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Nosside: guerra e poesia

Pinax proveniente da Locri Epizefiri raffigurante un soldato e cavallo

La situazione politica dell’Italia meridionale alla fine del IV secolo a.C. è tale per cui l’antica preminenza, culturale e artistica, di alcune poleis si affievolì in ragione di varie contingenze di natura strategica e militare. I tentativi egemonici fomentati dalle velleità dei capi siracusani, a partire dalla fine del V secolo, indebolirono un panorama politico già fragile, esacerbando alcune tensioni carsiche fra gli elleni colonizzatori, giunti ormai nel pieno dell’VIII secolo,  e le popolazioni indigene. 

Alleata di Siracusa fin dai tempi di Dionisio il Vecchio, la città – stato dorica di Locri Epizefiri diede i natali a colei che venne soprannominata la “Saffo d’occidente”: stiamo parlando della poetessa Nosside. 

Nosside apparteneva molto probabilmente alla nobiltà locrese. Gli studiosi si interrogano da tempo sulla struttura sociale della polis: in uno dei suoi 12 epigrammi tramandatici (Codice Palatino, Libro VI – 265), Nosside cita il nome della madre (Teofili) e della nonna materna (Clèoca), descrivendo una linea identificativa matrilineare e suggerendo che la società locrese, fatto straordinario per il mondo greco, fosse, se non strutturata su base matriarcale, quanto meno attenta al ruolo delle donne nel contesto cittadino. 

La poesia di Nosside di Locri viene generalmente inserita nel filone dorico – peloponnesiaco di argomento realistico, concentrandosi sulla descrizione del quotidiano, della città e della natura. 

Fra i pochi epigrammi della poetessa locrese vi è tuttavia un esempio di breve componimento encomiastico a sfondo bellico che, allontanandosi dai toni consueti ispirati dal sentimento amoroso e amicale, celebra una vittoria dei locresi sugli invasori bruzi, popolazione autoctona dell’attuale Calabria:

Via dalle grame spalle questi scudi gettarono i bruzi,
percossi nella mischia dai locresi veloci alla lotta,
ora, deposti nel tempio, levan inni al valore di questi,
né rimpiangon le braccia dei vili, che lasciarono privi di sé.

L’esaltazione delle armate di Locri da parte della sua più illustre poetessa non è un motivo del tutto nuovo: secondo la tradizione, riportata dagli storici antichi (vedi Diodoro Siculo), più volte i Dioscuri Castore e Polluce avrebbero accompagnato i soldati locresi in battaglia, assicurando loro sempre la vittoria anche in situazioni di forte disparità numerica.

A tal proposito un esempio è rappresentato dallo scontro (Battaglia del fiume Sagra) con la città achea di Kroton la quale, desiderosa di appropriarsi del territorio locrese, menò battaglia verso la metà del VI secolo a.C. contro Locri. La campagna militare, nonostante una disparità schiacciante fra i due eserciti a favore di Kroton, si concluse con una vittoria locrese. 

La virtù bellica dei locresi elogiata nell’epigramma ricorda quella di Achille e degli eroi del mondo iliadico: da un lato la celerità e l’abilità dei soldati sorprende gli invasori i quali, presi alla sprovvista e atterriti, gettano le armi e abbandonano il campo di battaglia. Dall’altro, il valore attribuito alle spolia: di grande importanza per Achille quelle di Patroclo, nell’epigramma di Nosside le spolia dei bruzi sconfitti diventano il tributo da offrire alle divinità cittadine per la vittoria ottenuta. Le armi gettate dai bruzi, attraverso un processo di personificazione, rifiutano le braccia dei loro precedenti possessori. 

Una breve osservazione: difficilmente i soldati bruzi possono essere definiti “vili” o cattivi (κακῶν, kakòn): non bisogna dimenticarsi che si tratta sempre di un epigramma a sfondo celebrativo. Inoltre, i “vili” bruzi riusciranno, tra il IV e il III secolo, a sottomettere molte poleis della costa ionica e tirrenica. 

“Nuova Saffo” d’amore ispirata, Nosside non è soltanto una adepta dei culti di Afrodite nell’occidente greco, ma anche vate e profetessa della bellicosa Locri. La gloria cittadina plasmata dai versi dell’epigramma non trova tuttavia riscontri nella realtà storica della Locri fra IV e III secolo che, nostalgica dei fasti passati, si avvia ad un lento processo di decadenza che la porterà alla totale perdita dell’indipendenza.

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Giuseppe Sorace

Se vivessi in epoca cortese sarei un cavaliere il cui midons sarebbe il dio/la dea Amore in persona. Le mie armi le rime che incantano, lesionano e sanano al contempo. Di gesti gentili decorerei la mia quotidianità, e se è vero che “Amor, ch’a nullo amato amar perdona”, mi sentirei già fortunato. Fresco di laurea, cerco una strada. Nel frattempo scrivo, imparo, viaggio.

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