Un sano riposo

tomba di camoes
tomba di camoes

Il riposo condiziona la salute, se non è buono anche la salute rischia di non esserlo. Non che mi importi davvero adesso che sono morto, la salute per me è eterna; però dopo una vita passata al lume di candela a scrivere, senza badare alle borse che avevo sotto gli occhi, credo di meritarmi una bella dormita. Voglio risvegliarmi tra cinque miliardi di anni. Anzi credo di non voler risvegliarmi mai più.

I sogni son desideri

Ci provo e ci ho provato a dormire, eppure proprio non ci riesco.

Prima di tutto, nessuno sa quanto si sta scomodi a rimanere nella stessa posizione per secoli. Mi hanno imprigionato in una tomba di marmo fredda, umida e scomoda come un letto senza materasso. 

Ah, io neppure ce l’ho il materassoQuanto vorrei affondare nell’abbraccio della terra: almeno lì si sta comodi e al caldo.

Tutto per quei due versi che ho scritto senza voglia, per caso e per uso personale.

Ok, forse i versi non sono soltanto due, mi ci sono impegnato molto e speravo fossero letti da tutti: ma non avrei mai voluto che la mia fine fosse questa. E se l’avessi scoperto prima mi sarei dedicato ad altro: Luís de Camões, il grande navigante, il famoso tombeur de femme o il pasticcere tanto amato dai bambini. 

Ah, inutile, avrei fatto la stessa orribile fine… C’è un tumulo consegnato all’eternità per ognuna delle altre carriere che avrei potuto intraprendere; quello del navigante per altro lo vedo ogni giorno di fronte a me: le spoglie di Vasco de Gama distano dalle mie meno di cinque metri. Secondo i suoi calcoli, lui che è abituato a misurare le rotte, quattro metri e ottantasei. 

È un tipo a posto, simpatico, sveglio… Mi racconta sempre le sue storie, di quando da giovane invece che andare nell’orto ad aiutare il padre, si fiondava sulle più alte scogliere per osservare le navi muoversi sotto lo sguardo indifferente del sole; e da come grazie a quelle pazienti osservazioni avesse imparato ad orientarsi nel mare. È per quello che è in grado di calcolare le distanze meglio di un ingegnere o di un laser: a lui basta la vista.

Ma di cosa stavamo parlando? 

Di quanto si dorme male quando si è condannati alla fama eterna.

Purtroppo chi ha una più grande orma impressa nelle sue cellule viene punito con l’immortalità: una tomba di marmo rifinita in ogni dettaglio quasi fosse una rossa fiammante o un dipinto della scuola di Barbizon.

Per l’eternità mi sarei immaginato altro… perché non un simposio: se non settantadue, mi bastava una bella Uri con cui accoppiarmi per il resto del tempo. Ma come avete potuto intuire il mio destino post mortem è ben diverso da un party di sesso sfrenato con una donna che farebbe impallidire Victoria Secret. O se non fosse così, mi sarei almeno aspettato un sonno tranquillo e un riposo eterno. Ma niente: la vita è difficile pure dopo la morte.

Vi prego di non scomporvi per il mio linguaggio; sono uno scrittore emancipato, al passo coi tempi, con un debole per il gentil sesso e il sesso nudo e crudo, in preda a una rabbia primordiale per il fatto che a tutto questo avrei preferito di gran lunga la terra. 

Ah, chissà cosa si prova a stare sotto terra

Ogni tanto sono tentato dal desiderio di uscire dal mio pesante vestito di marmo, scavarmi una fossa e coricarmi lì: certo sarà ancora più umido, ma almeno è buio. E il buio concilia il sonno.

Non ricordo più da quanto tempo non ho fatto una dormita come si deve.

Ogni giorno, appena aprono la chiesa, una flotta di persona entra, impugna lo smartphone e scatta una cinquantina di foto in meno di quaranta secondi.

Questo comportamento non lo riesco proprio a comprendere. Vi giuro che ci ho provato a capire cosa li spinge ogni giorno a collezionare nei loro aggeggi foto di tombe di cui non conoscono i proprietari; il significato di un tale rituale mi è ancora sconosciuto. So solo che mi impedisce di dormire.

Forse se trovassi una risposta finirebbero una volta per tutte di disturbare il mio riposo.

Con il tempo ne ho azzardato alcune, ma mi sembrano così banali che spero rimangano soltanto mie fantasie, le fantasie di uno scrittore morto tanto tempo fa. 

Ah, per quanto siano così diversi….

Per quanto tutte queste persone possano differire per altezza, colore, lingua e livello di sonno, tutti fanno la stessa cosa, quasi ci fosse un copione a guidarli. 

Vedendoli ripetere gli stessi gesti all’infinito, ho avuto più volte l’impressione di assistere a uno spettacolo di scimmie ammaestrate: come Pacman avanzano verso il prossimo pallino da mangiare, senza neppure chiedersi se hanno fame. 

È palese che a loro non importa essere a Lisbona o in un altro luogo, essere davanti alla mia tomba o a quella di Shakespeare, o poter osservare da vicino il mistero della morte e il soffio dell’esistenza.

Tutto quello che fanno è scattare una foto e andarsene. 

I miei simpatici turisti non vivono il presente e non vivono nemmeno la loro vita. Hanno bisogno di una prova documentale da sottoporre ad altri per ottenere la loro approvazione, per sentirsi dire che la serie di azioni che hanno intrapreso possa essere definita vita. Magari anche bella, o degna di essere vissuta. 

Purtroppo s’ingannano perché chi dovrebbe giudicare, non prova il minimo interesse e perché nel tempo speso a cercare di impressionarli, si dimenticano di vivere del tutto. Forse se sapessero questo, non verrebbero a migliaia di fronte a queste povere spoglie; ne verrebbero di meno, una quantità insufficiente a intralciare il mio riposo. 

La verità è semplice: non basta che qualcuno dica che la tua è una vita figa, perché la tua sia una vita davvero figaCi vuole ben altro…

Se sapessero che un minuto dopo essere morti tutto è finito, non si concentrerebbero sull’approvazione degli altri, ma sulla propria: è questo l’unico modo per oltrepassare il muro della vita umana e raggiungere il premio dell’eternità. Certo, in tal caso, bisognerebbe poi accettare il rischio di essere costretti per sempre in una posa scomoda e retorica: destino infame!

Ma perché dovrebbe importarmene di quello che fate? Sono solo vostri problemi: fate pure una scelta, basta che ne accettate le conseguenze. Voglio solo un po’ di riposo!

Quello che da morto però non posso proprio tollerare sono i cellulari. 

Non ho nulla di personale con loro; sono loro ad avere qualcosa di personale con me!

Non so se il creatore di questi smart phone abbia una tomba di marmo, ma spero proprio di sì.

Il perché? Semplice: voglio subisca la stessa mia tortura.

Come posso prendere sonno con i flash? La loro luce è più accecante di quella del sole: nemmeno con cento mascherine riuscirei ad addormentarmi.

Io sono morto, la morte dovrebbe essere il sonno eterno, ma non sono mai stato così sveglio.

Finitela coi flash! Ho bisogno di riposo.

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Mi chiamo Gabriele Missaglia. Sono un giovane autore con una lista di pregi così lunga che questo spazio è troppo contenuto per dirveli tutti. Ahimè posso dire lo stesso per i difetti! Quando scrivo mi piace sorprendere, cerco di farlo scrivendo storie che ribaltano la realtà, nei libri e nei racconti. La chiave di lettura delle mie opere, e, penso, della vita é: credere mai, verificare sempre (sopratutto gli assoluti).

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