Il Mostro

La sveglia è posticipata. Sono cinque i minuti di tregua che mi separano dalla giornata che incombe. Rimango fermo, le coperte coprono buona parte del capo, mentre faticosamente apro i miei occhi pesanti e cisposi.  È settembre inoltrato. Una fiebile luce prova a farsi forza passando tra le fessure della persiana sulla mia destra. Mi colpisce sensibilmente il viso ed io, inaspettatamente, sorrido. La giornata di oggi tutto sommato parte bene. Ho voglia di un caffè. Al bar. Ho bisogno di un sorso di vita. L’aria fuori è pungente ed umida mentre alzo il copricapo del cappotto riversandomi sulla strada di fronte casa.

Non chiedetemi come ci sono arrivato, so solo che durante il tragitto tutto si è fatto nero, vi basti questo. Un gran fetore pervade le narici del mio naso. Ed attorno delle pareti molli e viscose iniziano a cullarmi in un abbraccio asfissiante. La sensazione è quella che qualcuno, o forse è meglio dire qualcosa, mi abbia ingollato vivo. La luce sopra la mia testa prende la forma di un sorriso diabolico. La vedo passare attraverso quattro canini abnormi, contornati da innumerevoli denti, che completano una dentatura mai vista prima. Simile a quella di un predatore.

Il tempo passa, inesorabile, sono due ore che mi trovo qui. Sento le maniche del giaccone inzuppate da un liquido verdastro ed un odore acre e pungente. Questo “qualcosa” sta iniziando a digerire. O forse è meglio dire “a digerirmi”. Lo sento. “Caro “qualcosa”, lei mi ha inghiottito. Spensieratamente e con tutta la tranquillità del mondo stavo andando a lavoro. E lei, zac! Mi ha preso per il giaccone, tenuto tra le fauci e deglutito. Senza masticare. Come farebbe una mucca. Ma ora cosa conta di ricavare dalla digestione di questo inutile corpo? Non sono grasso, non ho nemmeno molti muscoli. Sono vegetariano e, tra l’altro, fumo e bevo. Insomma di nutrienti qui non ne trova. Solo pelle ed ossa. Al massimo un po’ di adipe sui fianchi che sicuramente troverebbe poco appetibile.”

Gli direi più o meno così. Se solo avessi la possibilità. Invece no. Sento sempre più bruciare intorno. Deduco che i succhi gastrici stiano facendo il loro lavoro. D’un tratto uno strattone mi rianima dalla pesante ambascia in cui riversa il mio corpo. Una mano dalla pelle bruciacchiata sbuca dal buio che mi avvolge e afferra ciò che rimane dei miei lisi vestiti.

“Porco diavolo, chi sei?!” grido.

“Scusi” dice lui.

“Eh, ma ci conosciamo?”

“Sono stato inghiottito poco prima di lei”

“Piacere allora. Come usciamo da qui?”

“Se l’anatomia di questo “qualcosa” non è cambiata nelle ultime due ore le vie di fuga rimangono sempre due. Una è la bocca. L’altra…”

“Fermo lì. Ho capito.”

L’idea di venire, come dire, “evacuato” non mi alletta.

“Vada per il vomito” gli dico tentennando.

“Allora facciamo così, spingiamoci a vicenda sulle pareti, in qualche modo causeremo un rigurgito” risponde, forte di sè.

“Ma una volta usciti? Torneremo alla vita di tutti i giorni?” domando.

“Forse sarà peggio. E tanto vale che ti ci abitui subito, sarai esaminato per tutta la vita. Bisogna fare i conti, prima o poi, dall’inizio alla fine”.

Con questa sua risposta poco rassicurante iniziamo a spingerci. Spalla contro spalla. Ma senza musica cruda in sottofondo. Si percepiva solamente la peristalsi degli organi interni appartenuti al nostro signor “qualcosa”. Ed ecco che, spinta dopo spinta, arriva inaspettato il momento tanto agognato. Una colata di liquido color fiele inizia a sopraffarci. In un attimo l’angusto spazio buio dove, da oramai parecchio tempo, io e il mio nuovo amico “ballavamo” indisturbati si riempie spingendoci verso le fauci sempre più vicine. “Tieniti a me!” urlo con un filo di voce, “Stiamo per uscire!”.

Se fosse un onomatopea sarebbe dring, oppure driin! Ma in realtà il rumore della sveglia, riecheggiante nella mia stanza, dopo i cinque minuti posticipati, fu come un vulcano in eruzione. Un boato che, provenendo da lontano, mano a mano si avvicina diventando forte e corposo come un temporale. Apro gli occhi e rimango fermo. Fisso per pochi secondi il soffitto. A tastoni cerco le coperte sparse nei vari angoli del letto. La data sul telefono mi conferma che è ancora settembre inoltrato. Ma non c’è luce fuori. Nessun bagliore che prova a farsi spazio per entrare. Si sente solo il rumore di una pioggia copiosa e battente che dolcemente arriva ai miei timpani e, allietandoli, li scalda.

Mentre io nel buio mi alzo. E nonostante tutto. Inaspettatamente. Sorrido.

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Andrea Panarotto

Pianeta Terra
Trent’anni e più all’anagrafe. Biologo su un pezzo di carta. Fan patologico di Star Wars. Ha un passato come musicista nella scena punk italiana. La sua esperienza lavorativa spazia in molti campi, le uniche sue costanti sono la musica, la scrittura e il disegno, il cinema e la cucina vegetariana.

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