La vendetta di Lucertola

la vendetta di lucertola è collegata all'agent orange, un gas versato sul Vietnam, un pesticida che ha causato mutazioni genetiche nella popolazione

Il caffè sbuffava lentamente i suoi aromi esotici sul naso di Lucertola che li percepiva senza particolare interesse: la sua mente non poteva raccogliere stimoli esterni vista la sua missione. Spiando lo schermo del cellulare, si rese conto che era quasi arrivato il momento della vendetta, un sogno che portava in grembo sin da piccolo.

Manca poco e siamo pari.

Guardando gli altri clienti del diner, sorridenti, sereni, immersi nel sole di quella domenica di maggio, si alzò dal tavolo promettendo che quel sorriso glielo avrebbe tolto per sempre. 

Suo fratello per quello che avevano fatto qualche decennio prima, un sorriso manco lo aveva: tutto l’Agent Orange che avevano buttato in Vietnam era finito nell’aria, nell’acqua e nel seme di papà. 

Né lui, né suo fratello e nemmeno il suo popolo avevano avuto scampo: tutte le generazioni post guerra del Golfo avevano subito mutazioni genetiche così orripilanti e terribili che sarebbe stato meglio non vederle mai apparire sulla faccia della terra.

È il momento di compiere il mio destino.

Non tutte però avevano solo risvolti negativi. Dio infatti aveva donato a Lucertola la mutazione ideale per vendicarsi. Da quando era piccolo non si era mai fatto male. Ogni volta che era caduto, ogni volta che si era tagliato, ogni volta che pensava di essersi fatto male sul serio, si era sempre rialzato come se niente fosse. Quale che fosse il danno, in pochi minuti i tessuti del suo corpo si addensavano, si riformavano e tornavano come nuovi, quasi rinascesse a ogni caduta.

L’esperimento finale lo aveva fatto con una cesoia, il mignolo del suo piede sinistro e tanta paura negli occhi. Aveva solo nove anni, rischiava di portarsi dietro un moncherino per tutta la vita, ma il desiderio di sapere era più forte: nel piccolo capanno dove suo padre teneva gli attrezzi per la risaia, Lucertola aveva concluso che per lui il dolore non esisteva. Dopo averlo visto schizzare in aria come il tappo di una bottiglia di spumante, aveva visto delle piccole vene ricostruirsi alla velocità della luce; poi i nervi, poi la carne, la pelle e l’unghia. Tutto si era rigenerato alla perfezione, quasi il mignolo che aveva preso il volo poco prima non fosse che l’effetto speciale di un film di fantascienza.

Non mi mancano i super poteri, ma mi manca la fantasia pensò mentre il sole lo aveva immerso nella sua luce. 

Il nome se lo era scelto da solo. Lucertola. Aveva scelto da solo anche gli studi: si era laureato in chimica a Princeton. L’unica cosa che pensava fosse già scritta, era il suo destino: sapeva che con il suo potere, la possibilità di ricreare la formula dell’Agent Orange, il desiderio di vendicare suo fratello e gli altri non aveva molta altra scelta. Ma l’idea nemmeno gli dispiaceva tanto.

Con lo zaino in spalle si diresse verso il comizio del partito conservatore. Non che li ritenesse più colpevoli dei democratici; la ragione era semplice: l’affluenza era maggiore e lui voleva fare più male possibile a quella nazione che per i crimini commessi non aveva mai pagato. Se non ci pensava un giudice, un tribunale o l’Onu, ci avrebbe pensato lui a fare giustizia.

Lucertola sorrise nel vedere il luogo nel quale avrebbe compiuto la sua missione. Il centro congressi sembrava una gigantesca pillola di viagra, ricoperta da milioni di manifesti blu, quelli del partito conservatore.

Andiamo, cazzo! Devo concentrarmi!

Lo faceva solo per una vendetta personale, ma davanti all’edificio, grigio e gigantesco, aveva capito il perché della promessa delle settantadue uri nell’aldilà ai suoi colleghi kamikaze. L’idea che non avrebbe più toccato la pelle liscia e morbida della sua ragazza; che non avrebbe più sentito il suo respiro caldo ed eccitato sul collo; e che non avrebbe nemmeno più osservato il piacere stamparsi sulle sue labbra carnose e sensuali, lo fece desistere. Per un attimo.

Davvero lo voglio fare?

Sì, lo voleva: era nato solo per questo.

Dio dammi la forza! Il suo piano era del tutto suicida.

