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Perché nel 2016 Hillary Clinton perse le elezioni?

Martedì 3 novembre 2020 negli Stati Uniti si vota per eleggere il nuovo presidente e rinnovare parte del congresso: per i repubblicani, il presidente uscente Donald Trump, per i democratici, il vicepresidente durante il mandato di Barack Obama, Joe Biden. Ma, se le elezioni si tengono il 3 novembre, come mai continuiamo a vedere su Instagram storie di americani con la GIF “Go vote”?

Le elezioni si tengono ogni quattro anni, il martedì dopo il primo lunedì di novembre. O meglio, in questa data le elezioni si concludono, dato che ogni anno moltissimi statunitensi esprimono il loro voto attraverso le procedure per il voto anticipato (quest’anno il numero dei voti anticipati ha raggiunto il record assoluto a causa della pandemia, secondo i dati aggiornati al 28 ottobre avrebbero già votato 71 milioni di persone – più della metà dei voti totali delle elezioni del 2016, che hanno visto recarsi ai seggi poco meno di 138 milioni di votanti). Gli aventi diritto di voto sono tutti i cittadini statunitensi che abbiano compiuto 18 anni, ma le difficoltà sono appena iniziate.

Gli Stati Uniti hanno un sistema a elezione semidiretta: il presidente lo scelgono sì i cittadini, ma passando per i cosiddetti “grandi elettori”, che sono 538 in totale e formano il collegio elettorale. Vince il candidato che ottiene almeno 270 voti dei grandi elettori, la metà più uno del collegio elettorale. Se nessun candidato raggiunge quella soglia, sarà la camera a eleggere il presidente e il senato a scegliere il vicepresidente. Il numero di grandi elettori è diverso per ognuno dei cinquanta stati degli Stati Uniti d’America e varia in base alla sua popolazione: è per questo che la California, che ha 40 milioni di abitanti, ha diritto a 55 grandi elettori, mentre il Wyoming, che di abitanti ne ha 600mila, ne ha solo tre.

Carta tematica che riporta il numero dei grandi elettori per ogni stato

Le elezioni si giocano tradizionalmente su una quindicina di stati chiamati swing states, quindi in realtà fino all’ultimo il risultato è del tutto incerto. Un’elezione che funziona dunque come tante altre grandi elezioni uninominali: il candidato presidente più votato in ogni stato, anche se di un solo voto, ottiene tutti i voti elettorali di quello stato. I voti elettorali si sommano via via che lo spoglio dei singoli stati è definito nel corso della lunga notte elettorale. A causa dei fusi orari (ricordiamo che gli Stati Uniti coprono in totale ben sei time zones), le urne nei vari stati chiudono in orari diversi, partendo dall’1 di notte ora italiana e fino alle nostre 7.

Ci sono solo due eccezioni alla regola: il Maine e il Nebraska, mentre ogni stato è libero di scegliere la propria legge elettorale. Il Nebraska elegge 5 grandi elettori, il Maine 4, e storicamente quasi sempre un candidato conquista tutti i voti elettorali di quello stato.

Come hanno dimostrato le elezioni del 2016, un candidato può vincere il voto popolare prendendo nel complesso più voti del suo avversario e perdere le elezioni. Il caso, appunto, di Hillary Clinton, la candidata del Partito democratico, che prese tre milioni di voti in più rispetto a Trump, ma perse le elezioni. Questo perché il repubblicano dal ciuffo biondo e dal volto arancione riuscì a vincere per pochi voti in Pennsylvania, Michigan e Wisconsin.

Quest’anno lo scrutinio dei voti potrebbe essere molto più complesso del solito, e potrebbe impiegare giorni se non addirittura settimane. L’aumento dei voti per posta renderà sicuramente lo scrutinio più lento, ma non bisogna dimenticare che le modalità di conteggio dei voti cambiano da uno stato all’altro. C’è però una data limite: il 14 dicembre i nuovi grandi elettori dovranno riunirsi per votare e nominare presidente e vicepresidente. Non sono vincolati a votare in base al risultato del loro stato, hanno solo un obbligo politico da rispettare.

Un sistema che è stato creato alla fine del Settecento, ma che ancora oggi decide chi sarà l’uomo più potente del mondo: il Presidente degli Stati Uniti d’America.

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