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Federico García Lorca, voce della Guerra Civile Spagnola

Federico García Lorca, poeta e drammaturgo spagnolo di spicco della cosiddetta Generazione del ’27, un gruppo di artisti che affrontò le avanguardie artistiche europee, era un sostenitore delle forze repubblicane durante la Guerra Civile spagnola.

Vittima di quella stessa guerra in cui tanto si era impegnato, fu catturato a Granada dove alloggiava in casa di amici, e fucilato da uno squadrone della milizia franchista. Il suo corpo venne poi gettato in un burrone.

Un personaggio controverso, dietro le cui opere si nasconde un’intima sofferenza e ricorrenti pensieri di morte, un malessere su cui incide il non poter vivere serenamente la propria omosessualità. Nelle sue poesie Federico García Lorca parla di emarginati, di personaggi maledetti, personaggi che soffrono come prostitute e malati. Personaggi in cui lui stesso si rispecchia, in cui intravede la sua stessa pena.

Copertina della raccolta di García Lorca Romancero gitano, 1924-1927

Espressione della sua poetica dolorosa è la canzone Romance sonámbulo (Ballata sonnambula), il cui testo è quasi intraducibile. Nella traduzione italiana, infatti, non si coglie il vero significato della poesia, che sembra semplicemente un’ode al colore verde. In realtà, tutta la canzone si basa sul fatto che verte (“vederti”) in castigliano suona come la parola “verde”. Il gioco di parole è reso dal verso verde que te quiero verde – mai tradotto – che alla lettera significherebbe “verde, ti voglio verde”. Una frase senza senso, infatti García Lorca intende tutt’altro: “vederti, voglio vederti”.

Verde que te quiero verde.
Verde vento. Verdi rami.
La nave sul mare
e il cavallo sulla montagna.
Con l’ombra alla vita
ella sogna alla sua balaustra,
verde carne, chioma verde,
con occhi d’argento gelato.
Verde que te quiero verde.
Sotto la luna gitana,
le cose la stanno guardando
ed ella non può guardarle.
[…]
– Compare, vorrei scambiare
il mio cavallo con la tua casa,
la mia sella col tuo specchio,
il mio coltello con la tua coperta.
Compare, arrivo insanguinato
dai valichi di Cabra.
– Se potessi, caro amico,
il cambio sarebbe già fatto.
Ma io non sono più io,
né la mia casa è più la mia casa.
– Compare, voglio morire
decorosamente nel mio letto.
Molle d’acciaio, se è possibile,
con le lenzuola d’Olanda.
Non vedi questa ferita
dal petto alla gola?
– Trecento rose brune
sulla tua camicia bianca.
Il tuo sangue gocciola e odora
alla fascia della tua cintura.
Ma io non sono più io,
né la mia casa è più la mia casa.
– Lascia almeno che salga
fino alle alte balaustre;
lascia che salga, lascia,
alle verdi balaustre.
Colonnine della luna
per dove rimbomba l’acqua.

Il verde è il colore che da sempre in Spagna ha indicato la condizione omosessuale, ma qui il verde è anche il colore della morte. La canzone appartiene infatti alla raccolta Romancero gitano, in cui Lorca descrive il sentimento di fatalità, di mistero e di dolore del mondo andaluso. Anche i gitani combattono e periscono nella Guerra Civile, ma al contrario degli altri cittadini spagnoli hanno una forte componente comune con l’autore: quel senso di non accettazione, di emarginazione, un popolo senza terra che rende Federico García Lorca partecipe della loro sofferenza e della loro ribellione.

Verde que te quiero verde.

di Gaia Rossetti

 

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