Hic sunt leones

hic sunt leones: la storia di Paolo e il coraggio da leoni che ci vuole per credere nel futuro


Hic sunt leones. Era la cento cinquantesima volta che la mente di Paolo tornava su quelle tre piccole e insignificanti parole. Sua mamma, suo papà e tutto il vicinato gliele avevano inculcate come un motto di guerra, da usarsi nei momenti di difficoltà. Ed era questa la ragione per cui le stava ripetendo in modo insistente.

Paolo era in difficoltà. Da una vita.

Probabilmente i piani di dio già prima della nascita, gli aveva progettato una serie di ostacoli che non avrebbe superato se non in forza del suo volere, o della fortuna; e per il momento entrambe le forze si stavano astenendo da qualsiasi intervento.

Dai magari questa volta andrà in modo diverso pensò Paolo, mentre, come stavano facendo all’unisono cento mila altre persone, apriva il plico con le domande.

Sulla punta della sua lingua, c’era la muta speranza di poter dire che le cose questa volta sarebbero andate bene, ma già dopo aver posato gli occhi sulla prima domanda, quella stessa speranza si dileguò come un’ombra.

«Da questo momento avete sessanta minuti» sentenziò un tizio con il microfono, più adatto a “Uomini e Donne” che a presenziare in veste di arbitro ad un concorso pubblico, dal quale sarebbe dipeso il destino di duemila fortunati.

Paolo, all’annuncio, alzò gli occhi al cielo, chiese l’aiuto di un essere superiore (uno qualsiasi: bastava fosse disposto ad aiutarlo per riuscire nell’impresa) e si immerse nelle intricate questioni che componevano il quiz per diventare assistente giudiziario.

I suoi occhi correvano sulle domande con la velocità di una lepre.

Delle prime dieci, era sicuro soltanto di tre risposte. Non una grandissima media, per poter ambire al luogo più sicuro della terra: il posto fisso.

Resistendo strenuamente alla voglia di buttare all’aria i fogli, il banco e il tizio preso a prestito da un programma trash di canale cinque, si concentrò sul secondo blocco di domande, quello di indirizzo. Il suo.

Quelle di logica sono andate, vediamo queste.

Il tempo di leggere la prima e si chiese se quelle che aveva davanti fossero domande di diritto o di semantica.

Va beh

La differenza semantica tra “assolutamente” o “certamente”, o tra “disciplina di dettaglio” e “principi fondamentali”, sembrava essere stata piazzata lì apposta da qualche tecnico del cazzo, che nella vita non aveva niente di meglio di fare che rendere la vita impossibile agli altri, perché la sua gli faceva schifo.

Respirando piano, cercando di contenere la rabbia e i battiti impazziti del cuore, che pareva voler abbandonare il suo corpo una volta per tutte, ripetendo la frase più magica di sempre «Hic sunt leones», Paolo raccolse tutte le forze che aveva nella testa e cominciò a valutare dal punto di vista semantico espressioni che agli occhi di una persona normale sarebbero suonate come dei banali sinonimi.

«Trenta minuti» lo incalzò lo Zequila dei concorsi pubblici.

Era il tempo che rimaneva a Paolo, e agli altri centomila candidati, per completare la prova. Se c’era un momento peggiore per abbattersi, quello comunque rientrava di diritto nella top ten.

Come posso tirarmi su?si chiese Paolo, guardando le lettere mischiarsi tra loro, in una spirale nera e profondissima.

Ne aveva di cose per tirarsi su.

Aveva un tetto sotto il quale dormire, godeva di una buona salute e poteva permettersi lussi come vacanze e viaggi. Insomma già solo per quelle tre cose, poteva dirsi più fortunato di buona parte dell’umanità.

Quello che rendeva però tutto vano, era la mancanza di un futuro serio, certo, reliable, come aveva imparato nei suoi mesi all’estero, in terre anglofone. I suoi piani di vita, la sua indipendenza, il suo successo dipendevano da quelle sei pagine. I suoi, e quelli di altri cento mila che come lui si chiedevano cosa sarebbe stato di loro di li a qualche giorno. Il tempo di venire a conoscenza dei risultati.

«Dieci minuti. Ripeto, solo dieci minuti» disse il tronista reinventatosi arbitro della trasparenza dei concorsi pubblici. 

«Almeno tra poco finisce» bisbigliò Paolo, squadrando il giudice che aveva decretato la fine della prova in seicento secondi.

Cosa posso fare?

Take chancesget rich or die tryinmake the leap.

Tutto per dire una cosa: rischiare.

Le domande in bianco che gli rimanevano erano quindici. Lasciarle così significava sconfitta sicura; siccome le opzioni dei quiz erano tre e aveva circa il 33 per cento di beccare quella giusta, era più logico affidarsi alla sorte, che se doveva perdere, tanto valeva farlo col botto, piuttosto che accettare di non esserci riusciti per poco.

Mai come in quel momento Paolo ne aveva bisogno. «Hic sunt leones» gridò nel silenzio generale.

Tutti si girarono a guardarlo, ma lui era troppo impegnato a segnare le risposte che gli mancavano, sperando che la mano di dio guidasse la sua nella scelta di quelle giuste.

Poco prima che scadesse il tempo a disposizione sul foglio di Paolo si potevano contare sessanta quadratini colorati di un nero denso come la notte.

Consegnato il foglio, il cervello di Paolo si prese una vacanza di ventiquattr’ore. Si era spento guardando le facce degli altri concorrenti che erano disilluse e tristi quanto la sua.

Paolo rinsavì il giorno dopo, guardando i risultati.

Non era passato. Col botto.

«Hic sunt leones» disse guardando lo schermo.

I leoni, come i duri, giocavano solo le partite difficili e non si davano pace fino a quando non riuscivano a strappare la vittoria coi denti. Ma guardando il risultato della prova, il numero dei tentativi che aveva già fatto e di quello che gli si prospettavano davanti, si sentiva docile e mansueto come un gattino.

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Mi chiamo Gabriele Missaglia. Sono un giovane autore con una lista di pregi così lunga che questo spazio è troppo contenuto per dirveli tutti. Ahimè posso dire lo stesso per i difetti! Quando scrivo mi piace sorprendere, cerco di farlo scrivendo storie che ribaltano la realtà, nei libri e nei racconti. La chiave di lettura delle mie opere, e, penso, della vita é: credere mai, verificare sempre (sopratutto gli assoluti).

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