Non sono ciò che credi

Sentire l’odore di erba appena tagliata l’aveva sempre fatto sentire meglio, fin da quando era bambino. Era un profumo inebriante che gli ricordava le prime boccate di libertà che aveva respirato. I primi giri in bicicletta, gli scherzi ai vicini di casa e le bravate sul suo primo motorino, un cinquantino giallo e blu. Amava quel mezzo. Daniele l’aveva personalizzato, l’aveva riverniciato più volte, spesso in seguito a qualche caduta. Valentino Rossi era il suo eroe e non poteva accettare di non avere i suoi colori addosso, di non avere almeno un adesivo con su il numero 46 ben stampato sulla carena. Una tradizione, quella del 46, che non abbandonò neppure anni dopo, quando un Suv nero sostituì le due ruote. Per questioni di apparenza non lo mise sulla carrozzeria, ma attaccò il numero giallo all’interno del veicolo, vicino allo sportello. Su quelle strade di campagna a un passo dalla città, dove tutto sembrava stranamente ovattato e le preoccupazioni distavano qualche chilometro, aveva passato la sua adolescenza. E adesso, compiuti i trentadue anni, tornare era così strano. Nessun motorino, ma una macchina. Nessun portafoglio vuoto, ma un bancomat sempre pronto a fare capolino dalla tasca. Nessuna ferita da calcetto, ma solo qualche ruga che cominciava a intravedersi sul volto. Nessuna spensieratezza, ma solo un’agenda fitta di impegni e preoccupazioni. Fissava quel 46 giallo, mentre svoltava a sinistra su una strada piena di buche che lo portava fuori dal centro abitato. “Di quello che ero è rimasto solo il 46”. Aveva i finestrini chiusi, ma la primavera aveva inondato l’abitacolo. Il cartello del paese era a pochi secondi di distanza, la parte più semplice del suo weekend era terminata.

Non sarebbe rimasto a lungo. Avrebbe trascorso a casa dei suoi genitori solo qualche giorno, il tempo di qualche aggiornamento veloce, qualche abbraccio alla madre, qualche discussione con il padre e due coccole a Lucky, un labrador di 12 anni che da quando aveva deciso di lasciare tutto per trasferirsi a Milano gli teneva il broncio e faceva il distaccato. Non era stata una decisione semplice, abbandonare le sue radici per un tuffo nell’ignoto era stato uno sforzo non indifferente, ma dopo aver vissuto l’università da pendolare non ci mise molto a scegliere la comodità. Era tornato spesso a casa negli anni, ma questa volta era tutto diverso. Non tornava per un pranzo o per una ricorrenza. Non tornava per un giorno di festa o per un funerale. “Stavolta torno per me”.

Era tutto così familiare. La strada, i campi di grano intorno, il verde degli alberi che ricominciavano a fiorire dopo il rigido inverno e il silenzio assordante della frenesia svanita. Non si era mai reso conto di quanto tutto ciò gli mancasse. Da quando aveva cominciato la sua nuova vita non si era mai più goduto un viaggio in macchina. Tutto era diventato una lotta contro l’orologio, cercando di battere la lancetta dei secondi, tra un semaforo rosso e una metro affollata. Anche uscire la sera era diventata una corsa contro il tempo per arrivare prima che il resto del mondo reclamasse il suo posto. Correva per arrivare in orario al lavoro, correva per arrivare prima degli altri al ristorante, correva anche per andare a letto, per poter dormire qualche minuto in più. Aveva passato quasi un decennio a correre, senza curarsi della meta, ma da qualche tempo il suo ritmo stava cambiando. “Le persone cambiano solo quando crollano o s’innamorano”, gli aveva detto suo padre quando era un ragazzino, “quando t’innamorerai davvero ti renderai conto di quanto tutto perda d’importanza”. Aveva ragione. Il lavoro, la metro, la macchina e il Milan erano diventati dei surplus. Persino la MotoGP e il rito domenicale della partenza delle 14 avevano perso il loro primato. Che cos’era un duello Dovizioso-Marquez se confrontato con il suo sorriso? Aveva perso addirittura la prima gara della stagione per scegliere un divano nuovo all’Ikea. Quegli occhi azzurri gli avevano cambiato la vita. Un incontro casuale in libreria, il primo aperitivo sui navigli, un bacio un po’ imbarazzato sotto la pioggia. Le uscite, la convivenza. Scegliere di andare avanti insieme. Daniele non aveva smesso di correre, ma aveva solo trovato un buon motivo per farlo. Era sicuro della sua scelta. Doveva solo dirlo ai suoi genitori. “Papa e mamma, ho deciso di sposarmi”. Così semplice, eppure così maledettamente complicato.

