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Motta e la soglia dei trenta: ritardatari cronici – La filosofia della musica

Ci sono canzoni generazionali, testi che ti restano in mente, impressi a fuoco in un momento della tua vita. “La fine dei vent’anni” di Motta è una di queste, un canto dolce e violento allo stesso tempo, la quintessenza di ciò che vuol dire crescere, vedere gli anni scorrere sulla pelle del tuo volto. C’è chi se ne accorge vedendo le prime rughe formarsi attorno agli occhi, chi invece individua il primo pelo bianco della barba come l’inizio della fine, la fine dell’età in cui tutto è concesso.

Rughe o capelli e peli bianchi sono solo una cartina tornasole che ti segnalano, nel silenzio della loro voce, che è ora di fare un passo avanti. Ti dicono di bere un po’ meno quando esci la sera, ti insegnano a fare riscaldamento prima di una di quelle classiche partite di calcetto tra amici, tra collassi cardiocircolatori, problemi muscolari, “l’idea era buona, più piano la prossima volta” e aggiornamenti sulla propria vita. La fine dei vent’anni, in fin dei conti, è un rito di passaggio per tutti. La fine di un trauma cominciato quando compi i venticinque e ti rendi conto, improvvisamente, di essere più vicino ai trenta che ai venti. Responsabilità. Un macigno.

“La fine dei vent’anni è un po’ come essere in ritardo
non devi sbagliare strada
non farti del male
e trovare parcheggio”

La fine dei vent’anni è il primo resoconto, il primo vero bilancio che fai della tua vita. Perché si sa, per studiare o guardarsi indietro servono le cifre tonde sull’orologio, l’ora spaccata, un’età precisa. Serve un rito di passaggio, un momento catartico. Serve un post su facebook per capodanno, per ricordare a tutti che non ti interessa il giudizio degli altri, che sei cresciuto, che…si, insomma, le solite cose autopromozionali che dipingono l’autore come il più tormentato dei personaggi di una fiction chiamata vita, affrontata con coraggio, perché nessuno è uguale a te. Si insomma, tutti originali, ma con le citazioni degli altri.

Quando i vent’anni si avvicinano alla conclusione ti senti così, in perenne ritardo. Vedi gli altri che vanno avanti nella propria vita, che raggiungono traguardi che per te sono solo miraggi, chimere di una vita che avresti potuto avere e che in realtà resta sopita solo in una fantasia proibita, tra quella di diventare campione del mondo di qualcosa, e la più carina della scuola che ti rivolge uno sguardo. La riflessione è il punto di contatto tra quello che volevi essere e quello che sei in realtà, ti obbliga a usare l’indicativo dove prima c’era il condizionale. “Ho fatto questo, ma avrei dovuto fare…”, a mettere un presente al posto del passato. La fine dei vent’anni, quel ritardo che ti ammazza i sogni se lo provi. E se ti lasci fermare.

La fine dei vent’anni è una strada che devi intraprendere senza sbagliare, una scelta da fare con un navigatore in mano. E come sempre quando si parla di tecnologia, tutto dipende dalla qualità del navigatore. La famiglia alle spalle, una vita improntata in un certo modo, la quantità di strada fatta. Ci sono persone che ne hanno percorsa di più, che vedono le mete più vicine, magari perché sono andati dritti senza la tortuosità di una vita condotta malamente d’istinto, magari con traguardi meno ambiziosi e lontani. Il navigatore sei tu, sono le tue scelte, è tutto quello che sei stato e che vorrai diventare.

“Amico mio, sono anni che ti dico andiamo via
ma abbiamo sempre qualcuno da salvare
e da baciare”

La fine dei vent’anni è quel momento in cui devi decidere. Lo aprirai davvero il bar? Quello che si tira sempre fuori dopo una serata con gli amici, quello che diventa il simbolo di evasione. “Andiamo via”, apriamo il bar, cambiamo vita. Eppure resti lì. A volte hai una famiglia, altre una relazione, sempre qualcosa di più importante, delle priorità. Hai qualcuno che ti spinge a rimanere, anche quando il mondo ti invita ad andartene.

Ho visto troppa gente in questi sette anni
per scegliere qualcuno ci ho messo dieci secondi”

Vivere è scegliere, vivere è decidere, decidere è ragionare, ma a volte per certe scelte non serve riflessione, basta l’istinto. Ed è questo che ci porta ad avere accanto le persone scelte dopo uno sguardo, è questo il dramma della friendzone. Per scegliere qualcuno ci metterai anche dieci secondi, ma deve essere reciproco. Altrimenti ti resta solo una cicatrice sul cuore, una canzone d’amore triste in sottofondo e un tentativo di naufragio in una pinta di birra.
Ci vogliono dieci secondi per scegliere una persona, a volte non basta una vita intera per dimenticarla. Se basta.

“Amico mio, sono anni che ti dico andiamo via
ma abbiamo sempre qualcuno da salvare”

La fine dei vent’anni è solo un cambio di prospettiva, non avviene per forza al compleanno, come se la mezzanotte fosse quel Deus ex Machina che aspettavamo da bambini a capodanno, mentre Mara Venier ballava sulle note di “E questa noche tramonta il sol, mon amour mon amour” di Gigi D’Alessio, mentre in sala gli amici dei tuoi si lasciavano andare nei più brutti trenini mai vista. Motta esemplifica questo cambio di prospettiva in un passaggio, semplice quanto complesso. Nel primo ritornello ha qualcuno da baciare, nel secondo no, il segno di una relazione finita, di un dolore nuovo, non più soffocante come la prima rottura, ma più subdolo. Quello che ti rimane sottopelle, quello che è un’assenza costante, anche in mezzo agli altri. Una lacrima prima di dormire, dove prima c’era un pianto a dirotto. Un vuoto nel testo più chiaro di mille parole.

La fine dei vent’anni. Tutto uguale, ma tutto diverso.

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Francesco C. Inverso

Se fossi un libro sarei ‘Siddharta’ di Hermann Hesse, se fossi una canzone sarei ‘Something pretty’ di Patrick Park, se fossi un film sarei ‘La ricerca della felicità’ di Gabriele Muccino. Vita e morte, sole e luna, bene e male, Inter e Juventus, a caccia di una dicotomia ancora da scrivere, guardando il mondo con gli occhi di un sognatore che vorrebbe viaggiare nel tempo.

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