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Dall’inferno del 2020 a Paradiso nel 2021: Stefano Santoro

“Musicalmente parlando potrà sembrare paradossale, ma per un cantautore i momenti peggiori sono quelli migliori a livello di creatività”, tra musica e creatività, tra passato e futuro: l’intervista al cantautore milanese Stefano Santoro.

Stefano Santoro, classe 1984, è un musicista milanese che ha iniziato ad amare la musica e a dedicarsi a essa fin da piccolo, all’età di sei anni. Questa passione ha sempre fatto parte della sua vita e non ha mai smesso di cantare e suonare. Egli, infatti, compone e arrangia i suoi brani, si dedica alla scrittura dei testi e cerca sempre di sperimentare.
Abbiamo deciso di approfondire e di lasciare che ci raccontasse di sé e della sua musica: “La musica credo sia una cosa stupenda anche se viene affrontata da adulti: per me è stata una fortuna”.

Hai iniziato a suonare e a cantare da piccolo, ma che cosa rappresenta per te la musica? Come la definiresti?
“Se dovessi proprio scegliere ti direi che per me è un modo per esprimersi, ci sono moltissime sensazioni che è difficile far uscire e raccontare. La musica per un musicista o un compositore rappresenta una sorta di rifugio, che lo aiuta a dire cose che non direbbe mai, è sicuramente un’espressione”.

Tu scrivi anche le tue canzoni, ma ci sono dei momenti della vita e stati d’animo in cui scrivi di più?
Sì, mi è capitato. Purtroppo, i momenti peggiori sono quelli migliori musicalmente parlando. Le relazioni finite o gli eventi traumatici per chi scrive sono momenti magici perché viene fuori un altro lato, più particolare. Scrivere a freddo, senza stati d’animo che ‘comandino’, diventa più macchinoso e, soprattutto, meno efficace”.

Il tuo ultimo singolo si chiama Paradiso, com’è nata questa canzone?
Questa canzone ha una storia molto particolare. Io non prendevo la chitarra in mano da moltissimi anni perché mi sono dedicato al pianoforte. Ero al cinema per vedere una commedia e ricordo di aver sentito una canzone meravigliosa all’interno del film (Il fidanzato di mia sorella, ndr.), sono tornato a casa e non l’ho dimenticata, continuava a ronzarmi in testa. Alla fine, sono andato a cercarla su YouTube, e mi ha fatto riprendere la chitarra acustica dopo più di dieci anni. Poi ho scoperto un artista americano (Chris Trapper, ndr.) molto bravo a mio parere, e gli ho scritto sui social per complimentarmi con lui. È compositore di colonne sonore di molti film americani noti. Mi ha risposto e siamo diventati amici. Paradiso è il rifacimento di quel brano (Into the bright light) che mi ha fatto innamorare della chitarra. Lui è rimasto entusiasta e mi ha concesso questa rappresentazione italiana della sua canzone”.

Qual è l’artista, o se ce n’è più di uno, che ti ha maggiormente ispirato e influenzato?
Sono stati tanti. Se proprio dovessi scegliere, direi che a livello internazionale i Queen mi hanno sempre fatto impazzire perché li trovo tuttora sorprendenti. Io sono sempre stato attratto dai gruppi più che dai singoli, in Italia citerei i Pooh”.

A tal proposito, tu hai mai collaborato con qualche artista in passato?
Sì, anche questa è una fortuna. Mio padre era molto amico di Mario Tessuto. Lui aveva un locale straordinario che ha chiamato come il nome del suo brano più famoso: Lisa dagli occhi blu. Io ero in quel locale quando avevo circa tredici anni, quindi ho avuto la possibilità di esibirmi con personaggi molto conosciuti, come Loredana Bertè e Jimmy Fontana. Per me è stato un grandissimo onore, anche perché io ascoltavo anche la musica degli anni ’60”.

Tu hai un’etichetta discografica o sei indipendente?
“Momentaneamente ho un’etichetta discografica. È un progetto molto lungo quello che ho in mente. Credo sia un modo di procedere abbastanza vecchio stampo. Mi piace poter creare una situazione a trecentosessanta gradi e portarla avanti nel tempo, invece di cercare la fortuna del momento, un brano popolare. Io preferisco progredire piano piano e creare un bel sound musicale”.

Quindi alle hit preferisci la sperimentazione, la ricerca di qualcosa che possa rimanere nel tempo e che non sia sfuggente…
Sì, a costo di risultare in determinati periodi storici ‘fuori tempo’, questo è un rischio calcolato”.

Qual è per te la differenza tra cantare in live e registrare in studio?
“È abbastanza complesso, sono due mondi differenti. A me piacciono entrambi, anche se ci sono dei momenti in studio in cui si è molto più agitati, da soli con un microfono per la registrazione che si dovrà affrontare, piuttosto che davanti a tremila persone.”

Nel 2020 hai pubblicati l’album Infinito non è, quale brano ti racconta di più e perché?
Tutti hanno un filo conduttore e sono storie che ho vissuto, mi piace mettere la giusta emozione nella scrittura di un brano, perché se non ho provato determinate sensazioni mi risulta anche difficile raccontarle. Se dovessi scegliere un brano, Infinito non è, che dà il titolo all’album, mi rappresenta in modo particolare perché è assolutamente autobiografico”.

Dicono tutti che si stava meglio quando si stava peggio e che il cantautorato italiano sia morto, che la musica di oggi non valga quanto quella di ieri. Che cosa ne pensi? La musica di oggi vale quanto quella di ieri? Perché?
“È una bellissima domanda. Ci sono molti pareri discordanti a riguardo, io credo che sia entrambe le cose. La musica ha subìto sicuramente un cambiamento enorme e quella di un tempo rimane importante, ma credo anche che tutta la musica di passaggio, quella che viene definita ‘musica che non rimane’, stia segnando comunque il momento presente. È fondamentale la musica di ieri per la musica di oggi. Poi chi deve rimanere rimarrà, ma è stato sempre così”.

Il “Covid-19” ha influito sulla vita di tutti noi, tu come hai trascorso quest’anno? A cosa hai dovuto rinunciare?
Se ci riferiamo nello specifico alla musica, potrei fare un elenco infinito. La musica credo sia stata tra i settori più penalizzati. Credo che l’unico aspetto positivo della pandemia sia che ci ha offerto la possibilità – obbligandoci a rimanere da soli con noi stessi – di analizzare le nostre paure, le nostre esigenze. Credo sia questo forse l’unico aspetto positivo che si possa trovare, per tutto il resto è stata una rovina indescrivibile”.

Ti faccio un’ultima domanda: quali sono i tuoi progetti per il futuro? Che cosa ti aspetti?
Quest’anno, come l’anno precedente, stiamo lavorando al mio secondo disco, che uscirà a fine anno. Quello che mi aspetto – e che desidero – è che tutto quello che è successo a causa del ‘Covid-19’ possa regalarci una ribalta, che faccia riscoprire certi valori alle persone, riuscendo a trovare quel piacere di andare a sentire la musica dal vivo. Questa è la mia speranza: che tutto questa sofferenza possa diventare un beneficio in futuro”.

Stefano Santoro ci ha raccontato cosa significa trasformare le proprie emozioni in musica, soprattutto in un periodo così difficile, quanto sia importante trarne il lato positivo. La musica è una necessità che speriamo possa ritornare presto dal vivo.

a cura di Martina Macrì

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