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La Colombia nei racconti di Gabriel García Márquez: tra solitudine e solidarietà

Gabriel García Márquez è conosciuto a livello internazionale per i suoi romanzi. Tuttavia, la formazione che l’ha portato a raggiungere la sua maturità stilistica è poco conosciuta e spesso sottovalutata.

García Márquez ha affinato le sue capacità letterarie, ponendo le basi argomentative e retoriche per i suoi grandi capolavori futuri, partendo prima come giornalista e poi come scrittore di racconti. È proprio attraverso questi racconti giovanili che i lettori possono percepire la vera sostanza di romanzi come L’amore ai tempi del colera e Cent’anni di solitudine, che lo porterà a vincere il premio Nobel per la letteratura nel 1982. Analizzeremo qui alcuni esempi, tratti dal volume Los funerales de la Mama Grande.

Gabriel garcia Marquez | farid_s_v | FlickrGarcía Márquez ha sempre narrato di vicende straordinarie, atipiche, ma contemporaneamente accostate a una popolazione aggrappata alle tradizioni, alle leggende ataviche, a una natura che era ancora come la descriveva Leopardi, un po’ madre e un po’ matrigna. Le storie di García Márquez si colorano con i ricordi dei personaggi in grado di riassumere un universo di esistenze umane: malinconici, bizzarri, coraggiosi, promiscui, caparbi, prepotenti e ribelli. Nonostante ciò, l’unica ed assoluta protagonista di tutte le sue opere non è una nonna centenaria, un colonnello o una coppia innamorata, ma la Colombia, il suo paese natale.

Nei suoi racconti giovanili si può già notare l’utilizzo delle sue esperienze vitali per ampliarle a un senso più grande. Il suo scopo è espandere la sua individualità al macrocosmo per raccontare di un popolo che è in realtà America e in seguito Mondo. García Márquez riproduce in ogni storia la sua America, ritratta da due parole chiavi, a tratti ossimoriche: solitudine e solidarietà. L’infanzia dell’autore, in particolare, è lo spazio temporale che ci può servire per capire le mitologie, le filosofie e le lotte politiche che diventeranno figure letterarie. “Tutte le cose importanti che mi sono successe nella vita si esauriscono agli otto anni. La infanzia è stata difatti caratterizzata dalle leggende ricche di magia raccontate dalla nonna, dalle memorie del nonno rivoluzionario e dal controllo sempre più prepotente da parte delle potenze industriali straniere.

LOS FUNERALES DE LA MAMA GRANDE

Los funerales de la Mama Grande è un volume unico composto da otto racconti, scritti tra il 1959 e il 1962, anno in cui verranno pubblicati dall’Universidad Veracruzana de Xalapa, in Messico. I racconti mostrano come la società colombiana non sia stata in grado di reagire alle grandi trasformazioni sociali ed economiche che erano avvenute all’interno del proprio territorio, e come le nuove presenze portatrici di ricchezza in realtà non abbiano fatto altro che separare ulteriormente e aumentare il dislivello sociale. Il titolo dell’opera riprende proprio uno dei racconti.

«Questa è, increduli del mondo, la veridica storia della Mamá Grande, sovrana assoluta del regno di Macondo, che visse in funzione di dominio per novantadue anni e morì in odore di santità un martedì dello scorso settembre, e ai suoi funerali intervenne anche il Sommo Pontefice.»

La storia ruota intorno alla morte della Mamá Grande, la più grande proprietaria terriera di Macondo e di tutta la regione. La sua morte rappresenta la perdita della sovranità nazionale. La Mamá Grande racchiudeva in sé i colori della bandiera, la purezza della lingua, e addirittura la carenza di valuta: era padrona di tutto e contemporaneamente teneva ogni aspetto della vita colombiana insieme. In questo racconto, da una parte abbiamo la morte di una matriarca e dall’altra la critica verso un potere centralizzato, da qualunque luogo provenga.