– Sai, Marta, secondo me deve dirci qualcosa di grosso. Non era mai tornato a casa per il weekend. Che ti ha detto quando l’hai sentito?
Giovanni non riusciva a capacitarsene. Era contento di rivedere suo figlio, ma c’era qualcosa che non quadrava. Da quando era andato via di casa era tornato solo per le feste comandate.
– Piantala di essere sospettoso. Vuole solo vederci.
– Tu non capisci. Deve esserci sotto qualcosa. Daniele non è mai tornato così all’improvviso.
Agitato e teso, si alzò dal divano e decise di portare fuori la spazzatura. Nel frattempo, Marta si avvicinò a una mensola di legno su cui erano poggiate le foto di Daniele. Il primo torneo di calcio, quel motorino sgangherato che Giovanni gli aveva regalato per il suo quattordicesimo compleanno, la foto per i suoi diciotto anni, mentre stringeva in una mano una bottiglia di spumante e con l’altra abbracciava Cecilia, la sua prima e storica fidanzata. Marta cercava di distrarsi, ma non ci riusciva. Giovanni le aveva fatto venire dei pensieri orrendi. “E se avesse perso il lavoro? Magari non voleva dircelo per telefono…O peggio”. Nella sua testa si formarono immagini tragiche del figlio su un letto d’ospedale. Guardò il marito rientrare in casa. Era sovrappeso, ma i suoi movimenti erano decisamente agili per un uomo della sua stazza.
– Tagliati quella barba, per favore. Sembri Babbo Natale.
Giovanni sorrise, in effetti l’insieme di pancia, barba bianca e maglione rosso non gli lasciavano scampo.
– Stavolta non posso controbattere.
Salì al secondo piano della sua villetta e si cambiò il maglione. Non tagliò la barba, ma quanto meno ridusse la somiglianza con Santa Claus.
– Così va bene? – Disse alla moglie sfoggiando una felpa trasandata.
Lei lo guardò, alzò gli occhi al cielo e sbuffò:
– Era la barba che dovevi tagl…
Non fece in tempo a finire la frase che due fari illuminarono la stanza. Daniele era arrivato. Entrambi trattennero il fiato per un secondo, poi corsero ad aprire, mentre i dubbi sostituivano l’ossigeno.

Il sole era ormai tramontato, mentre il cielo rosso si faceva sempre più tenue e la luna più visibile. Aveva appena spento il motore e i suoi genitori erano già alla porta. Gli sembrava di scorgere un velo di preoccupazione sul volto del padre, che si avvicinava come sempre per aiutarlo con i bagagli. Respirò profondamente, poi scese e abbracciò Giovanni. L’uomo lo stava stringendo più forte del solito, sembrava quasi che gli contasse le ossa per capire se ci fossero tutte. “Deve essere molto preoccupato” sentenziò nella sua testa, “avrei dovuto avvisarli prima”.
– Trovato traffico? – gli chiese Giovanni.
– Un po’. Per uscire da Milano è sempre un delirio.
– La cena è quasi pronta, hai fame? Mamma ha fatto le polpette.
– Anche se non avessi fame, non potrei mai rifiutare le polpette.
Sentiva nelle parole del padre lo sforzo di sembrare sereno e questo lo faceva sentire in colpa. Aveva aspettato troppo a lungo prima di prendere la decisione di dirgli del matrimonio, non sapevano neppure che avesse una relazione. Eppure, più di ogni altra cosa, quello che lo faceva sentire in colpa era di non essere mai tornato se non per le feste. Aveva trascurato i suoi affetti in nome della carriera, diventando quello che, da ragazzino, odiava. Prima di arrivare a casa era passato davanti al giardino di Cecilia, che abitava accanto a lui. Gli vennero in mente tanti ricordi, tanti discorsi. Gli tornò in mente di quando, una volta iscritto alla Bocconi, lei gli disse “diventerai uno di quei manager snob, ti dimenticherai di me e della tua famiglia”. Era stata profetica, per quanto lui allora negasse fermamente la cosa. “Non mi dimenticherò di nessuno. Non ho voglia di vivere a Milano, al massimo farò il pendolare. Non ti preoccupare”. Parole che durarono il tempo della triennale. Già in magistrale erano dimenticate.
Lucky abbaiò e lo trascinò nuovamente sulla terra. Il labrador gli corse incontro, ma sterzò poco prima di arrivare alla mano protesa del ragazzo.
– Non ho mai visto un cane portare rancore – disse il padre sorridendo – allucinante.
– Già. – si sforzò di sorridere dissimulando il dispiacere e seguì il padre in casa.

