levante l’idea che un buon maestro debba essere un tipo solitario e tremendamente inquietante (abbiamo volutamente tralasciato Roberto Sedinho n.d.a).

Mark Lenders, un ragazzo problematico, mezzo bullo di periferia, mezzo tamarro di quartiere, con il gusto nel vestire che l’avrebbe portato di diritto a “Ma come ti vesti?” su Real Time a farsi rifare il guardaroba e una vecchia bici di seconda mano rubata in chissà quale stazione di Tokyo. Scarpe da calcio sempre e comunque, pantaloni stretti sotto il ginocchio, calzettoni di spugna tirati su, come una Pippi Calzelunghe al maschile, e magliette sempre arrotolate e rese delle canottiere in progress, facendo chiedere allo spettatore sopra i 9 anni quale motivo e quale forza metafisica l’avesse potuto portare a non acquistare direttamente delle canotte. Avrebbe risparmiato tempo e soldi.

Le maniche, un dettaglio insignificante quando fondamentale, sono per Mark il simbolo della ribellione, l’emblema del suo anticonformismo che l’ha portato a diventare capitano della Muppet, poi alla Toho e, infine, a guidare l’attacco della Nazionale giapponese ai Mondiali. Le maniche di Mark Lenders come i capelli per un moderno Sansone, il riscatto della classe proletaria al potere, la rivincita dei muscoli sulla classe cristallina di Julian Ross. Ma che cosa sarebbe successo se Mark Lenders non avesse arrotolato le maniche?

Mark entra nella Muppet, bullizzato e schiavizzato dai senior della squadra, dei decenni che studiavano e guardavano con nostalgia al grande Giappone del Patto d’Acciaio, è sul punto di gettare la spugna e arrendersi, abbandonando il suo sogno per diventare un garzone e sfamare la famiglia. Jeff Turner lo guarda da lontano (tanto per cambiare), lo sprona e vede la trasformazione. Mark arrotola le maniche, si rialza e si getta all’inseguimento del pallone. Un Tigershot dopo l’altro vince quasi tutto, dalla riffa di quartiere a una guerra nucleare contro il mare, fallendo solo nell’impossibile conquista di un campionato giovanile, con all’attivo più finali perse delle Juventus, nella quale, tra l’altro, giocherà. Il romanzo di formazione della sua vita parte tutto da un gesto di ribellione, una manica arrotolata. E se Mark Lenders avesse indossato una canottiera?

Mark cade a terra, stremato dalla fatica e stuprato nel morale. Guarda i senior mentre lo deridono. Jeff Turner, dopo l’ennesimo cicchettino alla salute di una denuncia per molestie davanti a una scuola, lo osserva ravanandosi. Mark posa una mano sul braccio, si accarezza. Gli occhi della tigre di Rocky lo stanno possedendo. Arriva alla spalla. E si ferma. È sempre lo stesso Mark Lenders, ragazzo ripetente con problemi di apprendimento. Nessun gesto epico, nessun cambiamento. Mark resta a terra, sapendo benissimo che l’animazione giapponese non contempla il cambiamento interiore senza un gesto teatrale, aspetta che i ragazzi se ne vadano e poi raccoglie le sue cose. “Il calcio non fa per me”, dice a un Denny Mellow (il cugino giapponese di Luigi Di Maio) in stato confusionale e va via. Pronto a ricominciare la sua partita più difficile, quella con la prima elementare.

Senza Mark Lenders l’attacco giapponese non avrebbe avuto efficacia, guidato da un Oliver Hutton decisamente più debole, non avendo avuto anni di competizione all’ultimo sangue con un cannibale dell’area di rigore a temprarlo. Una sconfitta, quella ai Mondiali giovanili, pagata cara. In Giappone, si sa, negli anni 80 le sconfitte andavano lavate col sangue. Un harakiri che scuote l’opinione pubblica e lancia una campagna mediatica senza precedenti. Yuma e Bob Denver, l’infame Bob Denver, si sono dati alla macchia. La caccia all’uomo è servita.

Si chiude così il capitolo più oscuro della rubrica E se…, la rubrica degli ubriachi per gli ubriachi. In pratica la rubrica preferita di Jeff Turner. Ma voi vi chiederete…E Mark?
Mark Lenders ha mollato la carriera di toy boy di successo per uomini adulti e disadattati, ha fatto per un breve periodo il corteggiatore a Uomini e donne, ha giocato nel Cervia con lo pseudonimo di Giorgio Alfieri e adesso è in causa per due foto con Fabrizio Corona. Bene, ma non benissimo.

P.S. Ogni riferimento a cose, persone, squadre di calcio è volutamente non casuale.

 

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Francesco C. Inverso

Se fossi un libro sarei ‘Siddharta’ di Hermann Hesse, se fossi una canzone sarei ‘Something pretty’ di Patrick Park, se fossi un film sarei ‘La ricerca della felicità’ di Gabriele Muccino. Vita e morte, sole e luna, bene e male, Inter e Juventus, a caccia di una dicotomia ancora da scrivere, guardando il mondo con gli occhi di un sognatore che vorrebbe viaggiare nel tempo.

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