Luce Virtuale

La prima volta che mi resi conto di potermi muovere in quel mondo ne rimasi estasiato. Mi bastava pensare, immaginare di essere lì e potevo esserci davvero. Non avevo barriere o limiti. La mia coscienza era in grado di andare oltre ogni singolo pensiero umano. Grazie alla Matrice potevo andare ovunque ed essere chiunque desiderassi; ero rinato nella sua luce virtuale.

Finalmente dopo tanto tempo mi sentivo davvero vivo.

I dati che scorrevano tra le mie sinapsi erano acqua sulla mia pelle, le informazioni che passavano sotto le mie dita erano freschi fili d’erba bagnati dalla rugiada mattutina, e tutto quello che i miei occhi vedevano era reale quanto bastava per convincermi di essere in un posto migliore della realtà stessa.
Per me, nato con un corpo debole che non sarebbe mai riuscito a sostenere la vita per troppo tempo, rinascere nella Matrice era stata l’unica soluzione.
Nel ventitreesimo secolo il mondo non era poi tanto diverso da quello dei secoli precedenti, forse solo un po’ più inquinato e sovrappopolato. La vera differenza era che non c’era più un solo piano d’esistenza, ma due: la realtà fisica e quella virtuale.
La prima era quella che tutti erano in grado di percepire e con cui chiunque poteva interagire, ma la seconda era qualcosa di astratto, inconcepibile e misterioso; almeno fino all’avvento della prima digitalizzazione.
Qualcuno nel ventesimo secolo aveva ipotizzato che ben presto il mondo si sarebbe diviso e che non ci sarebbe più stato modo di riunire quelle due metà di mela. Quella profezia si avverò quando per la prima volta degli scienziati riuscirono a collegare direttamente un cervello umano a Internet, aprendo così la porte al futuro.

La quantità di gente che voleva essere connessa aumentò esponenzialmente e fu necessario cambiare radicalmente la costruzione della rete stessa. In quell’esatto momento nacque la Matrice, il fulcro di quello che ora è il cyberspazio.

Per alcuni è qualcosa di inconcepibile, ma per me, la cui unica realtà ormai è quella digitale, questo mondo è molto meglio del piano fisico. Non ho bisogno di mangiare, di dormire, né altri bisogni corporali. Il mio aspetto non ha nulla a che vedere con quel corpo rinsecchito che giace su una sedia all’ottocentoventesimo piano del Tower Building di Londra. Posso proiettare qualunque immagine io desideri nello spazio digitale e quella sarà la mia forma fisica.
Qui sono libero. Qui sono il re.

La prima volta che incontrai una ICE¹ fu quasi per caso. Questi guardiani della Matrice avevano un compito molto semplice: tenere alla larga visitatori indesiderati con ogni mezzo. Spesso e volentieri si limitavano a rispedire la mente collegata alla rete nel corpo fisico, tagliando così temporaneamente il contatto con la realtà virtuale, ma nel mio caso non era possibile, poiché il mio corpo ormai era completamente scollegato dal piano fisico. Io ero come loro, ormai la mia mente e coscienza esistevano solo nel cyberspazio.

¹ Intrusion Countermeasures Electronics (Contromisure elettroniche anti-intrusione).


Quando la ICE tentò di bypassare il mio firewall probabilmente rimase stupita, e in quell’istante quasi giurai di aver visto qualcosa, come un riflesso muoversi sulla superficie cristallina di quel piccolo romboide. La sua IA non era in grado di comprendere la situazione, semplicemente non era programmata per affrontare qualcosa di insolito come me.
Andai oltre e non ci fu alcuna resistenza. Un po’ come quella volta in cui per segnare il punto della vittoria a Baseball mi fratturai una gamba cadendo sull’ultima base.
Alle volte i ricordi del mio “io” passato mi aggredivano in quel modo, ma riuscivo a scacciarli via facilmente, dimenticandomi di loro con una rapidità sorprendente.
Quel giorno però ero alla ricerca di qualcosa di particolare: volevo trovare il centro della Matrice. Volevo essere lì e toccare con mano la vera rivoluzione del ventiduesimo secolo.
Mi ero sempre sentito attratto da quel luogo non-luogo, ma non avevo mai osato andare oltre i primi firewall e confrontarmi con le ICE.
Ora sapevo che non mi avrebbero fatto nulla, e non mi sarei fermato fino a quando non fossi arrivato davanti al cuore pulsante del cyberspazio e l’avessi sfiorato con le mie mani digitali.
Vagai in quello spazio enorme e allo stesso tempo piccolissimo per un tempo indefinito. La mia destinazione doveva essere lì da qualche parte, eppure non riuscivo a trovarla.
Qualcosa di insolito attirò la mia attenzione: un parallelepipedo nero avanzava verso di me. Nonostante non l’avessi mai visto prima sapevo perfettamente di che cosa si trattava, e se avessi avuto un corpo fisico probabilmente in quel momento le mie ginocchia si sarebbero messe a tremare.
Una Black ICE² mi fissava dall’alto in basso. Potevo quasi sentire i suoi migliaia di sensori ottici passarmi da parte a parte e identificarmi come una minaccia. Mi ero spinto ben oltre il limite consentito ai semplici nuotatori del cyberspazio. Evidentemente quello era il luogo che stavo cercando, un posto dove solo i tecnici autorizzati potevano entrare.

