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Iseut de Capio e Almucs de Castelnau: il perdono non concesso

Particolare dell'arazzo "Dama con l'unicorno", fine del XV secolo

Nelle sue più alte forme, l’amore in poesia è un sentimento che trascende il tempo: le sillabe musicate e messe successivamente per iscritto eternizzano nella lettrice o nel lettore non sensazioni passeggere, ma emozioni vissute e accuratamente selezionate da un autore. La scrittura è parola che imbriglia la sostanza in virtù di un incessante lavoro di selezione che ama nascondersi dietro un’apparenza di naturalità. 

L’amore sofferente o romantico, ricambiato o tradito, fino a quello rifiutato, occupa una grande porzione della produzione poetica orale e scritta: quelli che rientrano nella categoria di “classici” presentano generalmente l’amore come tematica principale, sia nei suoi risvolti positivi che drammatici.

Che cosa succede, tuttavia, quando questo amore, così alto e letterario, incombe nel tradimento?

La poesia medievale ci offre un meraviglioso esempio di tradimento non perdonato:

Donna d’Almucs, se vi aggrada 
egli vi pregherà molto affinché 
il furore e il mal capriccio
vi facciano avere compassione
di colui che sospira e piange,
e muore di pena e si lamenta
e chiede umilmente perdono;
fate per lui un giuramento,
se lo volete perdonare,
che lui faccia attenzione di sbagliare.

Così recita la prima strofa di una componimento a più voci (tenzone) datato alla fine del XII secolo. Le protagoniste sono due donne: Iseut (Isotta) de Capio e Almucs de Castelnau. 

Iseut de Capio fu una nobildonna originaria del Gévaudan, un’antica provincia del midi francese oggi facente parte della regione del Languedoc – Roussillon. Nata intorno alle metà del XII secolo e membro molto probabilmente della famiglia del Tournel, Iseut è conosciuta soprattutto per lo scambio poetico con un’altra nobildonna: Almucs de Castelnau. Quest’ultma, appartenente alla famiglia del Châteauneuf – Randon, sarebbe stata la moglie di un certo Guigue, baronetto locale. 

Della tenzone fra le due nobildonne ci restano solamente due strofe e, ad una prima lettura, paiono essere proprio le più interessanti. Nella prima strofa Iseut si rivolge ad Almucs invitandola a perdonare “il mal capriccio” (el mal talan nel testo originale in occitano) del marito Guigue che, molto probabilmente, si è dimostrato infedele. I pianti (plaing), i sospiri (sospir) e il lento morire che Iseut cita per perorare la causa del marito di Almucs un tempo, forse prima del matrimonio, erano i tipici sintomi che un innamorato prova, in pena, aspettando uno sguardo, una controprova del sentimento dell’altro.

Iseut opera un rovesciamento di piani: quegli stessi sintomi da innamorato ora sono i sintomi di un penitente che cerca il perdono.

La risposta della nobildonna tradita, Almucs, è icastica:

Dama Iseut, se io sapessi
che si è pentito del suo tradimento
così grande che ha commesso verso me,
sarebbe giusto che io abbia pietà di lui;
ma lui non vuole riconoscere il suo torto
ed io non posso averne pietà. 
Ma se voi riuscite a farlo pentire
potrete farmi cambiare idea.

L’amore adulterino, nella lirica provenzale, non rappresenta di certo una novità. La dama e il cavaliere – amante, legati da un intreccio poetico dai connotati sensuali e sublimanti, devono costantemente guardarsi dalle gelosie del marito tradito e dalle malelingue della corte. Nel caso della tenzone fra le due nobildonne la dama viene sì tradita dal suo sposo, ma, al contrario dello schema tradizionale cortese, non pare assumere la parte della gelosa.

Il sentimento distruttivo della gelosia viene completamente annichilito, da un lato, da una rigida dirittura morale che pretende il pentimento dello sposo infedele (pos que del tort no s’afraing suona il testo originale in occitano; letteralmente “poiché non si affranca dal torto”); dall’altro da una pietas condizionata, apparentemente priva di intenti vendicativi: la dama saprà infatti perdonare il marito, ma solo a fronte di un sincero pentimento (lui pentïr).

Il nodo della tenzone è l’engan (imbroglio, tradimento). L’imbroglio, nella lirica provenzale, è solitamente la causa scatenante della gelosia che deteriora la ragione, che offusca ogni virtù umanistica di moderazione. 

Nel contesto eccezionale di una tenzone tutta al femminile, fra due dame di alto rango e appartenenti ad una civiltà assai raffinata, come quella del midi a cavallo fra XI e XII secolo, il valore di queste due strofe appare eclatante: laddove un marito geloso avrebbe rinchiuso la dama o ostacolato gli incontri d’amore e adulterini (condizione essenziale della lirica cortese), la dama assume una posa ferma. Quest’ultima, depositaria della buona maieutica nell’apprendistato amoroso, dimostra in questa tenzone di giocare d’anticipo anche nel rapporto col marito incarnando le buone virtù della moderazione, del retto pensare e agire.

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Giuseppe Sorace

Se vivessi in epoca cortese sarei un cavaliere il cui midons sarebbe il dio/la dea Amore in persona. Le mie armi le rime che incantano, lesionano e sanano al contempo. Di gesti gentili decorerei la mia quotidianità, e se è vero che “Amor, ch’a nullo amato amar perdona”, mi sentirei già fortunato. Fresco di laurea, cerco una strada. Nel frattempo scrivo, imparo, viaggio.

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