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Essere

Sono una voce fioca.
Sono ogni voce di ogni donna. Sempre e da sempre. Sanguino e grido. Grido e piango.
Milton, ah Milton, come ti sbagliavi!
Better to reign in Hell than serve in Heaven! Questo il motto, un tempo mio; tuttavia, caro John, ora leccherei gli stivali infangati di Dio, piuttosto che giacere immobile, gelida, assisa su di un trono vomitante di sangue e macerie.
Voi, figli dell’insoddisfatta ambizione di una pars destruens protesa in eterno verso la mediocrità, guardate me, indifesa ragazzina, tutt’ossa, che piange e prega, perchè l’indomani non le sgozzino il fratello, non le fucilino il padre, non le sventrino la madre.
Io sono libera, ma voi non lo sapete… bevete dai vostri calici colmi di fiele, attinto da un otre ricoperto di illusioni.
Bevete, libate! In alto quei calici risplendenti, marci all’interno!
Osservate quanto siete intoccabili nelle vostre divise sfolgoranti! Lode a voi spade, moschetti, sciabole, pistole!
Ave. Ave a voi Imperatori delle miserie eterne, che strisciate tra le membra dei vostri superiori, sbranandole come iene isteriche quali siete.
E io riderò, riderò di voi in solenne compostezza, algida, come il rigor mortis di mio padre, quando ogni suo muscolo si irrigidiva.
Oh, quanto era regale il suo corpo!
Ogni fibra sonoramente tesa, quale corda di violino, pronta a risuonare una nota ancora di sublime bellezza, prima del silenzio viscoso dell’eterno.
L’odio monta in me, ribolle, fluisce nelle vene, troppo sottili e fragili per contenerne l’impeto. Così fuoriesce sotto forma di lacrime, salate e bollenti; riecheggia il grido diabolico di un angelo caduto, lordato da polvere, da sangue e macerie
pietose.

Poi il silenzio.
Poi un sussurro.
Solo una voce, debole, piccola.
Non piangere, non piangere.
E poi…un perché.

Perché l’Uomo non impara mai, mai dai propri errori?
L’uomo frigna come un bambino stolto, cercando disperatamente la gonna della madre, di una madre che ha ucciso lui stesso, che sta soffocando ora, inesauribile, come Otello, che piange, e contempla la luce di vita negli occhi della sua Desdemòna
spegnersi, sempre più, e mai abbastanza.
Come è possibile che si arrivi sino a tal segno?
A nulla sono serviti i moniti del passato, scritti con sangue, lacrime di madri, spose, figli senza padri e senza madri, madri strappate al proprio grembo genitore.
Come può essere ANCORA una
fortuna il DOVE, il QUANDO essere nato, il perché e per mezzo di chi essere nato?
Perché non danzare tutti in un banchetto, da buoni amici, stringendoci la mano e inchinandoci gli uni agli altri, onorandoci solamente del fatto di ESISTERE come esseri pensanti, gli unici, secondo Aristotele, capaci di RIDERE di noi stessi, degli altri…
Sì…ridere, ma qui si piange soltanto.

Chi ride?
Non sento nulla.
Perché l’uomo uccide?
Non deve maciullare carne per nutrirsi e sopravvivere.
Ora possiamo VIVERE, ma scegliamo di MORIRE.
Abbiamo ingegno, non siamo fatti per vivere come bruti,
non dobbiamo dilaniare crani nemici,
non dobbiamo giacere nel ghiaccio, lago infero,
attendendo un viandante per lenire le nostre solide lacrime.
Precipitiamo.
Precipitiamo, sempre.
Siamo mente, siamo corpo, siamo poesia, siamo musica.
Siamo speranza.
Siamo un viandante che piange e chiede pietà
Siamo carnefici della nostra stessa carne
Luce, è in noi,
la soffochiamo in un grido di guerra.
Siamo carne
Siamo Superbia
Siamo Erinni sciocche, in un tribunale corrotto, presieduto da chi, da chi?
Caino, Abele, Dante, Ruzante.
Siamo ossa coperte di carne, tessuti. Punto.
Non abbiamo desiderato le stelle? Non abbiamo brindato con Astolfo, che ci attendeva, lassù?
Non abbiamo ingabbiato l’amore in tinte d’ inchiostro? Non abbiamo amato?
Non abbiamo elevato la nostra natura, belli e nobili, no.
Efialte. Cacciato. Troppo poco.
Efialte, escluso, clandestino, immigrato nel branco dei Perfetti.
Siamo un buffo mistero patetico.
Siamo mente.
Siamo Ulisse…e Polifemo.
Siamo idiozia…e genio.
Nessuno ci ha accecati. Certo.
Lo abbiamo fatto noi.
Nessuno mi ha accecato.



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Maria Baronchelli

Mi chiamo Maria Baronchelli, studio Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Milano, amo la lettura, il teatro, la musica, in particolare quella classica, e soprattutto adoro scrivere: le parole scorrono rapide, la mente è più veloce della penna a volte, e mi sento libera, come se avessi un paio di ali che mi consente di vivere mille vite, di dare forma e corpo a personaggi, storie, amori, passioni, tutto grazie a una penna, o a una tastiera, che rendono visibili parole non mie, ma di personaggi in cerca di autore.

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