La fuga di Lucertola

la fuga di lucertola, seconda parte del racconto

La nebbia arancione, densa come un budino alla carota, ricopriva ogni cosa. Lucertola, uscito dalla sala dove aveva lanciato l’attacco, rimase piuttosto interdetto. La ragione era semplice: era cominciata la parte più difficile del piano, la fuga. 

La guardia che prima aveva comunicato la sua posizione giaceva a terra; poteva vederne solo il profilo: aveva perso i sensi ma sembrava stesse dormendo come un piccolo angioletto.

Visto che non ne hai più bisogno.

Lucertola sfilò dalla fondina la pistola della guardia, controllò se c’erano ancora dei proiettili. Ne aveva ancora dieci, era molto leggera e poteva far sempre comodo, e decise di prenderla con sé.

Bene, adesso dove vado?

Attenendosi al piano, la sua fuga passava per la sala caldaie. Da lì ci si poteva tuffare nelle fognature e tentare la sorte. Ne aveva già avuta a salvarsi dalla scarica di pallottole prima dell’attacco, forse non ne avrebbe avuta ancora così tanta, ma valeva la pena provarci.

Da dove si trovava, doveva scendere due piani, andare verso la parte ovest dell’edificio e lasciarsi guidare dal rumore dei macchinari. 

Come faccio a muovermi?

Lucertola si mise a sorridere. Era ironico che la sua vendetta gli stesse ritorcendo contro; senza avere delle chiare indicazione, fidandosi solo del suo sesto senso, come minimo sarebbe andato in bocca al nemico, o sarebbe caduto per milioni e milioni di scalini.

Muoversi a cazzo non è sulla lista delle cose da fare per salvarsi. Come posso fare allora?

Lucertola si inginocchiò a terra per respirare un pochino meglio e per trovare la giusta concentrazione.

Gli scenari erano semplici. 

Probabilmente se si fosse attenuto al piano, avrebbe vagato per giorni prima di trovare la sua meta; nel frattempo avrebbero potuto catturarlo; o ucciderlo.

Ci vuole qualcosa di meglio…

Stava per maledire quella nebbia, il suo piano e suo padre: quanto sarebbero state più facili le cose, se invece dell’Agent Orange avessero sputato sul Vietnam una bomba degna di quel nome: almeno non si sarebbe trovato lì, in bilico tra la vita e la morte.

«Basta» disse Lucertola, quietando la sua testa e quei pensieri cupi.

Un modo ci dovrà pur essere: vengo fuori da Princeton. Non sono mica l’ultimo degli scemi!

Ma per quanto fosse stato accompagnato da moltissime A nel suo percorso di studi, in quel momento i suoi voti non rispecchiavano la sua capacità di destreggiarsi tra i problemi della realtà; anzi sembravano essere inversamente proporzionali, a quella capacità: più ci pensava, meno ci riusciva.

Lucertola rimase in silenzio per alcuni minuti. Solo alcuni rumori dal piano inferiore disturbavano la quiete di quello dove si trovava lui.

Da sotto sentiva passi, voci e sussurri.

Non riesco a concentrarmi pensò, non riuscendo a distinguere i suoni che salivano dal basso sino alle sue orecchie.

O mio dio: ci sono!

La soluzione era sempre stata sotto di lui; precisamente sopra di un piano. Se non poteva scappare dalla fognatura, sarebbe scappato dalla porta principale. Con un po’ di fortuna, poteva mischiarsi in mezzo alla folla e tentare la fuga.

Sarò fuori in soli sessanta secondi. Promesso.

Con il nuovo piano in testa, chiuse gli occhi, si concentrò e raccolse tutte le sue forze nelle orecchie. Lo avrebbero guidato verso la salvezza: il più flebile respiro, il più impercettibile mormorio, il suono vellutato dei passi erano gli unici indizi che aveva per trovare la via della vita, quella che conduceva fuori dal centro congressi.

Andiamo, Andiamo, fatevi sentire!

Non ci volle molto perché riuscisse a distinguere il suono delle suola infuriate sul pavimento. A giudicare da quanto percepiva con le orecchie, Lucertola ebbe l’impressione che le scarpe presenti al comizio si muovevano concitate, in preda alla paura e terrorizzate per aver preso parte a un attentato con il poco invidiabile ruolo di vittime.

OK, devo scendere.

Si girò verso la guardia, vide la sua uniforme ed ebbe un altro lampo di genio.

Non poteva uscire così com’era entrato. Le telecamere lo avevano visto, inquadrato e messo a fuoco; le immagini della sciarpa, dello zaino verde e del suo immenso giaccone nero stavano facendo con ogni probabilità il giro di ogni del mondo, passando da notiziario a notiziario, da sito a sito, da social a social. 

Mi sa che sono l’uomo del momento: fossi stato così popolare anche all’uni… pensò sorridendo.

E se era vero che ogni comunicazione riguardava lui, era anche vero che chiunque avrebbe potuto riconoscerlo, inchiodarlo e costringerlo a pagare per un gesto più che dovuto.

