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Pioggia e profumo

Pioggia e profumo sono essenziali nella vita
La pioggia non può cancellare il profumo.

Pioveva a dirotto da giorni. Sembrava che dall’alto stessero innaffiando la Terra, non era chiaro se lo facevano per re-inverdirla o affogarne tutti gli abitanti. Gabriele, uscito dal bar per un caffè e un riparo di fortuna, cadde in una profonda tristezza quando scoprì che il diluvio non si era fermato.

Proprio oggi.

Era un giorno speciale, di quelli che dovevano essere memorabili ma che sembrava sarebbe passato alla storia soltanto come l’ennesima Caporetto.

«Il primo colloquio dopo mesi. E doveva piovere. Allora dillo» fece Gabriele al cielo.  Era vestito di un abito grigio e scuro quasi a nascondere l’entità a cui il messaggio del giovane era diretto. «Dillo, che devo morire, fallito, senza una gioia» concluse lui. 

Il cielo non fece una piega. Continuò a sversare pioggia manco fosse il soffione di una doccia. Gabriele lanciò la sua mano verso la fronte, abbassò gli occhi e si chiese se sarebbe mai finita. 

La sfortuna non voleva abbandonarlo, quasi avesse sostituito la sua ombra, dalla nascita.

Non posso lasciare tutto al caso, o al destino.

Doveva proteggere il suo completo e, di rimando, il suo colloquio, a tutti i costi. Ne sarebbe stato del suo futuro. Proprio mentre si decideva per affrontare la sorte a testa alta, i suoi occhi di sfuggita corsero sul porta ombrelli. 

Era un comunissimo vaso, crepato in alcune parti, vestito di muschio in altre. Non aveva nulla di speciale, se non che, agli occhi di Gabriele, pareva il pass par tout per la rivalsa e la più piena felicità. Tutto a un costo contenuto. Un furto, piccolo, insignificante, trascurabile, paragonata alle vagonate di sfiga che la sorte gli scaricava sotto casa.

Mi dispiace.

Senza guardare, come un innato senso del pudore fosse emerso dal suo essere, per velare il gesto, che per quanto piccolocostituiva reato, Gabriele prese un ombrello, lo aprì e si incamminò verso il colloquio.

La serie di eventi che ne seguì corse nella sua testa di con la velocità di una pellicola. La pioggia, gli squak delle sue scarpe che camminavano sopra le pozzanghere e un effluvio di profumi che l’ombrello irradiava sulla sua testa con la forza di un sole. Avevano un sapore magico di pesca, di empatia, d’amore.

Sarà stato quello a farmi andare tutto bene pensò il ragazzo quando, due settimane dopo, ebbe un nuovo messaggio nella posta in arrivo.

Cosa diceva?

Che era stato bravo, che il suo eloquio li aveva convinti, che sembrava la persona giusta per quel lavoro e, che se non aveva nulla in contrario, avrebbe potuto cominciare pure l’indomani. Una nota lo mise in guardia: la mail aveva un post scriptum. La questione era personale, quasi il membro dell’HR fosse stato conquistato da quello, più che da tutto il resto.

Il profumo che hai usato è paradisiaco. Mi potresti dire dove l’hai preso?

«Storia lunga» disse Gabriele.

La mail, e chi l’aveva scritta, non ne erano a conoscenza. Ma il profumo veniva da un ombrello che aveva rubato e che nemmeno forse voleva restituire.

«Ora che conosco il profumo della vittoria, non me lo voglio più togliere.» Questo diceva lui. Il destino però non era stato mai leggero con Gabriele, e anche se si poteva arguire che fu uno scemo totale a tornare nello stesso bar, in un giorno di pioggia, con lo stesso ombrello, ci si potrebbe chiedere quante probabilità ci fossero di imbattersi nel proprietario. Forse poche. Forse tante.

A Gabriele, quelle che bastavano perché un’ipotesi simile divenisse realtà.

A dire il vero, quando il proprietario rivide il suo ombrello nel vaso, non ebbe alcuna reazione. Poteva essere un’ammenda, o un gesto di scherno, ma lei ne aveva preso un altro. E su quello nuovo stava spargendo il suo dolce profumo. Fu Gabriele, a impazzire.

