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La banalità del male: un monito alla coscienza

Commettere del male può essere un atto banale? Che cosa significa “fare del male”? La risposta potrebbe sembrare scontata facendo appello alla morale. La questione si pone, nel momento in cui a commettere del male è chi non è cosciente (nel senso di essere consapevole) del male che sta compiendo.

Hannah Arendt (1906-1975), politologa, filosofa e storica tedesca, è stata autrice di uno dei più importanti saggi della storia contemporanea: La banalità del male (1963). A scapito di quanto possa lasciar intendere il titolo, il contenuto è tutt’altro che banale. Il saggio tratta del processo al criminale nazista Adolf Eichmann svoltosi tra il 1960, anno della sua cattura in Argentina da parte di agenti israeliani, e il 1962, data della condanna a morte ed esecuzione presso Gerusalemme.
Hannah Arendt assistette alle 120 sedute del processo in veste di inviata del New Yorker, per poi occuparsi della stesura del saggio. L’opera parte da un concetto apparentemente semplice, che rivela in realtà tutta la sua controversia: commettere del male può essere un gesto banale.

Adolf Eichmann: un criminale nazista. Entrato nel Partito nel 1932, svolse le sue principali mansioni nell’ambito della deportazione degli ebrei, sino a diventare il principale amministratore della macchina organizzativa pianificando emigrazioni di massa ed gestione dei trasporti verso i campi di sterminio.
Catturato come si è detto nel 1960, a fronte delle accuse che gli furono mosse la risposta fu semplice e rimase la stessa sino alla condanna finale: aveva agito obbedendo agli ordini, alle leggi dello Stato Nazista che in quel momento ordinavano la deportazione e lo sterminio di migliaia di persone.
La posizione di Eichmann spinge alla riflessione su quelli che sono gli effetti di una macchina burocratica totalitaria: un apparato impersonale, organizzato secondo procedure prestabilite, che impone ai suoi sottoposti l’adempimento a ordini che vanno al di là di ogni forma di tutela del genere umano, ma che sono riconosciuti in veste di legge e come tali debbono essere applicati.

Sulla base di questi presupposti, la Arendt nota come Eichmann fosse una persona normale, un semplice funzionario – del tutto esente da una fede radicata e convinta nell’ideologia nazista – e un mero esecutore di ordini, l’infrazione dei quali ne avrebbe comportato la morte. Secondo l’autrice quindi, “banale” fu il male commesso da Eichmann, non perché moralmente irrilevante, ma perché conseguenza di una incapacità di pensiero.
La “banalità del male” è quella condizione superficialità, inettitudine, distacco della realtà, che non svincola dalla responsabilità, ma che chiarisce come anche l’azione più atroce può essere commessa da un uomo che opera disgiuntamente al pensiero.
Valeva per Eichmann, valeva per tutti – o quasi ­– i nazisti che operarono crudelmente durante lo sterminio di massa. Animati non da una ferma adesione all’ideologia nazista, ma dall’obbedienza a un compito assegnatogli.

La sentenza condannò Eichmann, responsabile di crimini contro gli ebrei e contro l’umanità.
La Arendt, non fu mai contraria all’esito della sentenza, che puniva atti efferati e disumani, bensì si pose lo stesso problema che già aveva formulato alcuni anni prima in Le origini del totalitarismo (1951, anche se in questo caso gli approdi della riflessione furono diversi): “È connaturato alla nostra intera tradizione filosofica non poter concepire l’idea di un male radicale”. Risulta quindi evidente il problema che sorge dalla relazione tra il male e la facoltà di pensare al male da parte dell’uomo.

La distanza tra realtà e mancanza di pensiero, fa da terreno fertile a rendere l’uomo ingranaggio di una macchina distruttiva, rende hostes generis humani. Così fu per Eichmann, che al pronunciamento della sentenza si sentì colpito da un’ingiustizia, quella di essere punito per aver rispettato la legge.

Eichmann ha portato all’attenzione il drammatico pericolo della irriflessività. Contrastare l’irriflessività può voler dire solo una cosa, fare appello alla coscienza. Appellarsi alla morale di fronte ad una legge che sembra non esserlo, significa compiere un atto di disobbedienza civile.
La disobbedienza civile è una forma di lotta politica che i cittadini possono operare per evidenziare mediante la propria opposizione una palese ingiustizia o violazione da parte dello Stato di quella che è considerata la morale. Non si tratta di azioni rivoluzionarie, ovvero compiute con la violenza, bensì azioni di proposizione pacifica delle proprie posizioni, denunciando pubblicamente ciò che si ritiene ingiusto nella legge presa in esame.

Avrebbe potuto Eichmann, e con lui tutto l’apparato di funzionari nazisti, compiere un atto di disobbedienza civile contro le leggi del Reich? Non è possibile fornire con esattezza una risposta, poichè le ragioni che determinarono l’olocausto avevano radici profonde e storicamente controverse. Però l’opera della Arendt e la vicenda di Eichmann portano alla riflessione anche oggi sulla disponibilità di ogni individuo ad accettare provvedimenti evidentemente ingiusti e violenti nei confronti di gruppi o minoranze, perché emanati da uno stato. La vicenda di Eichmann offre un lascito, una riflessione che vuole opporsi proprio alla irriflessività che la caratterizzò: che cosa resta di umano nel compiere del male con banalità?

di Martina Tamengo

 

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Martina Tamengo

U. Eco una volta disse che leggere, è come aver vissuto cinquemila anni, un’immortalità all’indietro di tutti i personaggi nei quali ci si è imbattuti. Scrivere per me è restituzione, condivisione di sè e riflessione sulla realtà. Io mi chiamo Martina e sono una studentessa di Lettere Moderne. Leggo animata dal desiderio di poter riconoscere una parte di me, in tempi e luoghi che mi sono distanti. Scrivo mossa dalla fiducia nella possibilità di condividere temi, che servano da spunto di riflessione poiché trovo nella capacità di pensiero dell’uomo, un dono inestimabile che non varrebbe la pena sprecare.

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