La noia leopardiana è un’insalata scondita dopo il pranzo di Natale – Le fil rouge

La noia non è solo lo sbadiglio che ti viene spontaneo quando la discussione verte su temi che stimolano il tuo interesse quanto un’insalata scondita durante un buffet, la noia è un’emozione, o anzi, una non emozione. La noia è un torpore costante del tuo animo, la sensazione che niente si possa muovere, il disinteresse per tutto e tutti, convinti che tutto sia inutile, che ogni movimento sia inefficace. La noia è la sensazione di non poter essere soddisfatto, immobile mentre il mondo, intorno a te, si muove vorticosamente. Che cos’è quindi la noia? Una stasi dell’anima.

Un concetto semplice, ma che ha attraversato la storia dell’uomo su questa terra. Da Lucrezio, nel mondo romano, diviso tra otium e negotium, il concetto di noia si fece largo. Ma la noia non era solo l’insoddisfazione epicurea, per Seneca la noia era anche il torpore dell’anima che assale l’uomo quando pensa alla morte, la stasi asfissiante che ci attanaglia il cuore mentre la testa immagina un post mortem. La noia come preveggenza, la noia come senso di inadeguatezza rispetto alla vita, da Lucrezio a Marco Aurelio e gli stoici. Pensieri fondati su basi differenti, ma con dei punti comuni.

L’ACCIDIA DI PETRARCA
Con gran parte del Medioevo alle spalle e il rinascimento distante solo qualche secolo, la Noia cambia forma, ottiene una sfumatura religiosa, non è più una condizione che causa la passività, ma un modo di affrontare la vita. Un modo sbagliato. La noia è accidia, la noia è un peccato. Lo nota Jacopone da Todi, lo teorizza Petrarca, che prova questa sensazione più e più volte, colpevolizzandosi nella maggior parte dei casi. L’accidia è sullo sfondo in quasi tutte le opere di Petrarca, ma esce con forza nel Secretum, dove, durante un’intervista impossibile a Sant’Agostino, si arriva al concetto di Accidia come “funesta malattia”, qualcosa che attanaglia il poeta. Una malattia che, però, non è solo figlia del caso, ma anche vittima di se stessi. Qualcosa a cui porre rimedio con la propria forza di volontà. Con il Rinascimento e la fiducia ritrovata nell’uomo si perde in parte questa tragica compagna, che torna protagonista solo qualche secolo più avanti, tra Illuminismo e Romanticismo.

SCHOPENAUER E LA VOLONTA’ DI VIVERE
Se per Pascal, nel XVII Secolo, la noia, con malinconia e disperazione, era la causa dell’impossibilità del riposo, visto come qualcosa di insopportabile, data la sua natura poco produttiva e statica, per Schopenauer la noia era un rimpianto, un momento di sofferenza nel vedere i propri sogni infrangersi non contro le difficoltà della vita, ma in primis contro la propria incapacità di realizzarli. La volontà di vivere, infatti, si scontra contro l’inefficacia e l’impossibilità di trovare una soddisfazione per l’uomo, il quale, specialmente nei momenti di riposo, può riflettere e rammaricarsi. La noia, quindi, è insoddisfazione e comprensione dei propri limiti e questi limiti si riflettono un fiume di dolore che scorre verso la fine dei propri anni. «La vita umana è come un pendolo che oscilla incessantemente fra noia e dolore, con intervalli fugaci, e per di più illusori, di piacere e gioia… Il godimento è solo un punto di trapasso impercettibile nel lento oscillare del pendolo». La noia, una sfaccettatura dell’infelicità. Eppure, in questa affermazione di Schopenauer non abbiamo solo il pessimismo esistenziale che lo caratterizza, ma anche una speranza inconscia. Se la felicità e un attimo, anche la noia e il dolore lo sono. La differenza non la fanno gli estremi, ma le medie.

LEOPARDI: LA NOIA DEL VIVERE QUOTIDIANO
Le medie fanno la differenza, per qualcuno di parla di studio dei casi, per altri si parla solo di giro dei bar, tra una sbronza e l’altra. Per Leopardi, la concezione di noia è molto simile a quella di Schopenauer: se l’anima dell’uomo tende all’infinito, se la volontà di vivere diventa una sorta di casus belli per alzarsi al mattino, la noia diventa il manifesto dell’infelicità, l’insostenibile sconfitta dell’essere, martoriato dal più classico dei “Vorrei, ma non posso”. Se in Petrarca questo “Vorrei, ma non posso” diventava più spesso un “Potrei, ma non voglio”, dove il verbo volere assume una connotazione più latina, giocando maggiormente sulla volontà, in Leopardi ci si scontra con la sventura, contro il fato avverso, contro il pessimismo per una vita mortale scarna di momenti di sollievo. In un contesto filosofico di pessimismo cosmico, anche la noia diventa un limite imposto dalla nascita. Non più difetto personale risolvibile, ma patologia terminale. L’uomo può immaginare l’infinito, può racchiudere l’universo nei propri pensieri, ma non può ottenere tutto ciò che può pensare. E l’incapacità dell’uomo di accontentarsi viene aumentata da questo tormento. Quando puoi raggiungere la luna, come fai ad accontentarti di un weekend a Recanati?

La noia, nonostante le sue sfaccettature, resta qualcosa di quasi immutato. Abbiamo visto come possa cambiare il punto di osservazione, come possa essere una colpa personale (Petrarca) o una colpa dell’universo (Leopardi), ma non abbiamo ancora visto come si possa abbattere il muro della noia per ottenere una vita soddisfacente. La verità è che non si può abbattere. La noia e l’insoddisfazione la proviamo tutti. Che sia professionalmente o nelle esperienze. Siamo esseri tendenti allo sviluppo, cerchiamo sempre qualcosa di più e, se la felicità è effimera, non possiamo accontentarci del vivere quotidiano sciapito. Per questo cerchiamo delle novità, per questo proviamo la depressione, per questo soffriamo di dipendenza da adrenalina emotiva. Abbiamo bisogno di essere stimolati. Abbiamo il mondo negli smartphone, ma abbiamo bisogno di avere sempre qualcosa in più.

La noia, il filo rosso dell’insoddisfazione personale, una stasi dell’anima. Nebulosa, come la vista da una montagna, il freddo dentro in una giornata di Agosto. La noia ci tiene sotto scacco, immobili, e ci fa sentire tutti come il Viandante su un mare di Nebbia di Caspar David Friedrich, persi di fronte alla natura del mondo, con l’infinito dentro, e la paura intorno.

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Francesco C. Inverso

Se fossi un libro sarei ‘Siddharta’ di Hermann Hesse, se fossi una canzone sarei ‘Something pretty’ di Patrick Park, se fossi un film sarei ‘La ricerca della felicità’ di Gabriele Muccino. Vita e morte, sole e luna, bene e male, Inter e Juventus, a caccia di una dicotomia ancora da scrivere, guardando il mondo con gli occhi di un sognatore che vorrebbe viaggiare nel tempo.

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