Raincoat goccioloso


Tornato a casa, il suo raincoat gocciolava sul pavimento manco fosse un cane bagnato. Aveva piovuto e stava piovendo, come sempre, lì dove si era trasferito. Da espatriato, poteva dire che quel posto gli aveva dato una casa, un lavoro e pure qualche relazione amorosa degna di essere ricordata. 

Gli aveva tolto il sole però. 

Erano davvero poche le volte che non era tornato a casa fradicio da testa a piedi, peggio dei vestiti nella lavatrice.

Guardandosi allo specchio, Antonio cercava di ricordarsi l’equivalente di raincoat in italiano; per quanto si sforzasse e per quanto quella parola stava sulla punta della sua lingua, decisa a prendere il volo, non riusciva proprio a ricordarla.

Sarà giacca?

No il concetto di giacca non era proprio il più calzante per tradurre che cosa voleva dire raincoat. Ma poco importava: la sua missione era proteggerlo dalla pioggia, e dalla pioggia lo aveva protetto dignitosamente.

Il suo piccolo appartamento, preso in affitto, con un click si accese. 

Le luci mostravano fieramente i tre vani che era riuscito a conquistarsi dopo quasi quattro anni di lavoro.

Di lui in quelle tre stanze c’era davvero poco; aveva a mala pena messo, qua e là, qualche foto, di sé, di casa e di mamma, giusto per far vedere che lì ci abitava qualcuno, con un passato, con una famiglia e con dei desideri; giusto per far vedere che non era un appartamento dormitorio, dove si parcheggiava in attesa che la notte lasciasse il posto al sole, in attesa quindi di poter rientrare in ufficio e svolgere diligentemente il suo importante lavoro di assistenza ai clienti.

Erano tre o quattro, gli anni?si chiese Antonio.

La vita scorreva che era un piacere da quando era salito.

Ogni giorno era la stessa storia. Sveglia, metro, lavoro. 

Poi all’incontrario: lavoro, metro, casa. Era una routine chiara, serena e rassicurante. 

Non doveva pensare, era lontano dalla terra madre (quindi da una pesante mentalità provinciale che come una tela di ragno avvolgeva ogni cosa) e guadagnava abbastanza per permettersi di vivere bene (concedendosi qualche volte dei vizi più costosi del normale). 

In tutto questo però Antonio aveva sulla punta della lingua una domanda, che come la corretta traduzione della parola raincoat, faticava a prendere il volo. L’unica differenza è che conosceva ogni termine per esprimerla.

Quello che si sarebbe voluto chiedere era se fosse davvero meglio la sua vita targata UK.

Non aveva il coraggio di farlo perché sarebbe stato peggio di mordere la mano che lo nutriva, e una cosa così era aberrante quanto il parricidio.

«Forse è solo che mi manca mamma» disse ad alta voce guardando il piatto fumante di fronte a lui.

Antonio guardò la zuppa liquida e rossa, prese un cucchiaio e lo infilò nel piatto manco fosse uno stiletto.

Che brodaglia del cazzo.

Doveva cominciare a cucinarsi lui, i pranzi e le cene. Non aveva forse il talento di mammà, ma lo sapeva che era ora di darsi una mossa e di prendersi più cura di lui, di quanto avesse fatto nei tre, o nei quattro, anni precedenti.

La stessa brodaglia ogni sera, che variava solo per il colore, delle volte era più sul giallo, altre sul verde, altre, come questa, sul rosso, lo stavano fiaccando, poco a poco, come la pioggia.

Una vibrazione si mosse nella tasca dei pantaloni. 

Era il cellulare. 

Gli ricordava che come ogni mercoledì sera, Antonio non si poteva perdere l’happy hour con i suoi colleghi al pub di pink street: tutte le consumazioni costavano la metà, fino a mezza notte. E se era fortunato, oltre a ubriacarsi, poteva essere lucky, andando a letto in compagnia di qualche ragazza; che un po’ di sesso non faceva mai male.

«Non è che mi vada proprio tantissimo» disse al messaggio, racchiuso in un rettangolo verde.

Nel suo appartamento regnava il silenzio; solo le gocce d’acqua che cadevano dal raincoat scandivano il tempo, in modo inesorabile. Una a una, finivano sul pavimento, ricordando ad Antonio, che prima o poi avrebbe dovuto decidere cosa fare di sè.

Il cucchiaio affondò di nuovo nel piatto ma di nuovo il cellulare vibrò sordamente nei suoi pantaloni.

Era Sophie. Una ragazza del suo ufficio. Era la terza volta di fila che lo invitava a come over per vedere Netlfix. Quasi di sicuro ci sarebbe stato anche il chill, molto chill, un chillfurente, visto che pure a lui Sophie piaceva. Eppure, benché la prospettiva del sesso non gli dispiaceva, quello che non gli andava giù era di farlo con lei; ci sarebbero state implicazioni molto precise: lei gli avrebbe chiesto di farlo più volte, magari sarebbero usciti anche insieme nel mentre e tutto si sarebbe concluso da manuale, una nuova girlfriende un rapporto che come gli altri prima o poi si sarebbe arenato. 

Sarebbe naufragato perché ad Antonio l’idea di stabilirsi lì, di fissare la bandierina in quella terra straniera non gli garbava molto. In fondo al cuore, dietro il risentimento per un paese bigotto, ignorante e malavitoso, che lo aveva cacciato quasi lui fosse soltanto un peso, c’era la voglia di tornare. Non lo avrebbe mai ammesso nemmeno sotto tortura, ma il suo paesello asfittico, vecchio e decrepito gli mancava; gli mancavano i litigi e le urla per una partita di calcio; gli mancavano tutte le spettegolate che occupavano il novanta per cento le discussioni con i suoi amici. Gli mancava un po’ la sua identità. 

In fondo, la zuppa rossa e liquida, l’appartamento intatto e le relazioni che non riuscivano ad attecchire come un fiore trapiantato troppo presto erano tutte il sintomo di una malattia che non aveva cura: per Antonio era tutto provvisorio; era una sistemazione temporanea in attesa di…

Quella era la sua vita, ma non lo sarebbe stata: il suo cuore era altrove.

Ho proprio bisogno di un drinkpensò guardando il cellulare.

Muovendo il pollice con la velocità di un pro gamer, rispose che sarebbe arrivato in quindici minuti, che fissava il suo target in quattro pinte, e che voleva scoparsi una puttanella un po’ in carne, che quelle più in carne, lo sapevano tutti, erano sempre più vogliose.

Alzandosi dal tavolo si fiondò sull’appendi abiti, prese il suo raincoat, che non aveva ancora finito di sgoccialare e uscì. 

La decisione era stata di nuovo rimandata.

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Mi chiamo Gabriele Missaglia. Sono un giovane autore con una lista di pregi così lunga che questo spazio è troppo contenuto per dirveli tutti. Ahimè posso dire lo stesso per i difetti! Quando scrivo mi piace sorprendere, cerco di farlo scrivendo storie che ribaltano la realtà, nei libri e nei racconti. La chiave di lettura delle mie opere, e, penso, della vita é: credere mai, verificare sempre (sopratutto gli assoluti).

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