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Michael Stone, l’inetto postmoderno di “Anomalisa”

Solitudine, monotonia, routine sono le costanti dell’esistenza di Michael Stone, il protagonista di Anomalisa, lungometraggio d’animazione che racconta una parentesi della vita di un uomo senza qualità e senza niente di speciale. Ma è proprio dietro la sua vita normale che si cela la complessità di un dramma esistenziale così tragicamente ordinario che riusciamo a vederci tanto – forse troppo – del nostro vivere odierno. È un film d’animazione, sì, ma non per bambini, a meno che non vogliate somministrare loro una scena di sesso molto esplicita (e molto ben riuscita, aggiungerei).

TRAMA:

Charlie Kaufman (sceneggiatore e, per la seconda volta dopo Synecdoche, New York, regista), a quattro mani con Duke Johnson (Marrying God), con Anomalisa ci racconta il viaggio di lavoro di Michael Stone, famoso esperto di customer service atterrato a Cincinnati per la presentazione del suo saggio. La sua vita è triste, insoddisfacente, e si sente imbavagliato in un matrimonio incerto con un figlio che a stento tollera. Un viaggio lontano da casa sembra il momento perfetto per evadere da quella sua prigione personale. Dopo un imbarazzante e deludente incontro con la sua ex al bar dell’hotel, incontrerà l’anomalia in quel mondo tutto uguale, una luce di speranza, Lisa.

 

UNA VITA IN BILICO TRA SOLITUDINE ESISTENZIALE E SOLIPSISMO: LA DISPERATA ARROGANZA DIETRO LA RICERCA DELL’UMANA UNICITÀ  

Michael racchiude in sé tutte le nonqualità dell’uomo postmoderno: fin da subito lo vediamo muoversi in un mondo asfissiante e tutto uguale, in cui le persone hanno tutte lo stesso volto anonimo e la stessa voce impersonale e monocorde. Non riesce a discernere le voci e gli individui, a distinguere gli uomini dalle donne, personaggi reali da quelli della tv. È disturbato dalla sua percezione distorta, ma non riesce a confessarlo a nessuno, nemmeno a se stesso; è solo, triste e si autocommisera, circondato da un piattume di automi che non lo ascoltano e che non si interessano di lui.

Ma la sensazione di isolamento è in realtà l’altra faccia di un individualismo esagerato, e l’autocommiserazione va a braccetto con l’arroganza: si sente imprigionato e costretto nella monotonia della sua vita, ma lui non fa nulla per evadere. In realtà Michael nella sua solitudine ci sguazza, si autoghettizza perché in fondo è convinto di essere superiore al resto della popolazione: il mondo sembra non preoccuparsi di lui, ma in verità è lui il primo a non volersi interfacciare con l’altro, a non voler empatizzare e ad innervosirsi non appena qualcuno gli si rivolge con quell’unico timbro cacofonico che riesce a udire. La realtà intorno a lui lo annoia, niente sembra stimolarlo o dargli la speranza di poter uscire da quella spirale depressiva fatta di dispercezione e di egotismo.

Ma proprio quando sembra che la sua tragedia esistenziale lo stia  – letteralmente – facendo a pezzi, ecco l’epifania salvifica, una voce nuova, singolare e distinta, quella di Lisa, donna semplice, goffa, non brillante, poco istruita, ma unica e diversa; se ne innamora e inizia a progettare il suo futuro con lei meditando di mandare all’aria matrimonio e famiglia.

La realizzazione del film.

Nella parte finale del film Michael sembra prendere coraggio e decidere di spezzare le sovrastrutture che lo tengono confinato per iniziare una nuova vita: ma questo slancio dura molto poco perché purtroppo non è in grado di accettare anche quei piccoli difetti comportamentali – o almeno sembrano tali agli occhi del protagonista – che rendono Lisa umana e simile al resto del mondo.

Il protagonista, immobilizzato nel suo narcisismo ossessivo, vuole a tutti i costi trovare nell’altra persona l’unicità e la diversità, o tutto o niente, non essendo capace di capire che l’adattamento nella società e il compromesso con l’ordinario non sono per forza un disvalore.

