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Love, Death & Robots – Volume 2: la recensione

Love, Death & Robots – Volume 2 è disponibile su Netflix dal 15 maggio 2021. Dopo un periodo di grande attesa finalmente il pubblico può godersi la seconda stagione della serie antologica prodotta, tra gli altri, anche da David Fincher. Sarà valsa l’attesa?

Una scena tratta dalla puntata “Ghiaccio”.

Dopo ben due anni dall’uscita della prima stagione, Love, Death & Robots fa il suo ritorno sulla piattaforma Netflix con il Volume 2. La serie antologica di animazione è famosa per essere formata da pochi episodi (nel Volume 1 erano solo 18) di breve o brevissima durata. I temi centrali che accomunano le diverse storie sono i tre citati nel titolo: l’amore, la morte e gli immancabili robot.

La prima stagione ha avuto un’ottima accoglienza da parte del pubblico, sia per quanto riguarda le tematiche affrontate sia per la qualità (altissima) delle animazioni. Il genere predominante è quello fantascientifico, e anche se ogni trama è slegata dalle altre si riesce comunque a percepire un discorso di fondo che le attraversa tutte. Il rapporto tra mondo tecnologico e mondo umano, i possibili scenari post-apocalittici, la tenacia della sopravvivenza umana, fino a toccare scenari assurdi e paradossali: nulla è lasciato al caso, e lo stile delle animazioni varia e si adatta a ciascuno dei mondi in cui lo spettatore si immerge durante la visione.

Una scena tratta dalla puntata “Snow nel deserto”.

Volume 2

La seconda stagione di Love, Death & Robots è costituita da molti meno episodi rispetto alla precedente, infatti sono solo 8, e la loro durata varia dai 7 ai 18 minuti. Quasi la metà delle trame ruota intorno a scenari post-apocalittici, come in “Snow nel deserto” o in “Pop squad”. L’umanità è cambiata, divisa, in difficoltà, e i vari protagonisti sono posti di fronte a delle sfide che presto si trasformano in dilemmi etici. La tecnologia è la seconda anima delle storie con cui l’essere umano deve fare i conti.

Ci sono, invece, alcuni episodi che esulano dal filone principale e si rivolgono a suggestioni più mostruose o grottesche. Le puntate “L’erba alta”, “Era la notte prima di Natale” e “Il gigante affogato”, per esempio, mostrano meno azione, ma portano con sé una più evidente riflessione, e questa volta non nei confronti della tecnologia.

Una scena tratta dalla puntata “Servizio clienti automatico”.

La maledizione dei sequel

La prima stagione di Love, Death & Robots era giunta sul catalogo Netflix come un fulmine al ciel sereno, folgorando gli spettatori. Le trame, gli argomenti trattati, e anche (e forse soprattutto) la qualità e varietà delle animazioni aveva lasciato il pubblico a bocca aperta. L’originalità era tangibile e non aveva lasciato nessuno indifferente. Per questo motivo le aspettative sulla seconda stagione erano così alte.

Purtroppo, come a volte succede, il seguito non si è rivelato “della stessa pasta” dell’originale. O meglio, ci si aspettava un passo in più, qualcosa che non smentisse il successo che era nato intorno alla serie. Insomma, una progressione, non di certo un impantanarsi nel “già visto”.

Una scena tratta dalla puntata “Era la notte prima di Natale”.

Aspettative ingannevoli

È fuori dubbio che la qualità delle animazioni sia rimasta la stessa, soprattutto nelle puntate di animazione iper-realistica. Detto ciò, nel Volume 2 non si è riscontrata la stessa varietà “caleidoscopica” di stili d’animazione che aveva caratterizzato il Volume 1, questo forse anche a causa della riduzione del numero di puntate.

Si nota un appiattimento anche per quanto riguarda le storie e le corrispondenti tematiche trattate. La linea era già stata tracciata nella stagione precedente, e in questa si è ritornati a battere sugli stessi aspetti in modo quasi autoreferenziale. Anzi, la sensazione è che sia venuta anche a mancare quell’ironia che dava colore alle storie della stagione precedente, optando per una serietà a tratti pesante.

In definitiva, il Volume 2 di Love, Death & Robots appare come un bell’esercizio di stile ma nulla più. La classica “vuota bellezza” che suscita delusione. Come quando si addenta quella merendina che la pubblicità in televisione millantava come farcita di enormi delizie, e poi ci si rende conto che la sostanza è davvero poca.

di Martina Costanzo

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