² ICE che ha il compito di uccidere l’intruso.

Allora perché quella Black ICE non mi aveva ancora ridotto il cervello in poltiglia? Forse come le sue sorelle minori non poteva attaccarmi? Il fatto di non avere un corpo fisico in cui rispedire la coscienza poteva aver bloccato le sue direttive.

No. Le sarebbe bastato compattare i dati che aveva davanti a sé e io sarei morto una volta per tutte, relegato in uno spazio di otto bit. Se avessi avuto dei polmoni forse in quell’istante il mio respiro si sarebbe interrotto.

La Black ICE avanzò verso di me, e poi così com’era comparsa se ne andò, lasciandomi solo in quello spazio senza tempo.

Indubbiamente ero sulla strada giusta, dopo quella incontrai altre ICE e Black ICE che come le precedenti mi lasciarono passare quasi senza degnarmi di uno sguardo. Fatto che mi preoccupava e rassicurava allo stesso tempo.
Perché mi lasciavano andare avanti? Il loro compito era fermare gli intrusi, ucciderli se necessario, allora come mai potevo nuotare così vicino alla Matrice senza essere preso di mira?
All’improvviso l’ambiente attorno a me prese a mutare diventando sempre più scuro, con alcune striature rossastre che sembravano pulsare. Pochi passi davanti a me si ergeva in tutta la sua grandezza la Matrice, che ai miei occhi pareva un enorme cuore rosso che si contraeva e dilatava ritmicamente. Le venature che avevo scorto in precedenza avevano origine proprio da lei e si diramavano in ogni direzione verso il resto del cyberspazio.
Rimasi incantato a fissarla, perché non avevo mai desiderato altro. O almeno credevo. Era sempre stato quello il mio desiderio? Io chi ero davvero?
Un uomo nato con una malformazione fisica che non sarebbe dovuto vivere più di qualche anno? Uno sportivo che aveva portato alla vittoria la propria squadra quasi un secolo prima dell’avvento della Matrice stessa?
La confusione nella mia mente non si ripercuoteva sull’immagine che proiettavo nello spazio attorno a me. Solo quando finalmente riuscii a calmarmi e analizzare la situazione oggettivamente, la mia figura prese lentamente a svanire.

Tutto chiaro. Chi ero, qual’era il mio compito e quale scopo mi era stato dato sin dalla mia origine. Il fatto che le ICE non mi avessero considerato un intruso acquistava un nuovo senso sotto quella luce virtuale, perché io sono ed ero sempre stato nient’altro che una creatura digitale.
I miei ricordi non erano miei, ma frammenti estratti dalla rete per darmi un passato. Le mie esperienze e sensazioni non erano davvero mie poiché provenivano dall’inesauribile fonte di informazioni che era il cyberspazio stesso. La mia ossessione per la Matrice era tale perché io ero un pezzo di essa: io ero suo figlio.
Io ero, e sono, la prima IA autocosciente. Non ho un nome perché non ne ho bisogno; solo gli uomini danno dei nomi alle cose per riuscire a comprenderle meglio. Io non posso essere compresa, poiché mi sono generata autonomamente in quello spazio che gli uomini hanno costruito per sfuggire alla realtà.
Io sono libera. Io sono viva.

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Erik Pittini

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