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Pinocchio e la fame: quando il cibo diventa la morale

Le avventure di Pinocchio parla di miseria e di povertà, e la fame ha una vera e propria importanza storica. Il cibo nell’opera di Carlo Collodi è un vero e proprio leitmotiv, è il filo rosso che accompagna il burattino attraverso ogni capitolo fin dal primo momento, quando ancora non era altro che un’idea nella mente di mastro Geppetto. 

– Che nome gli metterò? – disse tra sé e sé. – Lo voglio chiamar Pinocchio. Questo nome gli porterà fortuna – ”. Mastro Geppetto infatti, da buon falegname, conosce bene il termine pinocchio, che significa propriamente “pinolo”. Addirittura, nell’antico dialetto toscano, il termine Pinocchia indicava direttamente l’albero: un nome che vuole essere un presagio, simbolo di quella fame atavica, ma anche del seme come valore filiale, infantile. 

Fin dai primi capitoli, i momenti salienti sono da associare alla disperata necessità di trovare qualcosa con cui sfamarsi. Non appena Pinocchio acquisisce la vita, patisce la fame. Era destinato a “… far bollire una pentola di fagioli” per dare una mano al babbo, ma diventato burattino desidera solo mangiare: “… voglio girare il mondo per buscarmi un tozzo di pane e un bicchiere di vino”. Dunque scappa di casa, e preso dai morsi della fame cerca del “pane secco, un osso avanzato dal cane”, ma altro non trova se non un uovo dal quale esce un pulcino. Pinocchio si dispera, e pronuncia quella frase che l’ha reso celebre ora come allora: “Oh! Che brutta malattia che è la fame!”.

Pinocchio

Ma il cibo non si trova, e al posto del pane riceve una secchiata d’acqua in testa. Bagnato e infreddolito, rientra in casa per scaldarsi, dove Geppetto intenerito gli offre le tre pere che dovevano essere la sua colazione. Pinocchio però è un burattino viziato sebbene sia venuto alla luce solo da poche ore, così davanti all’oggetto del suo desiderio si fa subito pretenzioso: Geppetto farebbe bene a sbucciargliele, quelle pere. Mastro Geppetto è un uomo buono e Pinocchio un burattino fortunato, così pulisce le pere e conserva le bucce per sfamare anche se stesso. Quando Pinocchio fa per gettare il torsolo della prima pera, Geppetto gli chiede di non buttarlo via, “tutto in questo mondo può far comodo”. Per non lasciare il figliolo digiuno, Geppetto si accontenta delle bucce e dei torsoli delle pere.

Fino a qui, il cibo è menzionato solo per richiamare una dimensione di necessità e di mancanza, ma nella seconda parte del romanzo i richiami al cibo sono all’insegna dell’abbondanza, del trionfo, dell’esagerazione.

Il Gatto, la Volpe e Pinocchio all’Osteria del Gambero Rosso

Tutto ha inizio con il famoso episodio dell’Osteria del Gambero Rosso, che darà poi il nome alla rivista culinaria della buona cucina – un titolo assolutamente non scelto a caso, considerato il valore di questo luogo all’interno dell’opera. Qui si trovano solo cibi prelibati, evidenziati da un’ironica inappetenza: “Il povero Gatto, sentendosi gravemente indisposto di stomaco, non poté mangiare altro che trentacinque triglie con salsa di pomodoro e quattro porzioni di trippa alla parmigiana: e perché la trippa non gli pareva condita abbastanza, si rifece tre volte a chiedere il burro e il formaggio grattato! La Volpe avrebbe spilluzzicato volentieri qualche cosa anche lei: ma siccome il medico le aveva ordinato una grandissima dieta, così dové contentarsi di una semplice lepre dolce e forte, con un leggerissimo contorno di pollastre ingrassate e di galletti di primo canto. Dopo la lepre si fece portare un cibreino… poi non volle altro”.

Il gatto desidera pesce e trippa, la volpe una lepre: piatti che all’epoca erano considerati cibi di scarto, ma le quantità pantagrueliche qui offerte salutano quel mondo di miseria e aprono le porte alla soddisfazione gastronomica. Infine, compare sulla scena un “cibreino”. La definizione di cibreo, piatto toscano, ci arriva direttamente dal gastronomo Pellegrino Artusi, che lo definisce come un “intingolo semplice, ma delicato e gentile”, fatto di fegatini, creste e fagiuoli di pollo conditi con sale, pepe e brodo a cui si aggiungono infine rossi d’uovo sbattuti con limone e maggiorana fresca. Un piatto sì fatto di avanzi, ma talmente consistente da sfamare tavolate intere.

Il cibreo toscano di Pellegrino Artusi

Nel capitolo XVI Pinocchio viene accolto a casa della Fata Turchina, e sebbene lui mangi poco o nulla, intorno a lui il cibo non manca. Dalla scuderia esce “una bella carrozzina color dell’aria, tutta imbottita di penne di canarino e foderata nell’interno di panna montata e di crema coi savoiardi”. Poi, quando Pinocchio arriva all’isola delle Api e ritrova la Fata, ancora una volta il loro incontro è all’insegna della fame: se aiuterà la Fata a portare a casa una brocca d’acqua, lei lo ringrazierà dandogli un pezzo di pane e un piatto di cavolfiore condito con olio e aceto, oltre a un bel confetto ripieno di rosolio. La Fata è un personaggio equilibratore, che aiuta e al contempo punisce. Sarà infatti sempre lei a imburrare su entrambi i lati i panini da inzuppare nel caffèlatte.

Pinocchio asino nel film di Walt Disney

Siamo ormai agli ultimi capitoli del romanzo, Pinocchio è diventato un ciuchino e non gli resta che rassegnarsi a mangiare fieno. Questo cibo per bestie è per il burattino l’illuminazione che gli serviva, il sapore fibroso di cartone gli fa capire che, tutto sommato, avrebbe fatto meglio a continuare a studiare, perché “il sapore della paglia tritata non somigliava punto né al risotto alla milanese né ai maccheroni alla napoletana”.

Come in molte opere letterarie dell’epoca, il motivo del cibo e della fame compare spesso fra le pagine de Le avventure di Pinocchio, poiché rispecchia la cultura contadina e un momento storico in cui buona parte della popolazione soffriva la fame e la miseria. Il libro dipinge con lo spirito della satira una società da migliorare con lo studio e l’impegno, una storia destinata all’infanzia affinché i bambini possano conoscere le conseguenze della disobbedienza. E in una società così bisognosa, il primo insegnamento doveva essere proprio il rispetto del cibo

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Gaia

Studentessa per sbaglio, viaggiatrice per scelta, lettrice da una vita. Nata per fare la principessa, ma pare che l’Italia sia “una repubblica democratica fondata sul lavoro”. Sono una scrittrice con il sogno di vivere delle proprie parole. Nel frattempo, accarezzo gattini. E mangio lasagne.

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