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Il Calzolaio – Storia di un viaggio verso cielo

Quei sandali pieni di polvere e fango, lui troppo stanco per continuare a salire verso la vetta del monte che lo sorregge, come se fosse Sisifo. Invece lui, un tempo re, un tempo guerriero, non è più degno di indossare né un elmo, né una corona, è solo un misero calzolaio, che rimane chinato al cospetto dell’ombra di chi fu.

Procedo con il mio remo sulla schiena, su verso un monte terribile e superbo, mi dicono: “Straniero, dove vai, cos’è quel legno che porti?”…ecco, la maledizione è rotta, non sono più degno nemmeno di essere marinaio, eppure posso essere un uomo, posso ritornare a respirare con polmoni che hanno riacquisito un minimo di dignità.
Ma chi ha parlato? Un giovane pastore, dai capelli ricci e incolti. Dagli occhi taglienti come lame, colore del ghiaccio. Mi fissa intensamente, come se mi conoscesse da sempre, come se sapesse perfettamente chi sono e mi deridesse sprezzante.

“Raccontami la tua storia”, mi dice “se mi racconti la tua storia, straniero, ti darò una delle mie capre, la più grassa…una capra per una storia”. Credo sia uno scambio equo, quindi gli narro della mia nascita: nato in una terra brulla, non conobbi mai mio padre, mia madre aveva sedici anni quando mi partorì, credeva fossi un giocattolo, una bambola paffuta da spupazzare. Così crebbi forte e sano, sempre ben pulito, sempre nutrito, sempre forte. Il mio villaggio era dimenticato da Dio: vi era solo un’osteria in cui aleggiava sempre il fumo delle sigarette degli avventori. Perennemente sudati. Perennemente vomitanti risate sguaiate e bestemmie colorite.

Quando ebbi sei anni iniziai a lavorare anche io in quell’osteria, come mia madre aveva fatto prima di me. E forse uno di quegli uomini che sedevano sempre lì, uno di quegli uomini grassi e sudati che aveva approfittato di un’ingenua ragazza di sedici in anni in cambio di soldi, di sigarette, di cibo…era mio padre. Non seppi mai chi fu mio padre, so solo che ero il figlio di tutti e tutti mi trattavano come un figlio. Quel ragazzino dai capelli di fuoco e gli occhi neri come la pece che scorrazzava saltellando tra i tavoli, portando bicchieri di vino e pezzi di pane da intingervi.

Un giorno scoppiò la guerra, avevo diciotto anni appena compiuti, venni arruolato. Non avevo mai imbracciato un fucile o un moschetto. Non ero eccitato come gli altri miei compagni che vennero caricati con me su un furgone: quelli erano rampolli di buona famiglia, già ufficiali. Raccontavano di un certo Achille che aveva combattuto in Turchia, molto tempo fa, e aveva ammazzato tutti. Poi, con un sol colpo, era caduto a terra. Povero Cristo, chissà che faccia aveva. Non ne avevo mai sentito parlare, chissà da dove veniva…bah, forse da Napoli. Povero Cristo, chissà che faccia aveva. Non ne avevo mai sentito parlare, chissà da dove veniva, bah…forse da Napoli.

Arrivato al fronte, una granata nemica cadde accanto a me il primo giorno di combattimento. Mi risvegliai dopo dieci giorni in un ospedale militare. Avevo perduto un occhio e da quel giorno fui costretto a portare sempre una benda. Mi dicevano che mi rendeva più autoritario, ma per me sembravo solo più coglioni di quanto già non fossi. Tutti iniziarono a chiamarmi Polifemo. Ma che nome strano. Mi dissero che un signor Nessuno lo aveva acciecato, e per vendetta gli tirò sassi alla cieca nel tentativo di colpirlo. Povero Cristo pure lui.

A nessuno ho mai detto che durante quei giorni di sonno profondo sognai un vecchio che viveva accanto a un fiume ribollente lava: “Quando ti risveglierai – mi disse – dovrai prendere con te un remo, scalare la montagna sacra e far ridere gli dèi”.

Il ragazzo allora mi guarda e mi dice “E dunque sei arrivato. Hai portato a termine il tuo compito, la maledizione si è spezzata finalmente, ma qual è il tuo nome, straniero?”
-“Mi chiamano in molti modi, ma pochi sanno il mio vero nome”.
– “E quale è il tuo nome?”.
– “Mia madre mi chiamava…Ulisse”.
Il giovane rise.

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Maria Baronchelli

Mi chiamo Maria Baronchelli, studio Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Milano, amo la lettura, il teatro, la musica, in particolare quella classica, e soprattutto adoro scrivere: le parole scorrono rapide, la mente è più veloce della penna a volte, e mi sento libera, come se avessi un paio di ali che mi consente di vivere mille vite, di dare forma e corpo a personaggi, storie, amori, passioni, tutto grazie a una penna, o a una tastiera, che rendono visibili parole non mie, ma di personaggi in cerca di autore.

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