In evidenza

“Paris, Texas”: il gioiello on the road di Wim Wenders

Vincitore della ‘Palma d’oro’ nel 1984, il celeberrimo road movie di Wim Wenders Paris, Texas è un omaggio al sogno americano, ma senza lieto fine; un viaggio circolare, fatto di silenzio e di cose non dette, il cui obiettivo è fare ritorno al luogo in cui tutto è iniziato. Il protagonista, vagabondo nel deserto del Texas, è un moderno Ulisse ostacolato nel suo viaggio di ritorno da un passato così ingombrante da ammutolire il presente e annullare il futuro.

TRAMA:

Paris, Texas si apre come se fosse un western: nel deserto un uomo solo di nome Travis, dato per disperso ormai da quattro anni, viene salvato dal fratello; ricomincia lentamente a ritrovare se stesso recuperando i legami familiari, prima col fratello e poi con il figlio Hunter che la madre Jane, prima di sparire anche lei, aveva affidato ai cognati. Travis, dopo aver scoperto che la donna, nonostante la distanza, è ancora presente nella vita del figlio, parte con lui per cercarla e per avere con lei un chiarimento sui motivi della loro separazione.  

IL VIAGGIO E LA RISCOPERTA DI SE STESSI:

Paris, Texas è un film di attese, di ipotesi, di speranze e di antitesi, proprio come il titolo: solo una virgola crea l’illusione che si stia parlando della città europea più famosa al mondo, ipotesi che poi si frantuma in mille pezzi quando la sia accosta all’immaginario texano.

Si tratta di una pellicola intrisa di America, quella del deserto, dei motel, delle luci al neon, delle infinite strade vuote, della confusione e della solitudine; è l’America delle famiglie allargate e disfunzionali, dei rapporti che si guastano irrimediabilmente in un contemporaneo e consumistico nulla che circonda e divora le persone. E in questa condizione di impasse esistenziale c’è anche il protagonista Travis che, errabondo nel deserto – riflesso della sua condizione dell’anima – inciampa sulla sua vita, in bilico tra il suo essere e il niente. Della sua vita prima che venga salvato dal deserto, né gli spettatori né il fratello, l’effettivo salvatore, sanno qualcosa.

Ma presto le carte vengono lentamente scoperte e iniziamo a conoscere meglio Travis: egli è la rappresentazione di un uomo gettato nel mondo che sa solo dove è stato concepito, e proprio lì vuole ritornare perché ha l’illusione che solo in quel punto del mondo potrà finalmente riconoscersi. Il viaggio che compie insieme al fratello è un viaggio di crescita e di riscoperta di sé a tutto tondo: insieme a lui recupera non solo la parola – riuscendo così, dopo anni di mutismo, ad affermare il suo essere-nel-mondo – ma anche il rapporto con il figlio.

Una colpa troppo grande affligge il protagonista e lo tortura a tal punto da non farlo parlare e farlo vagare per il mondo: un uomo che cerca di espiare le proprie colpe in solitudine, ma che anche quando riesce nell’intento di ricucire e far riunire i suoi affetti, sente comunque di non poter più far parte di quella vita spensierata e decide di riprendere il suo cammino di perdono e di ricerca di se stesso, forse anche perché ha macinato così tanta strada che fermarsi e ricominciare una vita da capo non si può. Travis alla fine del suo percorso si scontra con il lato della sua personalità che lo ha allontanato da tutti e ha messo in pericolo la sua famiglia, ma riesce ad accettarlo pienamente, comprendendo che l’unico modo per convivere con se stesso è stare da solo e tornare al luogo in cui è stato concepito per capire qualcosa in più della sua essenza. Un personaggio che ricorda Ulisse ma che è anche figura cristologica, in perenne pentimento e pronto al sacrificio.

La parte finale del film vede Travis e Jane (la sua ex-moglie) messi uno di fronte all’altro con un geniale espediente cinematografico: un vetro – che in realtà permette a Travis di vedere ma di non essere visto – li separa e diventa quindi fondamentale che i protagonisti comunichino con la voce, quella che il protagonista ha con fatica recuperato. Qui ha luogo una lunga confessione cruda ed estremamente realistica, un monologo interiore recitato a voce alta, intriso dei ricordi di quella storia d’amore spensierata e perfetta che hanno vissuto e che ormai può esistere soltanto nelle riprese in Super8 fatte anni prima. I due ex-amanti nel loro strano incontro si sovrappongono nel riflesso sul vetro che li separa, proprio come se fossero una cosa sola, una vera coppia; eppure l’effetto della sovrapposizione è disturbante, quasi inquietante, a riprova del fatto che ormai è impossibile si rinnovi l’amore e la complicità che avevano un tempo

In tutti i film del regista tedesco vengono riproposte tematiche ricorrenti quali l’unione di spazio e tempo in rapporto con la fotografia e il suono. Wenders ha alle spalle, prima della fama guadagnata nella Neue Deutsche Kino (il Nuovo Cinema Tedesco della fine degli anni sessanta), un passato da fotografo che ritorna a più riprese nelle sue pellicole: in particolare in Paris, Texas vediamo come alcuni frame sembrino ispirati alla pittura di Hopper. Nelle sue fotografie e nel film sono innumerevoli i frame in cui vediamo ritratti luoghi estremamente solitari, con luci al neon e un senso di solitudine che trasuda dai pochi soggetti presenti. L’altra componente fondamentale nel cinema di Wenders è sicuramente la musica: in Paris, Texas il sonoro è affidato alla chitarra di Ry Cooder, che commenta le sequenze con poche e malinconiche note che si ripetono sempre uguali durante tutto il film, come una litania. 

Paris, Texas è diventato nel corso del tempo un film cult, una storia che parla di amore e di rapporti umani, ma anche di quanto molto spesso noi stessi, fagocitati dall’orgoglio e ridotti all’incomunicabilità, siamo incapaci di vivere in maniera sana le relazioni.

di Giorgia Grendene

Sii il primo a commentare

Rispondi

Privacy Policy