George e la capsula del tempo

capsula
La capsula del tempo contiene i sogni che avevamo da piccoli

Lasciò cadere la pala completamente fradicio. Aveva dovuto scavare quasi un metro per ritrovarla; e ora che ce l’aveva in mano, George non sapeva cosa fare.

“Certo che ero bello forte a undici anni” pensò mentre esaminava la buca neanche fosse un detective di fronte alla scena di un crimine.

In mano aveva una piccola capsula del tempo che aveva sotterrato prima di cambiare casa, scuola e città. L’aveva nascosta vicino all’unico pino del parco pubblico di Catsright, con la speranza che il passare del tempo li risparmiasse entrambi.

«Sarà stata una fortuna?» chiese George al cielo che brillava di un sole estivo, preso in prestito dai Caraibi.

L’aspetto della capsula non era dei migliori: non aveva più la forma rigida e definita di un tempo. Della scatola di biscotti svedesi che aveva scelto come custodia rimaneva poco: una macchia di ruggine rossa se l’era mangiata quasi per intero; e nel processo di recupero George c’aveva pure stampato una badilata sopra.

«Ok, vediamo cosa nascondi» fece lui, poco sorpreso del suo aspetto consunto.

Prese un respiro, aprì la scatola e per un attimo rimase in silenzio a contemplare.

Una caramella, una macchinina e un foglio di carta: questo era il magro tesoro della capsula.

La sweet-candy al lampone, la sua preferita da bambino, era un reperto archeologico, visto che l’azienda che la produceva aveva chiuso i battenti più di quarant’anni prima. La micro-machine invece sembrava aver tenuto botta meglio considerando che la si poteva trovare ancora in alcuni negozi specializzati. Forse, per lo stato di conservazione, avrebbe potuto venderla e ricavarci qualcosa.

Wow.

George si rese conto quanto aridi fossero i suoi pensieri; erano i primi emersi dalla sua testa e riguardavano solo il denaro. 

Sebbene quelle cose le avesse scelte apposta perché avevano giocato un ruolo fondamentale nella sua infanzia, a vederle con gli occhi di un adulto non aveva provato nulla: erano distati anni luce da lui, manco venissero da Plutone o da un’altra galassia.  

Non gli rimaneva che esaminare il foglio di carta. Il sudore di George lo innaffiò mentre ragionava sul da farsi. Voleva leggerlo sul serio? Forse era il solito messaggio di rito; o forse no.

«Catsright, 21 agosto 1991.

Come va George? Stai bene? Ce l’hai ancora il mio bel ciuffo biondo o hai deciso di tagliarlo, o magari sei pelato come il culo di un bebè?

Scommetto che non sei venuto secondo i canoni, hai aspettato ben oltre la soglia, ben oltre il nostro diciottesimo, vero? Non dire di no, ti conosco: siamo la stessa cosa. Anche se sono una versione di te passata, sbiadita, quasi mitica e leggendaria, vengo dal futuro. So tutto.

L’hai fatto quel viaggio in Polinesia? Lo avevi promesso, avevi dodici anni. Mi ricordo ancora: avevi visto papà abbronzato, sorridente e felice (una delle poche volte). I suoi occhi sembravano il riflesso stesso della vita e quel giorno, quando lo hai visto rientrare nuovo quasi fosse rinato, avevi fatto un giuramento solenne.

E poi quel libro di avventure? Ti renderai conto da come scrivo, e da come scrivi che l’unica nostra vocazione era, è, e sarà la scrittura. Lo hai scritto questo libro? Ne hai almeno deciso la struttura o è ancora solo un pensiero che ti gira in testa, disperato come un naufrago in balia delle correnti?»

La vista di George si oscurò. Un velo liquido di tristezza l’aveva annebbiata. Come era possibile che da piccolo avesse previsto così bene il futuro manco fosse stato un chiaroveggente? Come era possibile che sapesse già ogni cosa? Chi era la persona che aveva scritto quella lettera: era veramente lui?

«So benissimo che non hai fatto nulla di ciò che avevi promesso; ma ti capisco: sei dovuto venire a patti con la vita. Come papà. 

Hai dovuto fare il college, studiare, trovare un modo per restare a galla nella grande gara a premi della vita. Hai cominciato a competere con gli altri su tutto: sulla bellezza della tua ragazza (anche se adesso: bleah le ragazze!), sulla potenza del motore della tua macchina e forse anche sulle cifre che ti arrivano a fine mese. 

È per questo che sei venuto a cercarmi, vero? Perché vuoi tornare a essere me. 

Anche se questo messaggio ti colpirà come uno schiaffo, spero che ti dia la forza per cambiare il tuo futuro; così torneremo a congiungerci, come quando eravamo bambini e tutto sembrava sereno come un cielo in agosto, come il cielo sopra di me adesso.

Se continui su questa strada, sarai triste, vuoto e grigio fino alla fine dei tuoi giorni; di sicuro lo sei stato fino adesso, ma puoi sempre cambiare; lo sai meglio di me: finché c’è vita!

Lo so che sarà difficile; i tuoi sogni non ti aiutano a mettere qualcosa in tavola, né ti trovano un tetto sotto al quale ripararti e nemmeno stendono sotto la tua schiena un letto comodo e caldo sul quale dormire; però ti fanno vivere, anche se non si realizzano.

Non so quello che succederà dopo questa lettera mio caro George, ma sappi che qualsiasi cosa decida, mi troverai al tuo fianco a fare il tifo per te. C’è la puoi fare!

p.s. ti lascio una caramella al lampone: sono le tue preferite e avrai bisogno di un po’ di energia dopo aver scavato così tanto.

p.p.s: ti lascio anche la tua macchinina. La perdi sempre per casa! Almeno così sei sicuro di ritrovarla.»

Il cuore di George aveva smesso di battere. Tutta la sua vita da adulto l’aveva prevista quando era solo un bambino. 

Oltre al sudore, anche delle piccole e sfuggenti lacrime si aggiunsero per innaffiare il foglio. 

Forse hai previsto anche questo.

Sapeva che doveva cambiare, ma non aveva più le forze per farlo. 

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Mi chiamo Gabriele Missaglia. Sono un giovane autore con una lista di pregi così lunga che questo spazio è troppo contenuto per dirveli tutti. Ahimè posso dire lo stesso per i difetti! Quando scrivo mi piace sorprendere, cerco di farlo scrivendo storie che ribaltano la realtà, nei libri e nei racconti. La chiave di lettura delle mie opere, e, penso, della vita é: credere mai, verificare sempre (sopratutto gli assoluti).

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