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Giornalismo fatto male e hijab ban: cosa succede?

Non dovremmo indignarci per quella proposta di legge che in Francia vieterebbe alle donne di indossare il velo. Perché? Semplice, perché non funziona esattamente così.

È di pochi giorni fa la notizia che sta scandalizzando l’Europa: il governo francese vorrebbe promulgare una legge per vietare alle donne di indossare il tradizionale velo, l’hijab. Una decisione che fa discutere perché, come è facile immaginare, oltre a privare le donne di un capo che indossano per motivi di costume e religione, questa legge avrebbe come risvolto la negazione della libertà di espressione. Da sempre la Francia si professa come uno Stato laico, ma davvero si è spinta a tanto?

Non esattamente. E per capire bene il perché è necessario un breve inquadramento su come funziona il governo francese.
In Francia, il sistema di governo prevede un sistema a due camere, l’Assemblea Nazionale e il Senato, che hanno modalità di elezione e poteri diversi: senza dilungarci troppo, l’Assemblea Nazionale viene votata direttamente dai cittadini, mentre il Senato viene nominato dai rappresentanti del territorio (per esempio i consiglieri regionali o i consigli comunali). Il Senato ha un potere legislativo decisamente limitato, in quanto non è legato da nessun vincolo di fiducia con il governo e in caso di disaccordo con l’Assemblea è proprio l’Assemblea Nazionale che “vince sempre”, dal momento che può andare avanti anche senza l’approvazione del Senato. Il Senato, dunque, non ha il vero potere di incidere sulle leggi, anzi, spesso ne dilata solo i tempi. E questa è la ragione per cui torna frequente la proposta di abolirlo del tutto.

La funzione del Senato è rimasta quindi una semplice espressione del territorio: proprio alle ultime elezioni per il rinnovo parziale del Senato – che ha una durata diversa dall’Assemblea ­– la destra ha riconfermato la sua maggioranza in Senato. Dunque, la Francia ha in questo momento due maggioranze diverse: in Assemblea il centrosinistra, in Senato la destra.
Questa diversità di maggioranze, però, non intacca in alcun modo i poteri del governo, dal momento che contando solo l’Assemblea Nazionale e godendo di una forte maggioranza assoluta all’interno della stessa, il Presidente Macron può lavorare in assoluta tranquillità.

Succede però che la destra al Senato provi a fare un po’ di rumore politico e mediatico proponendo emendamenti volutamente forti e divisivi. Ma perché lo fa se tanto sa che cadranno in Assemblea? Perché è una tecnica di agitazione politica che funziona, e che serve a far guadagnare alle opposizioni spazio mediatico.

Una protesta in Belgio contro l’hijab ban

Un esempio sulla stessa scia di questo caos ciclicamente sollevato dal Senato è esattamente quello che riguarda le polemiche di questi giorni: la destra in Senato negli ultimi mesi ha approvato in tre diverse proposte di legge lo stesso emendamento, che puntualmente è stato rigettato tutte le volte in Assemblea. L’emendamento si propone di limitare l’uso del velo nelle scuole pubbliche anche per le mamme velate che accompagnano semplicemente i figli in gita (per studentesse e insegnanti il velo in Francia è già vietato dal 2004). E per l’ennesima volta il governo ha confermato il suo disaccordo, e per l’ennesima volta si troverà ad andare avanti in Assemblea senza le proposte del Senato.

Ecco perché gridare all’allarme in Francia perché “sta per essere approvata una legge contro il velo” altro non è che una fake news. È necessario, prima di puntare solo al clickbait, informarsi e capire dove stanno le vere possibili violazioni di diritto ed evitare di perdere tempo contro un emendamento che non ci sarà. Parlare di un “hijab ban” che non esiste (e non esisterà) non è solo un totale spreco di energie, ma disperde anche le attenzioni dai reali pericoli e aiuta gli estremisti di destra che guadagnano consensi proprio sull’eco di questi finti attacchi.

Non è facile rendere semplici concetti difficili, ma importante salvaguardare la complessità delle cose. I social e i giornali tendono a semplificare sempre di più per raggiungere un pubblico il più possibile ampio, dividere il mondo in “buoni” e “cattivi” è una tentazione che aiuta a fare click: alla lunga, però, crea danni irreparabili.

Ha senso, dunque, continuare a inneggiare alla violazione dei diritti come se non ci fosse un domani? Certo che no. Ma è più facile arrabbiarsi in quattro righe dal titolo spumeggiante che spiegare cosa sta succedendo davvero in un dossier.

di Gaia Rossetti

 

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