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La misura dell’equilibrio

Eraclito, filosofo efesino del VI secolo a.C., scrive nel suo frammento 94 che “Elios non oltrepasserà le sue misure: se no le Erinni, ministre di Dike, lo troverebbero”; Elios quindi, divinità primordiale del sole e successivamente associata ad Apollo, non deve oltrepassare i limiti, ma attenersi a una propria misura. Proprio quest’ultimo vocabolo si presta a delle considerazioni assai interessanti. Métra (μέτρα) in questo caso può essere associato alla nozione greca di Hybris, e in particolare a uno dei suoi innumerevoli significati quali l’eccesso e la dismisura. 

A una prima lettura sembra che la questione affrontata nel frammento eracliteo sia quella dell’equilibrio. Se si considera un dato sistema, generalmente gli elementi che lo costituiscono reagiscono all’unisono con l’ambiente esterno pur rimanendo ben identificabili. I rapporti di reciprocità che si stabiliscono fra gli elementi di un sistema creano un equilibrio fra i componenti stessi: di conseguenza quando un elemento si altera esso produce una mutazione nel sistema stesso e nell’equilibrio dei legami instauratisi. 

Nella citazione di Eraclito la questione dell’equilibrio viene inscritta in un quadro decisamente più ampio concernente le leggi che reggono la realtà. Sorge spontanea una domanda, ossia quali siano i limiti di Elios, il sole fonte di luce e di vita. 

Nella mitologia greca Elios montava sul proprio carro e delineava, lungo il corso della giornata, un ampio arco che dai confini orientali dell’Oceano (che circonda le terre emerse) termina ad occidente. Col calare della sera Elios ritornava in oriente tuffandosi nell’Oceano a bordo di una barchetta dorata, per poi riprendere la traversata del cielo il giorno dopo. 

Il raggio d’azione del dio solare rimane circoscritto al mondo dei viventi, mentre le lande che restano al di là dell’Oceano gli sono interdette: sono in effetti i territori dell’Ade, rette da altre leggi. Persino il sole quindi, fonte di vita e al quale solitamente si associano qualità positive, ha dei limiti che non dovrebbe superare. Se Elios oltrepassasse i confini del mondo dei vivi romperebbe un equilibrio cosmico e metafisico: la sua azione diventerebbe un crimine di dismisura e, come scrive Eraclito, perseguibile dalle Erinni, creature mostruose il cui compito era quello di vendicare le colpe e ricondurre tutto alla giustizia (Dike). 

Il sole e l’oscurità dell’Ade, la vita e la morte, sono tutti elementi che sono riconducibili al pensiero polare: tali elementi non costituiscono una semplice dualità (coesistenza di due elementi), ma fra loro risultano complementari. Se un elemento esclude l’altro, quest’ultimo trova una ragione d’essere proprio nel polo contrario e la coesistenza dei due risulta essenziale al mantenimento di un equilibrio. L’equilibrio necessita dunque di luce e ombra. 

L’idea di un equilibrio cosmico non è, ben inteso, un’esclusività della filosofia greca. Presso altre tradizioni ci sono rimaste testimonianze di questo pensiero polare, e un esempio che possiamo citare è il mito solare della tradizione egizia. 

Senza addentrarci troppo nei particolari il dio Ra, dio del sole e garante dell’ordine cosmico (Maat), al termine del giorno varcava la linea dell’orizzonte per addentrarsi, a bordo della sua barca solare, nel regno dell’oltretomba; al fine di poter risplendere il giorno dopo nel mondo dei vivi tutte le notti il dio Ra si scontrava con Apopis (signore del Caos), il mostruoso serpente del regno dei morti e incarnazione di tutto ciò che è male. 

Tale battaglia cosmica si svolgeva a ogni traversata del regno dei morti, e al termine di ogni scontro la vittoria andava a Ra, coadiuvato da una corte di altre divinità benefiche. 

Le differenze col suo omologo greco sono assai vistose: Ra in effetti varca un confine e porta battaglia alla personificazione del male; tuttavia Apopis, derivante dal Caos primordiale che precede la creazione, può essere domato e reso innocuo, ma mai sconfitto definitivamente, in quanto lo scontro fra quest’ultimo e Ra rappresenta quello ancestrale fra due poli che formano un equilibrio, che si escludono a vicenda, ma che debbono necessariamente coesistere. 

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Giuseppe Sorace

Se vivessi in epoca cortese sarei un cavaliere il cui midons sarebbe il dio/la dea Amore in persona. Le mie armi le rime che incantano, lesionano e sanano al contempo. Di gesti gentili decorerei la mia quotidianità, e se è vero che “Amor, ch’a nullo amato amar perdona”, mi sentirei già fortunato. Fresco di laurea, cerco una strada. Nel frattempo scrivo, imparo, viaggio.

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