Nello zaino aveva due grosse bombole piene di Agent Orange. Ne contenevano abbastanza per intossicare più di ventimila persone. Ma era evidente che non aveva modo di farle entrare nel comizio senza essere visto: l’entrata era protetta da cani, uomini armati e potenti metal detector che si attivavano anche solo per una borchia.

L’unica cosa che poteva fare era forzare il posto di blocco, sperare che il suo corpo resistesse ai proiettili il più a lungo possibile, e trovare la strada per i condotti d’areazione al primo colpo. Da lì avrebbe rilasciato il gas. Probabilmente pochi sarebbero morti per le esalazioni, ma questo non era nemmeno il suo obiettivo: Lucertola desiderava semplicemente mutilare le future generazioni, e ripagare l’America per la gentilezza mostrata qualche decennio prima.

Controllò lo schermo del cellulare. Mancavano più o meno sette minuti all’ingresso del candidato premier dei conservatori. Era quello il momento ideale per colpire. Il clamore, la confusione e la standing ovation per l’antagonista dei democratici, gli avrebbero concesso qualche secondo in più per azionare le bombole, velocizzare il rilascio del gas e, se dio glielo avrebbe concesso, per farsi strada verso l’unica via di fuga.

Il piano lo aveva studiato piuttosto bene. Il centro congressi aveva un’ampia sala caldaie. Era il pass per la sua libertà, visto che erano alimentate a metano (e nessuno, un po’ sano di testa, si sarebbe mai sognato di sparare); e visto che il vano caldaie si trovava vicino alle fognature, luogo dal quale avrebbe potuto dileguarsi come un’ombra.

Controllò ancora una volta l’ora.

Mancavano quattro minuti.

Lucertola fece un ultimo check del suo giubbotto antiproiettile, ben nascosto dal suo parka imbottito, della pistola e dello zaino.

Tre minuti.

Guardò il posto di blocco. C’erano due guardie, una che guardava verso di lui; una che stava accanto al metal detector. Le altre probabilmente stavano scortando il presidente sul palco.

Due minuti.

Era il momento di muoversi.

Lucertola si mosse verso il posto di blocco, era deciso, non si sarebbe fermato di fronte a nulla.

Restò solo un minuto.

La sua testa fu riempita delle immagini che lo avevano accompagnato fino all’adolescenza: visi senza naso, arti rinsecchiti come un fiore, parti di corpo deformate come se fossero state modellate nel pongo da un creatore un po’ troppo pigro per portare a termine il suo lavoro.

Vi vendicherò

Spostò la sciarpa sul volto per coprirlo, alzò gli occhi al cielo nella speranza di un’intercessione divina e cominciò a correre.

Le guardie subito si allertarono.

C’erano solo venti metri a separare Lucertola dall’ingresso, ma i mirini delle armi erano già puntati sul suo corpo.

«Fermo o sparo» gridò la guardia che poco prima era poggiata al metal detector.

«Fermo o sparo!» disse di nuovo, spaventato.

Lucertola non si poteva fermare. Non sapeva quando il suo corpo avrebbe smesso di rigenerarsi; aveva fatto degli esperimenti con delle armi da fuoco: la realtà era di sicuro più complessa, ma confidava che le sue membra avrebbero retto almeno il primo posto di blocco.

Il canto degli uccelli, il vociare sconnesso della domenica e il rumore del traffico furono sostituiti dal suono degli spari: forti, sordi, fragorosi; sembravano provenire da un’altra dimensione.

Un dolore incandescente colpì il braccio destro di Lucertola. Uno dei proiettili lo aveva raggiunto.

«Andiamo, dobbiamo neutralizzarlo» gridò la guardia a difesa del metal detector.

Lucertola non smise di correre, guardò in faccia i primi due ostacoli e pensò che non aveva altra scelta.

Costretto ad usare solo il braccio sinistro, sfilò dalla cintura una piccola Colt. 

«È armato: dobbiamo eliminarlo» gridarono in coro i due uomini della sicurezza.

Tutti e tre fecero fuoco. A cadere a terra fu l’uomo vicino al metal detector.

A grande velocità, Lucertola si intrufolò nel centro congressi: non aveva molte chance. Tutta la sicurezza probabilmente era già stata allertata.

Non era la prima volta che si addentrava nei corridoi di quell’edificio (c’era venuto altre tre volte: ufficialmente per dei concerti, ufficiosamente in perlustrazione); ma con il cuore in gola, l’adrenalina a mille e tutto il dipartimento di polizia alle calcagna, sembrava non essere in grado di ricordarsi che direzione prendere.