La cena si svolse come sempre, in maniera molto tranquilla.
– Sai che ho visto Cecilia l’altra sera? – disse Marta – tu non la senti da tanto?
– Ogni tanto ci sentiamo, ma non più di tanto. Perché?
– Ti ha detto che aspetta un bambino?
– No, da quanto?
– Dovrebbe essere al terzo mese.
Daniele non sentiva Cecilia da diverso tempo e non aveva intenzione di scriverle. Avrebbe dovuto ammettere di avere torto e darle ragione. “Sei un codardo, non hai il coraggio di mostrare chi sei davvero. Te ne sei andato per non dover dare spiegazioni. Mi dicevi di amarmi. Ma mi amavi davvero?”. Daniele l’aveva amata davvero, più di quanto la distanza che li separava in quel momento potesse dire.
– Caspita.
– Sono quelle notizie che ti lasciano tramortito, vero? Quando me l’ha detto ci sono rimasta veramente di sasso. Però è anche ora eh, ha quasi trent’anni. Io all’età sua aveva già te e tua sorella.
– A proposito – disse il padre cercando di cambiare argomento ed evitare le solite domande che avrebbero portato la discussione ad arrotarsi intorno al copione fisso del “e tu?” – Sarah quando torna da Londra? Quando l’ho accompagnata in aeroporto oggi non me l’ha detto.
– Il mercoledì dopo Pasqua. Ma la portano a casa i genitori di Alessio. Ci credi che lui voleva fare due settimane piene e lei ha detto di no perché ha ancora le lezioni? Non ci si crede quanto è diligente.
Marta lo diceva con una nota d’orgoglio. Era fiera della carriera dei propri figli. Sarah era all’ultimo anno della magistrale in Ingegneria Aerospaziale, mentre Daniele sarebbe diventato, secondo lei, l’amministratore delegato di un’azienda importante. Una punta di orgoglio che, però, non le fece dimenticare l’argomento: il figlio di Cecilia.
– Comunque, se me l’avessero detto dieci anni fa, non avrei mai creduto che avrebbe potuto avere un figlio e che tu non fossi il padre. Ti amava talmente tanto.
Daniele non disse una parola, il padre provò a introdurre un nuovo argomento, parlando di politica e del nuovo Governo, ma Marta era inarrestabile.
– E tu, invece?
– Io?
– Si, quando mi porterai un nipotino?
Era sempre stata diretta, ma stavolta aveva superato il limite.
– Non lo so.
– Ma almeno lo vuoi un figlio? – le parole le uscirono ruvide dalla sua bocca, come un colpo di vento in una giornata estiva. Poggiò il bicchiere di vino rosso ormai vuoto e se ne versò un altro.
– Si, mamma. Voglio un figlio. Quando sarà il momento.
Doveva dirglielo. Non poteva perdere altro tempo.
– Sentite, vi devo dire una cosa.
Giovanni si sporse sulla sedia e chinò il corpo in avanti, con il viso preoccupato. Sembrava attendesse brutte notizie. Marta, invece, ci mise un attimo a capire, poi, vista la faccia incupita del marito, fece silenzio.
– Ho conosciuto una persona, siamo innamorati e viviamo insieme da qualche mese.
Marta saltò in piedi e abbracciò il figlio come se avesse appena vinto alla lotteria.
– Lasciami finire. Abbiamo deciso di sposarci.
La madre stava quasi per svenire alla notizia. La sua gioia era incontenibile.
– E perché non ce l’hai detto? È una notizia bellissima! Non vedo l’ora di conoscerla.
