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Il reggiseno: la nascita dell’intimo femminile per eccellenza

Il 3 Novembre 1914, esattamente 106 anni fa, la newyorkese attivista, editrice e scrittrice Mary Phelps Jacobs brevettava il primo reggiseno (anche chiamato reggipetto ai tempi) per una sua esigenza personale: il ballo delle debuttanti, a cui voleva partecipare indossando un vestito particolarmente scollato. Questo prototipo di reggiseno senza dorso aveva la qualità di separare i seni senza però schiacciarli, cosa che aveva stupito molto le donne dell’epoca abituate a indossare il corsetto, un indumento intimo che stringeva il punto vita e alzava il seno creando l’effetto “a clessidra”. Le prime tracce di un indumento simile al nostro attuale reggiseno però risalgono già all’antica Grecia, quando le donne si fasciavano il petto durante l’attività sportiva, e all’Impero Romano. Inoltre, anche nella seconda metà dell’Ottocento troviamo delle sperimentazioni di modelli – come la brasserie che poi diverrà il reggiseno sportivo negli anni Venti del ‘900, e dal quale nascerà il termine inglese bra – che poi porteranno all’evoluzione del must have di ogni donna.

 

Dall’invenzione delle coppe ai reggiseni a siluro

Fu nel 1932 che la S.H. Camp and Company inventò le taglie per le coppe dei reggiseni associandole alle lettere dell’alfabeto, dalla AA alla I, a seconda della loro grandezza. Il reggiseno cominciò così ad assumere sempre di più l’aspetto del modello odierno e venne dedicata maggiore attenzione ai dettagli, alle spalline, ai gancetti e ai tessuti. Vennero così inventati i reggiseni senza ferretto, quelli senza cuciture, i reggiseni a balconcino, i push-up, i reggiseni a fascia senza spalline e così via, fino ad arrivare ai reggiseni a siluro degli anni ’50, simbolo dell’emancipazione femminile di quel tempo. Nei primi anni ’60 e ’70 le donne iniziarono a prediligere il “no bra” come espressione della libertà sul proprio corpo, per poi tornare a utilizzare il reggiseno negli anni ’80 in una versione più moderna con le coppe a punta. Dagli anni ’90 fino ai primi anni 2000 il reggiseno divenne sempre più un elemento fondamentale per l’armadio di ogni donna, non solo in un’unica versione (a punta, a siluro o senza gancio), ma in tutti i modelli possibili. In questi anni ci fu sì una predilezione per i reggiseni senza ferretto, ma la maggior parte delle donne indossava ormai qualsiasi tipo di reggiseno a proprio piacimento. Il tabù della moda era stato ormai superato e il reggiseno era diventato un indumento intimo disponibile in qualsiasi forma, colore e tessuto.

 

Il reggiseno nell’epoca dei social

Negli ultimi anni le nuove generazioni di donne hanno attinto alle battaglie femministe degli anni Sessanta e Settanta distinguendosi per la liberazione dal reggiseno. Abbiamo sentito tutti parlare dell’hashtag #FreeTheNipple (“liberiamo i capezzoli”) molto in voga su Instagram, utilizzato per evidenziare la differenza negli standard sociali per cui gli uomini potrebbero pubblicare foto a petto nudo mentre le donne senza reggiseno sarebbero invece censurate dall’applicazione per violazione delle regole della community. Ma questo è davvero un modo per contrastare gli stereotipi di genere?

Ragioniamoci insieme. Ciò che ognuno dovrebbe realmente pensare è “Posso fare ciò che voglio con il mio corpo” e non “Non posso postare una foto senza reggiseno perché verrebbe cancellata”, ma il fatto che venga prediletta la seconda questione al giorno d’oggi, nell’Era social, rispetto alla prima è praticamente scontato. Purtroppo siamo più preoccupati della nostra immagine su un profilo social piuttosto che delle vere e proprie battaglie che dovrebbero essere portate avanti quotidianamente: un esempio è, appunto, l’uguaglianza sociale, che queste paladine della giustizia cercano di raggiungere postando semplicemente una foto su un social network globale, cui aggiungono un hashtag simbolo della loro indipendenza dagli standard.

Se questa non è ironia…

di Cecilia Gavazzoni

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