E se…Onizuka non si fosse triggerato?

Great Teacher Onizuka. Tre parole che bastano a noi adolescenti dei primi anni 2000 per esaltarci, sorridere e versare una lacrima pensando a quanto avremmo voluto avere un professore del genere. E a quanto sia strano non essere più adolescente. E che i nostri figli penseranno che siamo quelli “degli anni zero”. E che avremo dei figli. E…si, insomma, pensiamo a GTO e abbiamo le crisi isteriche. Comunque Onizuka ci faceva impazzire. Forte, coraggioso, un teppista in piena regola, pochi compiti e tanta follia. Adesso che l’argomento è chiaro, benvenuti nella rubrica “E se…”, la rubrica scritta dagli amanti delle vertebre di moffette per gli haters delle vertebre di moffette.

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La trama di GTO, fosse anche solo quella dell’anime (quella che prenderemo in considerazione per questione di semplicità), tendenzialmente la consociamo tutti. Eikichi Onizuka è un ventiduenne fuori dagli schemi con i capelli tinti di biondo, l’orecchino e un sogno nel cassetto: fare l’insegnante. Che per essere un ex teppista, membro dei “famosi Oni-Baku di Shonan”, è qualcosa di assolutamente inconcepibile. Beh, circa. Uno stipendio ogni mese, ferie pagate e i weekend liberi (nella maggior parte dei casi) farebbero gola a chiunque. Se si aggiunge anche che il nostro professore preferito è un maniaco con il complesso di lolita non possiamo che comprendere la sua voglia di rimanere sempre in mezzo alle ragazzine. Se non fosse biondo potrebbe diventare anche leader di un partito italiano.

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Onizuka, dopo aver dimenticato il concorso come insegnante nelle scuole pubbliche, si trova assunto nel rinomato istituto Seirin, grazie a un supplex (una mossa di wrestling) che ha conquistato l’attenzione della direttrice e il cuore di Azusa, una giovane insegnante piena di ideale e di una timidezza al limite del patologico (e irritante), per rimettere in riga la “terribile quarta sezione del terzo anno delle medie”, una sorta di cloaca sociale dove un gruppo di ragazzetti mettevano in atto ogni angheria, facendo chiedere regolarmente allo spettatore medio come diavolo il Giappone potesse avere avuto un boom economico con genitori del genere. In pratica la stessa reazione che si ha guardando un video di Young Signorino. O un film di Moccia.

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Onizuka riuscirà, dopo mille accadimenti, a riportare la serenità in classe, tra tentati omicidio, scontri tra gang mafiose, qualche scena di nudo e tante battute politically uncorrect. Ma che cosa sarebbe successo se non avesse mai fatto quel supplex?

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Uchiyamada, il vicedirettore della scuola, viene aggredito da un gruppetto di ex studenti, furibondi con lui per il trattamento ricevuto. Il vicedirettore, spaventato dalle loro minacce, indietreggia e si rifugia dietro il biondo aspirante professore, indicandoli e additandoli come dei teppisti. Sta per definirli “rifiuti della società”, ma si trattiene, e si limita a chiedere al professore di allontanarli, promettendogli un posto in futuro. Onizuka, non triggerato dalla frase, è interdetto. Ci riflette e non vede gli estremi per colpire il vicepreside. Si avvicina agli studenti, li prende sottobraccio e li porta via, uscendo insieme a loro. Voltandosi, prima di andarsene definitivamente dall’istituto, fisserà Uchiyamada con aria di sfida.
“Avrei voluto fare l’insegnante proprio per ridurre la distanza tra gli studenti e gente come lei.” Il dito medio si alza, Uchiyamada lo maledice, la direttrice è ugualmente impressionata e…

No, non ce la faccio. GTO è già perfetto così. Un altro finale non avrebbe senso. Beh, magari un lieto fine in cui Onizuka rimane nella scuola sarebbe stato interessante, ma il fanservice non piace a nessuno. Scherzo, piace a tutti, ma a volte bisogna accontentarsi.

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Great Teacher Onizuka, un anime con scene tanto spinte da essere censurato in Russia perché accusato di “incentivare la prostituzione e il furto” e di essere uno show violento e politicamente scorretto. Ma ha anche dei difetti.

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Francesco C. Inverso

Se fossi un libro sarei ‘Siddharta’ di Hermann Hesse, se fossi una canzone sarei ‘Something pretty’ di Patrick Park, se fossi un film sarei ‘La ricerca della felicità’ di Gabriele Muccino. Vita e morte, sole e luna, bene e male, Inter e Juventus, a caccia di una dicotomia ancora da scrivere, guardando il mondo con gli occhi di un sognatore che vorrebbe viaggiare nel tempo.

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