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Giovanni, Marina, lo scarricamento e Samuele Bersani – La filosofia della musica

Samuele Bersani compie 51 anni, ma per noi rimarrà sempre il trentenne di talento che ci ricordava come il cantautorato non fosse morto. Un decennio di successi a cavallo del secondo e terzo millennio. Dieci anni, da “Spaccacuore” (1994) a “Cattiva” (2003), dai film con Aldo, Giovanni e Giacomo e la colonna sonora della nostra vita. “Che vita”, “Replay”, “Giudizi Universali”…testi che ogni residuato post muro di Berlino conosce e che apprezza per la sua malinconia in sottofondo nella vita di tutti i giorni. 

Tante canzoni manifesto, una in particolare, da veri fan accaniti del trio comico e della sua prima trilogia: “Senza titoli”. È vero, il titolo probabilmente non dirà moltissimo rispetto a tante altre canzoni più famose, ma l’intro di questa ha segnato le nostre vite: Giovanni sulla porta di casa di Marina, pronto a “scarricare” Silvana in nome di Aldo. Più pathos in questa scena che in tutti i film di Moccia. 

“Il caso vuole che io non sia capace
Di assorbire la tua voce in pace
Non sto bene
Oddio mi sento le caviglie in catene”

Galeotto fu il libro e chi lo scrisse“, galeotto fu l’audio di Whatsapp e quel momento in cui la sua voce sibilò, attraversando l’apparato uditivo, con dolcezza. Pochi secondi, abbastanza per imprimersi nella mente e causare il più classico degli effetti pavloviani: senti la sua voce, provi emozioni. Tanto per ricordare, ancora una volta, quanto siamo simili agli animali, per quanto ce ne si voglia differenziare. Una sensazione di piacevole prigionia affettiva che diventa sgradevole sul “calar del sole”, quando della relazione restano macerie di affetto.

“Il caso vuole che io non sia per niente
Quello che tu avevi avuto in mente
Non importa
Ho comprato una chitarra distorta”

Macerie di affetto, dicevamo, su impalcature di idealizzazioni. Perché il “bello, simpatico, curioso e affascinante” durano poco, il tempo di riuscire a mettere in pausa le proprie vite per potersi dedicare tutto il tempo che una volta dedicavi ai tuoi amici. Dopo, una volta subentrato il ritorno alla routine, l’amore copre le magagne e nasconde i difetti fino a quando, volenti o nolenti, il sibilo dolce di cui abbiamo parlato diventa un rumore di vetri rotti di HowImetyourmotheriana memoria. “Hai sempre fatto così tanto rumore quando respiri?”.

“Mi hanno già pulito il vetro e contemporaneamente
Le parole che ho inventato senza averle scritte
Non fa niente
Ricomincio dal presente”

Il vetro della macchina, parole e sigle d’amore scritte in notti estive, tra passioni e nomignoli, tra caricature e “pedate” (chi ha orecchie per intendere intenda), che venivano fuori quando il contrasto tra il calore della macchina e il freddo pungente di fine settembre causava quel fenomeno odioso dell’ “appannamento”, ma che non eliminavi perché vederle ti faceva sorridere mentre andavi a lavorare. Piacevoli, imbarazzanti, dolorosi. La fenomenologia della mancanza trasforma ciò che prima amavamo in un dolore soffocante. Puoi pulire il vetro, ma non puoi dimenticare. “Ricomincio dal presente”, la seconda frase più usata al mondo dopo il classico “da oggi tutte finali”. Lo dici oggi, ci riesci dopo dieci anni. In comode rate di malinconia.

Mi manchi tu
non ci sei più 
è sempre accesa la tv
E mi addormento alle tre
Perché a quell’ora mi sento sereno
O almeno non mi faccio un caffè”

Il rumore della televisione per nascondere il silenzio dell’assenza, una mancanza che ti soffoca, mentre fingi di non pensarci più. Ti addormenti alle tre, quando la stanchezza ti porta a non sentire la tristezza, quando la notte è tua, quando passava in tv l’ennesima replica di una serie che guardavi prima di lui/lei. Quando il terrore della sveglia supera quello per il futuro lontano. “Perché a quell’ora mi sento sereno, o almeno non mi faccio un caffè”.

Insomma, alle tre niente caffè, solo l’amaro della staffa. Magari in un bar di periferia, a metà dell’ennesima notte in bianco.

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