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Il Covid: una questione di lingua

Si sa, la seconda volta non è mai bella come la prima. E infatti, il secondo lockdown non è entusiasmante come il primo: eravamo pieni di speranze, di patriottismo, di sentimento comunitario e di belle parole che, invece, durante questo secondo “ma non troppo” lockdown a colori e fasce orarie si sono perse. Eppure, alcune di queste parole sono entrate nel nostro linguaggio quotidiano.

Si tratta di quei termini legati alla pandemia e alla malattia che prima ignoravamo, ma che ora rimpinzano le nostre call e le nostre newsletter. Si tratta di termini per lo più presi in prestito dalla lingua inglese in quanto, come sappiamo, ai nostri amici d’oltre Manica piace coniare termini un po’ per tutto. Si tratta però anche di termini medici di cui prima non conoscevamo l’esistenza, ma che ora premono insistentemente sulle nostre coscienze per spingerci a fare la cosa giusta e a mantenere il comportamento corretto. Vediamoli insieme.

Social distancingdistanziamento sociale. Questa, sebbene sia per noi una locuzione nuova, è stata in realtà coniata nel 1918 durante la pandemia di influenza spagnola, quando le autorità statunitensi chiusero le scuole e introdussero divieti di riunione a Filadelfia e a Saint Louis per prevenire la diffusione del virus. Per un po’ ce ne siamo poi dimenticati, ma questo termine è rispuntato nel 1995 nello Zaire per controllare un focolaio di Ebola, nel 2003 durante l’epidemia di SARS a Singapore, nel 2009 in Texas per ridurre la trasmissione dell’influenza suina e, infine, ai giorni nostri. Come la moda, il distanziamento sociale è ciclico.

Epidemia. Forse l’unico che già conoscevamo, l’Oxford Dictionary la definisce come “diffusione rapida in una zona più o meno vasta di una malattia contagiosa”. Una spiegazione fin troppo riduttiva per individuare la calamità che si è abbattuta su di noi da un anno a questa parte.

Pandemia. Lo step successivo all’epidemia, anche qui ridotta dal dizionario inglese a “epidemia con tendenza a diffondersi rapidamente attraverso vastissimi territori o continenti”. Se però “epidemia” era riscontrabile almeno nei libri di storia, “pandemia” suona nuovo alle nostre orecchie: una parola che appartiene al registro medico e che ora è sulle bocche di tutti, che contiene in sé tutto il terrore del momento storico in cui siamo obbligati a vivere.

Coronavirus. Un altro termine medico, ma a differenza di “pandemia” ancora non tutti sanno cosa sia esattamente un coronavirus. No, non è il nome ufficiale della malattia, quello è l’altrettanto famoso “Covid-19”. Coronavirus è il nome con cui ci si riferisce, nel gergo tecnico, a una sottofamiglia di virus della famiglia Coronaviridae, chiamati così a causa della loro forma a palloncino da cui si sporgono degli spuntoni che ricorderebbero, appunto, una corona.

Conference-call. “Riunioni a distanza”, ma dicendolo in inglese ti sembra di fare una roba stra-fica e di salvare il mondo, quando in realtà sei solo seduto alla tua scrivania davanti a uno schermo illuminato, con giacca e cravatta e pantaloni della tuta. Le videochiamate, evidentemente, non vanno più linguisticamente di moda, questo è un dato di fatto.

In presenza. Un tempo facevamo cose e vedevamo gente senza interrogarci sulle modalità, oggi invece quando prendiamo un impegno le strade che possiamo prendere sono due: in presenza o da remoto. “In presenza” è quando devi svegliarti al mattino, lavarti i denti e spazzolarti i capelli, uscire di casa e affrontare il mondo…

Da remoto è invece quando puoi tenerti pigiama e pantofole, puoi spegnere microfono e videocamera e farti un caffè mentre puoi tranquillamente fingere di ascoltare il tuo capo che sta tenendo una conference-call. È per caso questo il paradiso?

Assembramento (e non, come a molti piace dire, “assemblamento”). Il motivo per cui Angela da Mondello è stata denunciata – ve la ricordate, quella di “non ce n’è coviddi”? Ecco, il coviddi c’era e c’è ancora, ad Angela non era ben chiaro e ci ha scritto pure una hit. Creando, appunto, un “assembramento” per girarne il video. Ma il vero problema è chi da maggio a questa parte ha continuato ininterrottamente a parafrasarla riferendosi alle situazioni più assurde, quella è la vera piaga dei nostri giorni.

Lockdown. Fa forse ancora più paura di “pandemia”, lo abbiamo conosciuto a marzo e abbiamo deciso che niente al mondo ci avrebbe terrorizzato più di questo. Non era vero, il primo premio è stato conquistato dal secondo “lockdown” che stiamo vivendo, in modi diversi, proprio in questi giorni. Una discesa verso gli Inferni, una navigazione senza approdo, un viaggio a un senso solo senza ritorno se non in volo.

Congiunti (sebbene su questi ancora aleggi un’aura di dubbio). Ah, i congiunti. Chi si sarebbe aspettato di dover riassumere tutti i suoi cari sotto la categoria di “congiunti”, appiattendo così tutte le emozioni a una singola parola neutrale? Un termine che è stato in grado di sollevare domande, polemiche ed esami di coscienza, che ci ha spinti a ragionare su quali dei nostri affetti fossero da considerare “stabili” e quali no, prendendo così decisioni riguardo i nostri legami che altrimenti non avremmo mai preso. Eppure, dei congiunti è il regno dei cieli. Perché alla fine di quasi tre mesi di solitudine e angoscia, sapere di poter almeno riabbracciare chi amiamo è stato un po’ come vedere finalmente la luce in fondo al tunnel. E il 4 maggio è diventato una data da ricordare a livello nazionale.

a cura di Gaia Rossetti

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