NOTE DI CAFFÈ – Quel sogno

Disegno prova
Copertina di Marga Biazzi, in arte Blackbanshee

I

Non vi dirò il mio nome. Non per cattiveria, ma diventa ogni volta complicato.

Viaggio molto durante l’anno e, nel corso del tempo, il mio nome è stato tradotto e adattato, per così dire, alle lingue o ai modi di dire di ogni luogo. Mi sono lentamente affezionato a tutte le sue varianti, tuttavia è spesso risultato complicato presentarmi. Ho una certa età ormai e spesso mi confondo, magari sono in un luogo e mi presento col nome con cui mi conoscono da un’altra parte e ciò, come potete immaginare, crea confusione. Perciò, se proprio dovrete darmi un nome, per questa sera, chiamatemi Espero.

Era la fine di luglio, lo ricordo bene, me ne stavo dalle parti della Maremma Grossetana in un bel paesino sul mare chiamato Marisale, come una leggera brezza marina che carezzava la toscana.

Ero solito passare da quelle zone, mi riempivo l’animo di odori estivi, caldi e fragranti. Quel luglio, però, fui pervaso da un profumo amaro, forte e avvolgente. Un profumo nuovo. O meglio, in realtà lo conoscevo, ma avete presente quando avete sempre creduto di conoscere bene qualcosa? Credete di conoscere tutte le sue minime sfaccettature, eppure capita che poi, un giorno, per caso, trovate la stessa medesima cosa e quasi non la riconoscete. Mi capitò esattamente questo. Mai, come in quel solstizio, quell’odore mi aveva colpito tanto. La sua intensità era favolosa, assolutamente nuova, piacevole, anzi, accogliente è il termine che più gli s’addiceva. Volli saperne di più.

Vagai incerto per qualche ora, lasciandomi cullare dal caldo tepore che il profumo mi donava, finché non trovai un piccolo baretto. Una caffetteria con dei tavolini fuori, che davano sul parchetto di fronte, e un’insegna bianca che portava una scritta rosso porpora: La Regina di Quadri.

Passai svariate volte lì davanti e mi saziavo di quel profumo, sempre più intenso, sempre più diverso e sempre più avvolgente. Il caffè più fumante e gustoso che avessi mai odorato.

La barista era una giovane dai capelli castano chiaro, il braccio sinistro interamente tatuato, vestita semplicemente con dei jeans strappati e una canottiera bianca. Ricordai che negli anni già avevo visto quella giovane. Era lei a preparare e portare ai tavoli quelle fumanti tazzine di caffè. Ogni volta che usciva col vassoio andavo in estasi. Avevo raccolto odori da ogni parte del mondo, forti, corposi, delicati, cremosi, ma mai, mai, mai avevo trovato un caffè così. Sembrava miscelato con qualcosa d’intangibile, qualcosa che non cresce dalla terra, qualcosa che aveva le sue radici nell’animo di quella giovane. Ma cosa poteva essere? Volevo, anzi, dovevo assolutamente saperlo. Quella fu l’estate più normale e stupenda che vidi in tutta la mia lunga vita.

QUEL SOGNO

Emma era una giovane nata in gennaio con quelli che, per lei, non erano grandi obiettivi. Voleva cavarsela da sola, aprire un suo bar e passare ogni giorno della sua vita in quel posto tutto suo, solamente suo. Era convinta che non fosse la grandezza dei sogni a renderli belli.

A diciotto anni, mentre finiva le scuole, riuscì a farsi assumere in un piccolo baretto sulla spiaggia durante i fine-settimana. Appena diplomata iniziò a lavorarci a tempo pieno e, nei tre anni successivi, risparmiò quasi tutto ciò che guadagnò. Nessun vizio la rallentò, nessuno svago la distrasse dal suo obiettivo.

A ventidue anni andò a vivere da sola, staccandosi definitivamente dalla famiglia. Non perché non le fosse affezionata, ma era cresciuta con due sorelle e un fratello e iniziava a sentire strette la mura di casa. Trovò un appartamentino, un monolocale, sul lato ovest di Marisale. Non era il più bello e di certo era il più economico.

Al compiere dei venticinque anni ebbe risparmiato abbastanza da poter cercare un locale per il suo bar. Non troppo grande, non troppo piccolo, adatto al suo sogno. Dopo quattro mesi lo trovò.

Era perfetto. Trovò tutto funzionante ma abbastanza messo male da avere bisogno di alcune sistemazioni e la cosa la eccitava. L’entrata dava su uno dei due piccoli parchi del paese, quello interamente spoglio di qualsiasi cosa che non fossero erba o alberi. A pochi minuti a piedi c’era la spiaggia e il vento di ponente soffiava leggero ogni estate. Era perfetto.

La prima cosa che fece fu andare ad acquistare una grande insegna e, quella stessa sera, si rintanò nel nuovo acquisto per dipingerla. Non era una grande artista ma dedicò tutta la notte a quell’opera. Il mattino dopo, sudata e sporca di vernice, prese una scala e issò la nuova insegna, con sotto un foglietto appuntato con uno spillo.

La Regina di Quadri”, “prossima apertura”.

Passarono alcune settimane. Di giorno al bar sulla spiaggia, di notte alla Regina di Quadri. Erano anni che aspettava, ora non voleva neanche dormire.

Finalmente si tolse l’unico sfizio che l’avesse mai attratta e a cui non aveva mai ceduto: si tatuò il braccio sinistro. Una scritta a spirale, dalla spalla al polso, contornata dalle immagini fluttuanti di quasi tutte le carte da gioco toscane, dall’asso al dieci, più il fante e il re, tutte del seme a forma di rombo. La scritta recitava “io sono la regina di quadri” e partiva con il disegno della stessa dama delle carte che ricopriva l’intera spalla.

Quando arrivò l’estate, il suo sogno non era ancora perfetto ma era pronto all’inaugurazione.

Era felice. O almeno così credeva.

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Carlo Marchioni

Vorrei dire: sono convinto che volare sia possibile, basta solo avere pensieri felici, ma sarebbe citare in malo modo un mio idolo. Dico quindi che sono uno scrittore, autore della saga di Àdaran, co-creatore di IoVoceNarrante.com e, come tutti gli altri, un amante della lettura.

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