LA SIESTA DEL MARTES

Nel racconto La siesta del Martes le due protagoniste, madre e figlia, si stanno dirigendo verso un altro paese per andare a visitare la tomba del figlio, un ex-boxer, ucciso con un colpo di pistola mentre stava cercando di rubare in una casa. Un oggetto in particolare ci fa comprendere l’invasione di elementi esogeni nella realtà colombiana: il treno. Non è solo il treno fisico a rappresentare la presenza della potenza statunitense, ma anche quello che si può osservare attraverso i suoi finestrini, una campagna monotona, simmetrica ed interminabile. Paesaggio naturalmente irrealistico, in quanto modificato dalla prepotente presenza della United Fruit Company, compagnia banañera statunitense, per la quale il padre di García Márquez lavorò come telegrafista. Un fenomeno che ha portato alla perdita dell’autosussistenza della popolazione colombiana, rendendola dipendente dall’esterno. Quella portata dagli statunitensi è una finta ricchezza che in realtà porta a una reazione di chiusura, aumentando gli episodi di violenza, il disequilibrio economiche e sociale. Da una parte troviamo chi si è arricchito grazie allo sfruttamento territoriale e umano, il quale tende a isolarsi e a crogiolarsi nella propria esistenza occidentale, in cui si ha paura dell’altro, dello sconosciuto e per questo motivo si diverte a giocare come se fosse un dio, adattandolo a propria immagine e somiglianza. Dall’altra invece le persone povere non hanno paura di sorreggersi a vicenda per cercare di mantenere la propria dignità. Questa chiusura è espressa chiaramente nel racconto, dalle porte sbarrate delle case villaggio, dalle persone, tra cui il prete e la sua aiutante Rebecca, che non vogliono aiutare le protagoniste a raggiungere la tomba nel cimitero anch’esso chiuso a chiave, ma soprattutto da quello che García Márquez ha chiamato ”bochorno”: ovvero un sopore, una sonnolenza in grado di paralizzarti grazie alla consapevolezza della subalternità dell’altro.

LA PRODIGIOSA TARDE DE BALTAZAR

Un altro esempio di chiusura e subalternità è presente nel racconto La prodigiosa tarde de Baltazar. Il protagonista è un falegname povero, il quale costruisce una gabbia per uccelli meravigliosa che in molti vogliono acquistare. Baltazar, tuttavia, nonostante l’insistenza della moglie, non vuole cedere per denaro la sua opera, affermando che era stata creata per una persona in particolare, con un intento artistico e non monetario. La persona è il figlio dell’uomo più ricco del paese, il signor Montiel. Quando Baltazar si presenta nella loro casa chiedendo del bambino, è il padre a rispondere. Montiel afferma che non vuole pagare per quella gabbia che non era stata richiesta e Baltazar sottolinea che non vuole una ricompensa, ma che è un regalo per il bambino. I ricchi, nelle opere di García Márquez, sono totalmente attaccati alla loro ricchezza e sempre vigili verso chiunque potrebbe contaminarla. Queste figure sono necessariamente sole a causa dei loro comportamenti con l’altro. Abbiamo due mondi in totale dialettica, ricchi che pensano di poter comprare tutto e la dignità dei poveri, i quali vedono nella loro etica il vero fulcro della ricchezza. Senza il suo legittimo proprietario, la gabbia non ha senso. Dentro quella gabbia è presente tutto l’amore per l’altro, Baltazar non vuole nient’altro se non far felice il bambino. Montiel invece è arrogante, non accetta un dono, un estremo gesto di avvicinamento da parte dell’altro che viene assolutamente rifiutato da chi non ha mai avuto una relazione che non sia passata per il denaro. È Baltazar a vincere lo scontro, e la sconfitta porta Montiel ad impallidire, come se il dono creasse una sorta di dissolvenza. Un racconto finalmente positivo che dimostra la forza della solidarietà.

Questi sono solo tre esempi per mostrare come Gabriel García Márquez, fin dal primo momento, abbia voluto mettere al primo posto la sua amata colombia e per evidenziare come poche pagine di un racconto riescano a contenere in esse un popolo intero.

di Federica Ventura

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