Si guardò in giro qualche minuto per capire dove fosse; l’illuminazione gli venne per caso guardando un poster che aveva visto all’ultimo concerto; invitava tutti ad andare all’evento che si sarebbe tenuto in autunno: un concerto di soli archi.

Al primo piano, al primo piano! E poi all’ala est! pensò sollevato

Impugnando la pistola con due mani, il braccio destro si era già rigenerato, riprese la sua missione.

Di fronte alle scale per il primo piano, si chiese cosa stava succedendo. C’era qualcosa che non andava: non aveva ancora incontrato una guardia. Si poteva muovere con troppa libertà.

Non so perché, ma qui c’è qualcosa sotto.

Non si erano accorto che delle telecamere piccole come degli acari, lo stavano seguendo, sapevano ogni sua mossa e avevano capito quale fosse il suo obiettivo.

Lucertola senza farsi pregare prese il corridoio a sinistra, si diresse verso la sala dei filtri ma fu accolto da una scarica di proiettili.

Il suono si propagò come un’eco in tutto il centro; in sottofondo, si potevano sentire le urla pieno di delirio, paura e terrore di chi era lì per il comizio: non avevano più la certezza matematica di tornare a casa su due gambe.

Le scariche questa volta furono più precise. Una striscia di buchi si era formata sull’addome di Lucertola. Un dolore lancinante si era impossessato dei suoi occhi: nella pancia si era acceso un fuoco che gli bruciava da dentro.D

Cazzo pensavo di essere più duro… cinque colpi e sono k.o. pensò mentre un conato di vomito misto sangue affiorò sulla sua bocca.

Gli uomini della sicurezza non accennavano a smettere di sparare. 

Mi sa che avevano ragione… Sono proprio un Kamikaze.

«Morto per morto» disse ad alta voce, cercando di convincere sé stesso.

Si alzò da terra, mentre sentiva che già il suo corpo aveva curato uno dei fori; guardò il soffitto, prese la mira e sparò al neon. 

Il corridoio piombò in un buio denso, umido e pesante, quasi si trovasse in fondo all’oceano.

Guardando il cielo per un’ultima volta, Lucertola uscì dall’angolo che lo stava proteggendo, svuotò un caricatore alla cieca e riuscì ad entrare nella sala.

La gran parte delle urla delle guardie non si sentiva più: qualche colpo era andato a segno. Non tutti; la voce meccanica e impaurita di uno degli agenti cominciò a dare indicazioni sulla sua posizione, per ricevere rinforzi.

Maledizione devo fare in fretta.

Mentre il suo orecchio, il suo braccio e il suo ventre riversavano sangue sui vestiti, sullo zaino e per terra, Lucertola riuscì a tirar fuori le due bombole.

Erano piccole, insignificanti e piuttosto leggere, ma contenevano una sostanza che le persone presenti, gli americani e il mondo non si sarebbero dimenticate più tanto facilmente. Come era successo per lui, la sua famiglia e l’intero Vietnam.

Lucertola guardò la piccola manopola, la girò e sorrise compiaciuto.

Dalle due bombole una nebbia arancione, spessa e irrespirabile cominciò a diffondersi nella stanza, nei condotti dell’aria e in tutto lo stadio. In pochi minuti, l’intero edificio si riempì di un gas colorato e velenoso.

Lucertola sanguinante, pieno di dolori e, per un miracolo divino, ancora in vita, si rallegrò per il successo ottenuto. Anche quelle persone avrebbero conosciuto il piacere di vedere un figlio monco, mostruoso e agonizzante, per le mutazioni genetiche dovute al gas. 

Non ditemi grazie pensò mentre cercava di saggiare la condizione del suo corpo. 

Poteva ancora alzarsi in piedi, sparare e muoversi. Dio gli stava dando la chance di scappare, sparire e preparare un altro attacco.

«Ti sono debitore» disse alzando gli occhi al soffitto.

Sicuro che ce l’avrebbe fatta, impugnò la pistola, aprì la porta e si dileguò nella nebbia arancione.

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Mi chiamo Gabriele Missaglia. Sono un giovane autore con una lista di pregi così lunga che questo spazio è troppo contenuto per dirveli tutti. Ahimè posso dire lo stesso per i difetti! Quando scrivo mi piace sorprendere, cerco di farlo scrivendo storie che ribaltano la realtà, nei libri e nei racconti. La chiave di lettura delle mie opere, e, penso, della vita é: credere mai, verificare sempre (sopratutto gli assoluti).

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