La Ferrante a Napoli

Veduta su Napoli dal quartiere Vomero

Sono molto, molto arrabbiata con gli scrittori contemporanei.

Hanno tutti quell’impronta giornalistica che mi manda in bestia, caratterizzata da periodi brevi ed essenziali spesso ridotti a frasi nominali che non mi fanno godere di quello che sto leggendo.

Questo è il motivo per cui evito di leggere libri di autori viventi e, come succede spesso, i libri di pubblicazione recente che finiscono per piacermi mi vengono sempre consigliati da qualcun altro.

In questo caso, dietro la figura del “qualcun altro” si cela mia madre che, stufa dei miei lamenti ogni volta che finisco un romanzo, mi ha appioppato questo libro che avevo visto a rivisto nelle vetrine delle librerie, e che proprio per questo non volevo leggere.

Per fortuna sono andata oltre.

“L’amica geniale” di Elena Ferrante è un mistero già dalla copertina.

Infatti, sembra che questo sia un nome fittizio, lo pseudonimo dietro cui si nasconderebbe una nota traduttrice napoletana. Secondo mia madre addirittura, dato lo stile usato dall’autrice e la sensibilità che traspare da queste pagine, la Ferrante non può che essere un uomo – e non mi stupirei di doverle dare ragione.

A quanto pare però, ancora nessuno è riuscito a confermare l’identità della persona che ha partorito la storia di questa bellissima amicizia, e che l’ha ambientata nella Napoli degli anni Cinquanta e Sessanta.

Non a caso, la mia genitrice è riuscita a trascinarmi proprio qui l’estate scorsa. A detta sua “per farmi mangiare almeno una volta nella vita la pastiera fatta come Dio comanda” ma, siccome non mi ha fatta stupida, so che sotto sotto voleva vedere i luoghi dove le storie di Elena e Lila si sono intrecciate, e mi è bastato leggere il libro per capire che avevo ragione.

Il “rione” di cui parla la Ferrante non è altro che il Rione Luzzati, piccolo quartiere popolare e allora decisamente popoloso alla periferia est di Napoli.

Non è assolutamente da considerare una zona turistica, anzi, oggi non è nemmeno come viene descritto nel libro. Una volta si trovava vicino a un’area detta “degli stagni” proprio perché era immerso nella campagna, oggi invece è incastrato tra la ferrovia e i cantieri del porto.

Incamminandosi per le viuzze di questo quartiere, la prima cosa che non si può non notare è la parrocchia della Sacra Famiglia, nei pressi della quale si trova la casa della maestra che ha motivato Elena fino a farle concludere il ciclo di studi.

La quotidianità delle bambine si sviluppa proprio in queste zone: è poco distante dalla parrocchia che troviamo il campetto da calcio dove una volta stava quella piazzetta con i giardinetti in cui giocavano le piccole, e poco più in là la biblioteca dove Elena e Lila prendevano in prestito i libri per le loro sfide di grammatica.

Percorrendo un vialetto, siamo giunte a una delle scuole presenti in questo quartiere che, sempre a detta di mia madre, probabilmente è proprio quella che frequentavano Elena e Lila, e data la sua esatta ubicazione temo non possa essere altrimenti.

Ovviamente, da ognuna di queste stradine si scorgono i tralicci della ferrovia che si menziona continuamente nel romanzo. Continuamente.

Come se fosse l’unico legame che gli abitanti di questo rione hanno con il resto del mondo.

Come se il passaggio dei treni fosse l’unica cosa che spezza la loro monotonia.

Non riuscirò mai però a rendere a parole quello che ho provato percorrendo il tunnel che porta al mare, che segna un momento di intensità quasi disarmante. Non sono in grado di identificare l’emozione che ho provato quando, arrivata al termine, ho intravisto il viale che conduce al mare e sono stata completamente investita da quella luce che, più in là, investe anche il mare.

Non è una storia che si svolge solamente in periferia, però.

Corso Umberto I, amorevolmente chiamato “Rettifilo” dai napoletani, è una strada infinita costellata di negozi, dove Lila compra il suo abito da sposa.

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Veduta di Corso Umberto I, Napoli

Già si notano subito gli interessi differenti rispetto ad Elena, la quale era invece una lettrice accanita che frequentava le bancarelle dei librai di Port’Alba.

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Bancarelle di Port’Alba, Napoli

Elena lavora in Piazza Municipio, ancora una volta in centro, dalla quale passando per il Teatro San Carlo e la Biblioteca Nazionale è possibile raggiungere la maestosa Piazza Trento e Trieste, che anche chi non è mai stato a Napoli non può non riconoscere.

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Piazza Municipio, Napoli

Qui, si trova Caffè Gambrinus, il caffè più famoso della città su cui la Ferrante non poteva tacere.

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Caffè Gambrinus, Napoli

È stato piacevole anche passeggiare per via Chiaia, ammirando quelle stesse vetrine che scrutavano Elena e Lila e che, con un po’ di immaginazione, ci hanno permesso di sognare ad occhi aperti esattamente come facevano quelle due.

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Veduta su via Chiaia, Napoli

Il negozio di scarpe di Stefano e Lila si trova in Piazza dei Martiri, situata nella zona storica della città proprio nel quartiere Chiaia, sempre nei pressi di quel lungomare pazzesco costellato da chioschetti di nonnini che spremono limoni e vendono granite.

Trovandosi in uno dei quartieri più ricchi di Napoli, è una delle piazze considerate più “in” – ma dubito fortemente che fosse così anche allora.

Quello che sicuramente resiste da allora, è la colonna che la domina, dedicata a tutti i napoletani caduti durante la millenaria storia partenopea.

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Piazza dei Martiri con la sua colonna, Napoli

Il Sea Garden, oggi luogo di relax in cui non sarei mai (e sottolineo MAI) andata se non fosse per placare l’ossessione di mia madre, è il luogo dove la piccola Elena va al mare con i figli della cartolaia, ma non solo. È proprio qui che incontra Lila, stabilendo quel legame di amicizia che cambierà la vita di entrambe.

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Sea Garden, Napoli

E se si parla di Napoli, è una bestemmia non intrecciarla a Posillipo: anche questa collina verde ha un ruolo essenziale nel romanzo, perché proprio qui si trova il locale (che purtroppo non esiste nella Napoli reale) in cui si celebra il matrimonio tra Stefano e Lila.

E da qui, è possibile abbracciare con gli occhi tutto il golfo di Napoli.

Vista su Napoli dalla collina di Posillipo

Non so se tutto questo sia servito a farmi fare pace con i contemporanei, anche perché non sono sicura di poter etichettare la Ferrante con questo appellativo – soprattutto se consideriamo l’ambientazione di questo romanzo in particolare.

Quello che è certo, è che girare la città inseguendo uno scopo e cercandone determinati aspetti è un’esperienza da provare. Ti fa apprezzare dettagli che vanno oltre il semplice monumento da cartolina: vai alla ricerca di emozioni, sorprese, sapori e odori.

Per questo, se mi cercate sarò sul lungomare a sorseggiare limonata.

Oppure in qualche libreria, fra i libri di scrittori contemporanei, ad inveire contro qualche libraio malcapitato.

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Gaia

Studentessa per sbaglio, viaggiatrice per scelta, lettrice da una vita. Nata per fare la principessa, ma pare che l’Italia sia “una repubblica democratica fondata sul lavoro”. Sono una scrittrice con il sogno di vivere delle proprie parole. Nel frattempo, accarezzo gattini. E mangio lasagne.

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