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Piccola Apologia dell’Italiano come ci pare, quarta parte: la questione “a me mi”

Per tutte quelle volte che ti sei sentito dire che “i giovani non sanno più usare l’italiano come si deve”. Spoiler: quanto segue conterrà “unpopular opinion”. Leggi prima che il caporedattore mi censuri. Per leggere i capitolo precedenti clicca qui.

Perché dire che i giovani sono tutti ignoranti e che non sanno parlare se tra di loro usano termini come “bella”, “t’apposto?” o perché gli piace tra loro chiamarsi “zio”? Pensate davvero non siano in grado di comprendere che quello è il loro amico Francesco e non il fratello della loro madre? E poi perché dare dell’ignorante al vicino di casa napoletano che dice che va a buttare la munnezza?

Ma poi sapete che pure “a me mi” si può dire? A me mi! Cosa che quando i crociati della lingua lo sentono gli viene la pelle d’oca al cervello. Lo dico solo un’altra volta, per puro piacere un po’ sadico, per farglielo sentire bene. A me mi!

Nel parlato è utilissimo, per rispondere alle esigenze di comunicazione di cui si parlava prima. Le comunicazioni orali sono di per sé volatili, non possiamo tornare indietro a rileggere dopo che la nostra amica ci sta parlando da mezz’ora di come il suo fidanzato non sia carino con lei. E provate a dire a un partner arrabbiato “scusa puoi ripetere, non ti stavo proprio ascoltando”.

E allora niente, nel parlato ci sono dei mezzi (santa magica torretta (inserire link alla parte 1 in cui se ne parla)!) di cui ci possiamo servire.  Riprendiamo ad esempio il caso di a me mi che, come si sarà capito, a me mi piace tanto. I pronomi atoni, nel parlato, sono più fitti che nello scritto, perché indotti da esigenza di rafforzamento dell’informazione che poggia su richiami alla persona che ci sta ascoltando, che assicurano coesione a tesi evanescenti, affidati alla sola memoria degli interlocutori. Si possono fare esempi di usi pronominali conseguenti a dislocazioni, cioè spostamenti delle parole all’interno della frase, classificati in grammatiche normative come pleonastici o ridondandoti e censurati come errori (cose da capra ignorante, direbbero i nostri amici rigidoni).

Il biasimatissimo a me mi: è una dislocazione a sinistra nella quale è posto a tema un pronome personale, ripreso da un clitico deputato a indicare il caso: “mi”. In linguistica si indica con il termine tema l’argomento di cui si parla e con rema ciò che, riguardo a esso, si vuole dire, l’informazione che su esso si vuole dare. Mettiamo che il tema sia il gelato e che il mio rema sia che io voglio dirvi che a me il gelato piace molto. Se dovessi scriverlo scriverei: mi piace molto il gelato. Fine.

Nel parlato però questa frase risulta evanescente e non potete andare a ripescarla e rileggerla nella miriade di parole che io vi ho detto per mezz’ora, magari riguardo ai vari tipi di dolci che in Italia vengono mangiati ogni anno. Però se io ve la sottolineo, disponendo le parole in un modo particolare per segnalare che è proprio a me che il gelato piace molto, che non sono Anna, Marco o Bianca quelli a cui il gelato piace molto, ma che quella persona sono proprio io e ho bisogno che voi lo ricordiate (magari per un regalo futuro), farò in modo che questa informazione sia ben evidenziata all’interno di un discorso più lungo.

Dunque non solo ve la dirò, la metterò bene in vista all’inizio dell’enunciato ma lo ripeterò anche per due volte che sono proprio io quella a cui piace il gelato.

A me (1° volta) mi (2° volta, mi: pronome atono di 1° persona singolare, che significa, di nuovo, “a me”) piace molto il gelato.

Vorrete mica biasimarmi anche perché ci piace il gelato ora!

Questa roba qua è tutta farina del mio sacco. Eh sì, a me mi piacerebbe fosse così! È sempre crusca del fagotto del buon professor Tioppi.

Ci sono, in effetti, parecchie forme che usiamo nel parlato e che risultano molto efficaci nella comunicazione orale, ma che sono bollate dalle grammatiche normative. Al prossimo appuntamento portate carta e penna, ve ne insegno qualcuna con cui ribattere ai rigidoni puristi che vi correggono mentre ordinate il caffè al bar.

di Gaia Manelli

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