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Impeachment: che cos’è e perché ne stiamo parlando tanto

In questi giorni sentiamo molto parlare di “impeachment”, tanto che stiamo iniziando a utilizzare questo termine senza conoscerne il significato o le conseguenze. Cerchiamo di tirare le fila del discorso e di capire perché, in questo momento storico, è necessario sapere di cosa stiamo parlando.

Recita l’Oxford Dictionary alla voce impeachment: “messa in stato d’accusa di persona che detiene un’alta carica pubblica, ritenuta colpevole di azioni illecite nell’esercizio delle proprie funzioni, allo scopo di provocarne la destituzione”. Negli Stati Uniti sarebbe stato previsto e disciplinato dai padri costituenti degli Stati Uniti d’America nella Costituzione di Filadelfia del 1784 per ricordare ai cittadini che il loro presidente è umano e che, in quanto tale, può sbagliare come qualsiasi altro cittadino. Ecco perché questo termine è al centro dei nostri discorsi di questi ultimi giorni.

In parole povere, l’impeachment è quel provvedimento cui si ricorre quando un personaggio che riveste un’importante carica (e che dunque dovrebbe dare il “buon esempio”, proprio come farebbe un padre di famiglia) non si comporta come dovrebbe, dimostrando così di non essere più in grado di ricoprire il suo ruolo. Si passa dunque ai voti e – nel caso in cui la proposta di impeachment venga approvata – il “condannato” viene spodestato, detronizzato, umiliato. Non servono particolari conoscenze giuridiche o politiche per comprendere la portata di quest’operazione, una strategia di rilevanza galattica che in quanto tale non è stata usata così di frequente. Siamo dunque giustificati, se fino a oggi non conoscevamo questa parola.

Ma, in seguito ai fatti del 6 gennaio, è bene sapere quali saranno le conseguenze per Donald Trump, se davvero si decidesse di agire in questa direzione. Dopo gli avvenimenti di Capitol Hill e la responsabilità attribuibile al (quasi ex) Presidente, questa procedura sembra l’unica soluzione per fermare The Donald, che dovrebbe comunque lasciare il suo incarico fra pochi giorni in favore di Joe Biden (l’avvicendamento avverrà il 20 gennaio). Eppure, la pentola a pressione messa sul fuoco dalle continue accuse di Trump impongono scelte più drastiche che possano deporlo prima del tempo, riducendo i rischi derivanti da una sua possibile “vendetta personale”.

La Casa Bianca a Washington

Perché, data la gravità dei fatti appena accaduti, non siamo ancora arrivati a questo punto? Prima di approvare l’impeachment, l’ultima spiaggia contro le teste più dure, il buon senso vuole che ci si appelli al 25esimo emendamento. Un’altra parola difficile, lo sappiamo bene, ma è necessario conoscere anche questo tassello del puzzle. La leva per cacciare Donald Trump dalla Casa Bianca senza ricorrere a umiliazioni generali potrebbe essere, appunto, il 25esimo emendamento della Costituzione Americana: questo prevede che il vicepresidente (in questo caso Mike Pence) prenda i poteri del Commander in chief come facente funzioni nel caso in cui il presidente muoia, si dimetta o sia rimosso dal suo incarico per incapacità manifesta o malattia. A differenza dell’impeachment, dunque, le norme del 25esimo emendamento consentono di rimuovere il presidente senza che sia necessario elevare precise accuse.

Sarebbe sufficiente che il vicepresidente e la maggioranza del governo trasmettano una lettera al Congresso, sostenendo che il presidente non è più in grado di esercitare i poteri e i doveri legati al suoi incarico. Se poi il presidente si opponesse alla rimozione, la decisione spetterebbe alla Camera dei Rappresentanti del Congresso (oggi in mano ai democratici), che deve esprimersi con una maggioranza di due terzi dei voti.

Il caso più noto in cui si è fatto ricorso a questo particolare emendamento è stato quando il vicepresidente Gerald Ford nel 1974 prese il posto di Richard Nixon, dimessosi dopo essere stato travolto dallo scandalo del Watergate (innescato dalla scoperta di alcune intercettazioni illegali, effettuate nel quartier generale del Comitato nazionale democratico, da parte di uomini legati al Partito Repubblicano e in particolare al “Comitato per la rielezione del presidente Nixon” – quello che Trump vorrebbe farci credere sia successo anche ora, con la differenza che in quegli anni era successo per davvero). Ma il 25esimo emendamento può essere applicato anche per un breve lasso di tempo: il vicepresidente George H. Bush nel 1985 fu presidente per alcune ore quando Donald Reagan fu operato con anestesia totale, e una simile situazione si rivelò quando il vicepresidente Dick Cheney nel 2002 rimpiazzò per alcune ore il presidente George W. Bush, sottoposto a un’operazione chirurgica.

Tutto tace però intorno al vicepresidente, così l’11 gennaio è stato formalmente presentato alla Camera l’articolo di impeachment contro Donald Trump, la mozione per metterlo in stato di accusa per aver incitato l’insurrezione che ha portato all’assalto al Congresso di pochi giorni fa. Ci sarà allora il voto della risoluzione con cui i democratici chiedono a Mike Pence di rimuovere Trump invocando il 25esimo emendamento, cui i repubblicani hanno già detto di essere contrari anzi, si sono opposti al passaggio all’unanimità della risoluzione presentata dalla maggioranza democratica. Dopo l’approvazione, il vicepresidente Mike Pence avrà ventiquattro ore per rispondere. In caso negativo, Nancy Pelosi (Presidente della Camera dei Deputati degli Stati Uniti, prima donna a ricoprire questo ruolo) ha affermato che si andrà avanti “portando in aula il provvedimento di impeachment. La minaccia del presidente all’America è urgente, e quindi lo sarà anche la nostra azione”. E come darle torto.

di Gaia Rossetti

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