Giovanni allungò la mano sulla tovaglia a quadretti, sfiorò quella di Marta e le fece cenno di stare in silenzio. Sembrava che sapesse che non era finita.
– Mamma – prese il coraggio a quattro mani – non potrai conoscerla.
– Perché?
– Perché non sono ciò che credi. Perchè lei…non è una lei. Mamma, si chiama Stefano.
– Stai scherzando?
Daniele scosse il capo, gli occhi bassi.
La madre ci mise un secondo a capire, poi cadde nel silenzio. Gli occhi lucidi, quasi in procinto di piangere. Prese i piatti vuoti e li portò in cucina, lasciando al marito la prima reazione. Giovanni non disse una parola.
– Abbiamo deciso di sposarci. Ci amiamo.
Era stato onesto finalmente. Era riuscito a dirlo. Nella sua testa qualcosa era scattato, aveva sentito un crack violento che echeggiava.
– Era questo che dovevi dirci? – il padre ruppe il proprio silenzio.
– Si.
– Non c’è altro?
– No, papà.
Giovanni si alzò, inizialmente diede le spalle al figlio, poi si girò. Daniele non riusciva a capire se fosse sollevato o furibondo. Gli ricordava una foto di Harrison Ford.
– Meno male. Temevo fossi malato di qualcosa di grave.
– In che senso?
– Sei venuto da noi senza preavviso, lontano dalle feste. Pensavo che volessi dirmi di avere il cancro. Sono contento.
– Non sei arrabbiato?
– Perché dovrei?
– Non vi avevo mai confessato di essere omosessuale.
Il viso del padre, dopo il primo momento, si era rasserenato. Quasi sembrava sorridere.
– Mentirei se ti dicessi che la cosa non mi ha sconvolto. Non ci avevi detto nulla.
– Lo so.
Nell’altra stanza la madre piangeva a dirotto. Daniele se l’aspettava.
– Perchè non ce l’hai det…
Non finì, guardò la moglie in cucina e capì.
– Lei capirà. Ma Cecilia? Fingevi?
Era una domanda a cui era pronto. Aveva passato notti intere a chiedersi chi fosse, tra paure e dubbi, tra la voglia di non ammetterlo e il terrore di sbagliare. Aveva letto libri sull’omosessualità, aveva sentito il comizio di Giorgia Meloni, un volo pindarico anacronistico e limitante su natura umana e amori giusti o sbagliati. Aveva ascoltato ogni frase di chi si professava esperto, negato ogni luogo comune alle persone che, appena saputo, gli dicevano: “Come puoi essere gay? Avevi una ragazza!”, come se questo volesse dire qualcosa. Rispondeva solo con lo sguardo a chi sollevava dei dubbi, solo per il fatto che Daniele amasse giocare a calcetto, seguire il motomondiale, fare ciò che secondo i canoni era da “veri uomini”, impensabile per chi avesse un altro orientamento sessuale. Aveva provato la gioia del bacio con Stefano e l’orrore della paura, quando un gruppetto di persone l’aveva spintonato urlando il proprio disprezzo. “Ci sono i bambini” gli dicevano, come se quello fosse paragonabile a un omicidio. Un bacio, non un assassinio. Aveva temprato il suo amore nella paura, aveva vinto. Aveva detto quello che doveva ai suoi genitori.
– No. Non fingevo. Era semplicemente un’altra cosa.
Il padre sospirò, poi sorrise. Probabilmente non capiva, forse doveva solo metabolizzare.
– Te l’ho detto, non ti posso dire che questa cosa non mi faccia né caldo né freddo. Ho 64 anni. Sai come la pensa la mia generazione. Ma sei mio figlio. Voglio vederti felice. Ci parlo io con mamma.