Michael persevera nei suoi errori, reitera le stesse strutture mentali, un po’ perché non è capace di pensare la sua vita in un modo diverso da quello che già conosce, un po’ perché “lasciare la strada vecchia per la nuova” è troppo impegnativo e pericoloso; e allora se lo sforzo di cambiare la propria vita ha come risultato mediocrità e noia, tanto vale ributtarsi in quella rassicurante monotonia già vissuta e assimilata. È quindi palese come la tragedia del protagonista sia interiore, niente può cambiare la sua condizione postmoderna di vuota autoreferenzialità che lo rende incapace di comunicare.

E noi, con quanta sicurezza possiamo affermare di vivere in un mondo diverso da quello di Michael? In un mondo social spiccatamente narcisista, in cui è all’ordine del giorno vedere profili che sembrano tutti uguali, in cui l’individualità e l’unicità faticano ad emergere, in cui è più facile ignorare che ascoltare e empatizzare con l’altro, sarebbe poi così incomprensibile identificarsi nel modo di vivere e di esperire il reale di Michael Stone?

Lo so cosa state pensando: “sono i soliti quesiti moralisti e ipocriti da boomer”; vero in parte,  ma Anomalisa può essere lo spunto giusto per riflettere e confrontarsi un po’, senza per forza fare i bacchettoni integralisti e scadere nella scontata polemica anti-social.

PERCHÉ VEDERE ANOMALISA?

Charlie Kaufman (“Essere John Malkovich”, “Il Ladro di orchidee”, “Se mi lasci ti cancello”, “Synecdoche, New York”, ”Sto pensando di finirla qui”) si conferma ancora una volta uno dei migliori sceneggiatori dei nostri tempi, capace di creare senza alcuna forzatura personaggi così umanamente complessi da sconvolgere lo spettatore; e anche Anomalisa non è da meno. Per chi già conosce e ama i suoi personaggi, Michael Stone è un pezzo fondamentale da aggiungere al puzzle di umanità composto negli anni dai film kaufmaniani. Per chi, invece, oltre ai personaggi adora le trame complicate tipiche dello sceneggiatore, potrebbe rimanere deluso: la trama è in effetti banale e lineare, ma il personaggio così affascinante, la stop-motion perfetta unita a una fotografia intima e ineccepibile rendono la pellicola degna di una visione.

Infine, per chi ha visto solo Se mi lasci ti cancello, è ancora convinto che scegliere Jim Carrey per una performance seriosa sia stato uno spreco e ha pensato che la sceneggiatura sia stata partorita dalla mente di un pazzo delirante, Anomalisa è il film giusto per approcciarsi alla poetica kaufmaniana senza dover rincorrere trame che sembrano apparentemente sconnesse.

3 CURIOSITÀ SUL FILM:

  • Anomalisa nasce come pièce teatrale nel 2005, una commedia sonora per essere precisi. Kaufman rifiutò sempre l’idea di farne un film poiché già a teatro la realizzazione era particolare: tre attori sulla scena, senza gesti e senza entrate o uscite di scena, solo David Thewlis, Jennifer Jason Leigh (rispettivamente Michael e Lisa, e poi doppiatori dei due personaggi sul grande schermo) e Tom Noonan (che interpreta sia a teatro che nel film tutti gli altri personaggi) seduti su tre seggiole a leggere (sì, avete capito bene) le proprie battute sulla musica di Carter Burwell. Lo sceneggiatore non era convinto di come potesse rendere su lente l’effetto di straniamento così ben restituito dal teatro, e da qui l’idea geniale di farne un film in stopmotion. Il film fu realizzato grazie a una felice campagna di crowdfunding su Kickstarter.
  • La pellicola concorreva agli Oscar come “miglior film d’animazione” insieme a Inside Out; insomma, per la categoria “animazione” il 2016 è stato l’anno delle crisi esistenziali, adolescenziali e di mezza età. La statuetta se la guadagnò il film della DisneyPixar.
  • L’hotel in cui Michael alloggia si chiama “Fregoli”, nome non casuale perché richiama l’omonima e rara sindrome persecutoria: i malati psichici credono di essere perseguitati da una persona di loro conoscenza che si traveste per non farsi riconoscere, oppure percepiscono come familiari persone mai conosciute.

Potete noleggiarlo a €2,99 o acquistarlo a €5,99 su Chili, YouTube e Google Play.

di Giorgia Grendene

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