Notando la scia dolce, disciolta nell’aria, sentì il bisogno di seguirla manco fosse uno dei personaggi di tom e jerry. Il cielo era grigio, pioveva e si stava inzaccherando di fango e catrame, ma il mondo ai suoi occhi era infiocchettato, giallo e pieno di petali.

Era come se quell’odore fosse una droga.

Continuò a muoversi seguendo le tracce olfattive, e dopo aver svoltato a destra, a sinistra e ancora sinistra, Gabriele si fermò, alzò gli occhi e fu sul punto di svenire.Era di fronte a una pensilina. Una ragazza stava aspettando il bus.

Era lei, la vittima. Bellissima. I suoi capelli incoronavano un viso candido come la panna, labbra rosa e delicate come un petalo, occhi profondi e pieni come un pozzo, nel quale si sarebbe tuffato senza colpo ferire. Il nero dei capelli, esaltava per contrasto il pallore del volto, che pareva rubato a quei dipinti che ritraevano giovani principesse indaffarate nello studio della musica, prima della rivoluzione.

Gabriele avrebbe voluto dire qualcosa. Ma il destino gli aveva giocato un tiro mancino: la sensazione di caldo che si irradiava dal cuore, non dovuta solo al sangue, gli impediva di formulare anche il più semplice dei pensieri.

Tutto si mosse per un fatto. Come per incanto, anche lei alzò gli occhi, incrociò lo sguardo di Gabriele e ne rimase fulminata. Anche se quello che leggerete ora vi sembrerà un film, della più patetica specie, è la semplice trasposizione di quello che è successo.

Come due entità destinate a collidere, per una forza oscura e invincibile, Gabriele e la ragazza si trovarono di fronte. 

«Ciao mi chiamo Gabriele» disse il giovane perso a guardarla da vicino.

Le pareva un Canova, fatto meglio.

«Ciao io sono K» rispose lei.

«Sei bellissima» disse Gabriele.

«Sei uno scemo» ripose lei.

«Ti prego sposami» disse lui.

«Ti prego taci, mi hai rubato l’ombrello, se non me lo ridai ti denuncio.»

«Ti prego puniscimi» fece lui.

Anche se rischiava una denuncia, una macchia sul casellario, e qualche giorno speso al chiuso di un tribunale, avrebbe fatto di tutto per passare anche solo un momento con lei. 

Il destino li aveva fatti incontrare, sarebbe stata la sua missione impedirgli di separarli.

Finale alternativo

Come due entità destinate a collidere, per una forza oscura e invincibile, Gabriele e la ragazza si trovarono di fronte.

«Ciao mi chiamo Gabriele» disse il giovane perso a guardarla da vicino.

Le pareva un Canova, fatto meglio.

«Ciao io sono K» rispose lei.

«Ti ho riportato l’ombrello che avevi smarrito» fece Gabriele.

Il destino lo aveva assistito: la battuta era scema, pure lei sapeva che gli era stato sottratto prima, ma non poteva essere in collera. Era troppo stupido e innocuo perché gli si portasse rancore.

Vedendo un sorriso sorgere come l’alba sul suo viso, Gabriele pregò la sorte di fargli la grazia.

Menin aede theà.

«Adesso vedo chiaro: tutto quello che è bello, gioioso, pieno di amore e di bellezza è ricompreso in una lettera. K» confessò Gabriele.

«E pure dal tuo culo che visto di sfuggita sembrava voler dire: baciami» aggiunse.

«Scemo» fece lei divertita.

K continuò a sorridere.

Come due entità destinate a collidere, all’unisono, chiudendo gli occhi, le loro labbra si avvicinarono, per poi conoscersi.

Era disarmante come il destino giocasse con le loro vite.

E come da un caso, potesse germogliare l’amore.

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Mi chiamo Gabriele Missaglia. Sono un giovane autore con una lista di pregi così lunga che questo spazio è troppo contenuto per dirveli tutti. Ahimè posso dire lo stesso per i difetti! Quando scrivo mi piace sorprendere, cerco di farlo scrivendo storie che ribaltano la realtà, nei libri e nei racconti. La chiave di lettura delle mie opere, e, penso, della vita é: credere mai, verificare sempre (sopratutto gli assoluti).

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