«Caro mio amico, tu non ne hai più bisogno» gli disse, toccando la sua uniforme.

«Sarà un lavoraccio, ma lo devo pur fare» concluse, cominciando a svestirlo.

Il piano era semplice, forse troppo, ma aveva poche alternative: si sarebbe messo l’uniforme per uscire dall’edificio. Una volta fuori se la sarebbe tolta, e avrebbe cercato riparo fino a sera aspettando il bus per tornare al suo quartier generale; lì c’erano le ultime cose per completare la sua fuga: un volo per il Vietnam, una piccola valigia e una mazzetta di soldi che gli avrebbe permesso di vivere un po’ di tempo nell’ombra.

Ok, cominciamo.

Il peso morto della guardia lo costrinse a uno sforzo che non si sarebbe mai immaginato; erano necessarie tutte le sue forze anche solo per stenderlo su un lato. E quando aveva cominciato a svestirlo, si accorse che la giacca e i pantaloni non venivano via quasi fossero la sua pelle.

Ci mise dieci minuti a completare il suo travestimento, che pure non lo convinceva.

Mah… vediamo cosa succede.

Non era convinto della possibilità di salvarsi. Aveva sempre pensato al suo gesto come a un attacco Kamikaze: per questo la fuga non l’aveva studiata molto bene e aver cambiato il piano all’ultimo momento era una cosa così rischiosa tanto da sembrare un errore.

Ti prego, lo hai già fatto prima, assistimi anche ora!

Alzando gli occhi al cielo in cerca dell’aiuto di Dio, Lucertola prese la via della scala che portava al piano inferiore. 

Nel percorrerla, si attaccò al muro manco fosse un piccolo ragno spaventato: i passi falsi non erano ammessi.

Facendosi scudo della nuvola arancione, raggiunse il fiume di gente che stava cercando una via di salvezza dal suo attacco. C’era tutto un via vai di gambe, busti, teste che si muovevano come ombre; voci acute, gravi e pianti si disperdevano nell’aria lasciando un eco sommesso e pieno di paura. Se non fosse stata per la barriera fisica di color arancio, Lucertola avrebbe di sicuro pensato di essere davanti a una rappresentazione, molto più che fedele, dell’inferno. Forse la sua fuga doveva passare di lì.

Poveri scemi, avete respirato, non avete scampo! pensò mentre cercava il momento giusto per accodarsi al gruppo.

Due poliziotti sfilarono di fronte a lui.

Sto dietro di loro, poi mi dileguo.

Con un balzo felino si alzò da terra, impugnò l’arma nello stesso modo in cui lo stavano facendo i due uomini di fronte a lui e cominciò a marciare. 

Si era messo dietro di loro perché non voleva avere alcun contatto con le persone che stava scortando: se avevano qualcosa da chiedere, gli altri due si sarebbero attivati, lasciando a lui la possibilità di trovare il modo per allontanarsi. Rischiava di rimetterci la fuga e la vita.

La processione durò qualche minuto. La nebbia arancione gli impediva di vedere dove stava andando, ma si fidava del fatto che seguendo il fiume di gente sarebbe sfociato nella piazza dalla quale aveva lanciato l’attacco.

Si rincuorò quando vide la vetrata dell’ingresso, i metal detector e la luce del giorno.

Quando fu sul punto di uscire, la fuga era riuscita ma la convinzione di aver fatto una capatina all’inferno si confermò realtà. C’era moltissima polizia, macchine con le sirene e telecamere. Ma c’era anche un gran casino: uomini a terra che tossivano, persone sommerse da strati di coperte termiche, équipe mediche che correvano impanicate di qua e di là, come api che tentavano di difendere il loro nido.

Guardandoli, gli sembrava di essere stato catapultato sul set di Apocalypse Now.

This is the end

Non appena la luce del sole accarezzò il suo viso, Lucertola svoltò a destra, si fece un varco tra i giornalisti che gli puntavano il microfono addosso manco fosse un’arma e si dileguò dietro le numerose ambulanze venute a soccorrere i poveri malcapitati che in una qualsiasi domenica dell’anno erano finiti in mezzo a un attacco terroristico.

Forse per il suo innato pessimismo, forse per un sesto senso, o forse per un presagio, quando Lucertola riuscì a lasciarsi dietro la polizia, l’edificio e l’Agent Orange, aveva come la sensazione che qualcosa non andasse, come se lo avessero lasciato andare via, perché l’avrebbero catturato comunque.

Mi puzza, un po’… pensò mentre, liberatosi dell’uniforme, cercava un ripar per aspettare la sera.

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Mi chiamo Gabriele Missaglia. Sono un giovane autore con una lista di pregi così lunga che questo spazio è troppo contenuto per dirveli tutti. Ahimè posso dire lo stesso per i difetti! Quando scrivo mi piace sorprendere, cerco di farlo scrivendo storie che ribaltano la realtà, nei libri e nei racconti. La chiave di lettura delle mie opere, e, penso, della vita é: credere mai, verificare sempre (sopratutto gli assoluti).

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