Daniele era salito in camera sua dove, tra coccarde e fotografie, nulla era mai cambiato. C’era ancora la foto di Cecilia sulla scrivania. Lei sapeva tutto, l’aveva rimproverato. Non per quello che era, ma per quello che fingeva di essere: “Devi dirlo ai tuoi genitori. E non per loro, ma per te stesso.”. “Non mi capiranno”. “Lo faranno, magari ci vorrà del tempo, ma ce la faranno. Non puoi pretendere che gli altri ti accettino se sei il primo a non accettare te stesso”.
Aveva ragione, ma lui non voleva ammetterlo. Diceva di temere la loro reazione, ma in realtà aveva paura. Dirlo ai genitori voleva dire ufficializzarlo.
“Ce l’ho fatta” pensò.
– Sono cresciuto.
Riguardò la sua vecchia foto dei diciotto anni. Era tutto diverso. All’inizio sembrava sbagliato, adesso si rendeva conto che era solo diverso.
Suo padre entrò in camera sua, non sembrava a suo agio.
– Piange ancora?
– Si. Non l’ha presa bene.
– Era quello che temevo.
Sperava in un finale diverso.

Trascorse la notte sul suo letto, senza nemmeno disfarlo. La voglia di scappare era molta, ma un paio di messaggi e qualche ricordo lo spinsero a restare. Alle 8 si alzò e, dopo essersi fatto la doccia, scese in cucina. Sua madre era lì. Sembrava non si fosse mossa. Daniele non disse una parola, si versò un bicchiere di succo d’arancia e mise la caffettiera sul fuoco.
– Dove ho sbagliato? – gli disse Marta mentre il caffè stava salendo.
– Non hai sbagliato.
– E allora perché sei così…diverso?
– Diverso da chi?
– Da tutti.
Daniele si sedette, sorseggiò il caffè e, guardandola negli occhi dopo un paio di secondi di silenzio ricominciò.
– Tutti siamo diversi. Tu sei castana, io sono moro. Tu sei bassa, io supero il metro e ottanta. Papà ha più di sessant’anni, io poco più di trenta. Papà sta con una donna, tu stai con un uomo. Tutti siamo diversi.
– Ma è sbagliato…
– Non è sbagliato.
– Ma è contro…
– Contro natura? Seriamente?
– La natura ci ha fatto eterosessuali.
– Ti sembro un alieno? Mi hai partorito in un pentacolo demoniaco pieno di gnomi, elfi e centauri?
– No.
– Ho la pelle verde? Ho le antenne? Sono figlio di un umano e di un albero?
– No.
– E allora vedi che hai detto una cazzata? Sono fatto di carne e ossa come te, ho un cuore come te. Penso, rido e soffro come te. Sono perfettamente naturale. Niente di più, niente di meno.
– Ma non puoi sforzarti di non essere…così?
– Sforzarmi? Mi parli di natura, di contro natura e io dovrei andare contro a ciò che sono solo per rispettare quella che è la visione dell’amore di persone che non accettano che non tutti siano come loro? Abbiamo una sola vita mamma. Non ho scelto di innamorarmi di Stefano, come non ho deciso di avere i capelli scuri o gli occhi verdi. Non scegli di provare qualcosa per qualcuno, non ti sforzi di amare una persona. Se ami qualcuno ti viene spontaneo. La natura non è uno stereotipo di massa, ma un’inclinazione individuale.
– A me sembra una moda…
– Una moda?
– Adesso in tanti vogliono esserlo perché è la tendenza del momento.
– Scherzi? Non credi che, magari, adesso la gente abbia solamente deciso di vivere seguendo la propria natura, invece che di costringersi in abiti che non gli appartengono?
Ogni parola, ogni frase che lui pronunciava sembrava colpirla e zittirla, tramortendola e non rendendola capace di controbattere. Marta non era una donna ignorante, non era una persona stupida, ma non riusciva a comprendere. Non riusciva ad accettare. Era cresciuta coltivando le proprie certezze, vivendo una vita tranquilla, cercando di non “uscire mai dal seminato”, come le diceva sua madre da ragazzina. Non riusciva ad accettare l’omosessualità del figlio come non avrebbe accettato un’eventuale zitellaggine della figlia. La vita andava, secondo lei, da A a B. Ripensava a tutto, ma evitava di guardarlo. Sembrava che le facesse male.
– Sono sempre lo stesso, mamma. Non sono cambiato rispetto a ventiquattro ore fa. Non sono cambiato rispetto a quello che ero qualche tempo fa. È solo…amore.

Lei non disse più nulla, uscì dalla cucina e si chiuse in camera da letto. Daniele rimase un po’ sul divano. Suo padre cercava di dirgli di lasciare perdere.
– Capirà. Ti vuole bene, lo sai. Deve solo avere il tempo di accettarlo.
“Volevo comprensione” pensò “non rassegnazione”.
– Mi sembra che voglia bene a un’ombra in questo momento.
– Non è così. Allora, che cosa ne pensi dei nuovi Presidenti di Camera e Senato?
Daniele sorrise. Suo padre non era mai stato bravo a cambiare argomento.
– Meglio non pensarci.
“Meglio non pensare affatto”.

Quel sabato mattina decise di andar via prima di pranzo. Riprese la sua Audi e si avviò verso casa. Sua madre avrebbe capito o quantomeno accettato tutto questo prima o poi. Ne era sicuro. Passando per le strade di quel paesino, dove tutto resta uguale e nulla cambia, c’era qualcosa di diverso. Si guardò nello specchietto retrovisore e capì. Era lui a essere diverso. Si era accettato. Finalmente era se stesso.

 

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Francesco C. Inverso

Se fossi un libro sarei ‘Siddharta’ di Hermann Hesse, se fossi una canzone sarei ‘Something pretty’ di Patrick Park, se fossi un film sarei ‘La ricerca della felicità’ di Gabriele Muccino. Vita e morte, sole e luna, bene e male, Inter e Juventus, a caccia di una dicotomia ancora da scrivere, guardando il mondo con gli occhi di un sognatore che vorrebbe viaggiare nel tempo.

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